Sincronia

Il rito del mezzogiorno, nell’ufficio da cui, asserragliato, osservavo il mondo come il proverbiale giapponese in trincea la sua guerra inesistente, era uno sbuffo dolciastro che si faceva largo, lentamente, dalla finestra spalancata sulla strada e, subdolo, solleticava la calura pungente del luglio feroce, tutta condensata nel rosso opaco della carta da parati. Ogni volta che quest’odore irrompeva nel punto esatto in cui la mattina iniziava la sua lenta discesa verso il pranzo, come ad un segnale prestabilito e invisibile le mie narici si contraevano scattanti, nervose, meravigliate dalla persistenza dell’aroma zuccheroso che si sparpagliava intorno lesto e meschino come un ladro da due soldi. Le dita si allontanavano di un centimetro dalla tastiera, lo sguardo strabuzzava e sulle labbra compariva una parola, minuscola, persino sconcertante nella sua semplicità: erba.

Il mio non era il turbamento di un vecchio proibizionista, ma lo stupore che nasceva dal constatare un elemento palesemente fuori contesto. In quello studio si fabbricavano parole nuove, si tracciavano i binari della comunicazione prossima ventura, megafono di un futuro incalzante; incorniciati alle pareti, loghi celebri scrutavano dall’alto in basso, geometrici e arcigni, i miei gesti esitanti, le teste sudate dei colleghi chine sulle tastiere; la lavagna lampeggiava strategie complesse in un gergo scintillante ed esoterico, ma presto sarebbe stato chiaro a tutti quanto era semplice, quel futuro, quant’era lineare. Lì, dunque, quell’odore era intollerabile perché anacronistico: alludeva ad un mondo morbido e visionario, ormai al tramonto, in cui il tempo scorreva lentamente, si disperdeva in una colonna di fumo bianco, denso, che polmoni sconosciuti risucchiavano da una sigaretta dal filtro stretto, impregnato di saliva, e poi liberavano con voluttà in un soffio nasale, non prima che il sangue avesse trattenuto le molecole giuste, quelle che allentavano le sinapsi, le sollevavano dalla meccanica consueta, le lanciavano come cavalli improvvisamente liberi dal giogo di selle e morsi. Ero sempre il primo ad accorgersi dell’odore: voltavo il capo verso la finestra, annusavo, sorridevo, poi mi guardavo intorno per scoccare le mie migliori occhiate complici, ma mi toccava aspettare sempre due-tre secondi per trovare il primo bersaglio. L. e D., seduti entrambi alla mia destra, ci facevano caso prima con la vista che con il naso: notavano, con la coda dell’occhio, un movimento, uno scatto del capo, che rizzavo come dopo un’immersione, e, riconosciuto il mio sguardo, tiravano su leggermente con le narici per constatare anche loro la meraviglia di quella nebbiolina invisibile che s’insinuava nel tempo pesante e spossato del nostro lavoro e lo rivitalizzava col vigore capriccioso di un pizzicotto.

Alle nostre spalle, F., socio e diretto superiore, non dava quasi mai cenni di vita. Grigio e bolso, era un uomo umorale: il suo ritmo vitale era il tempo del dovere, dunque il tempo altrui, che sentiva come tiranno ma a cui non poteva ribellarsi per via di una cronica mancanza d’immaginazione. Il mondo di F. era un’intelaiatura di codici binari e stringhe alfanumeriche, una Via Lattea regolata da una logica ferrea la cui sintassi, però, pareva sempre sul punto di precipitare nel caos. Buona parte del suo lavoro di programmatore, dunque, era un tentativo di mettere ordine in questo caos imminente, non tanto per rendere i significati più netti, trasparenti, quanto per un bisogno, indotto da una superiore considerazione di sé, di creatività, di artisticità, che nel caso di F. coincideva con il lindore asettico della simmetria. Del resto, la sua scrivania era un piano immacolato su cui matite, libri, agende, strumenti di lavoro si disponevano secondo una mappa ben precisa, desunta dal decalogo di un qualche guru della produttività di cui F. era lettore accanito. E tuttavia, malgrado questa ricerca spossante del trucco che sabotasse certe occasionali spinte all’evasione, che F. concepiva non come fisiologiche distrazioni ma come lo sgambetto inopinato di una volontà sempre troppo poco disciplinata, spesso gli capitava di essere in ritardo con le consegne. Allora inveiva tra sé e sé contro i clienti, sospirando e borbottando come una pentola a pressione e riversando sui dipendenti un’ostilità strozzata, che sfociava in un mutismo sprezzante.

La prima volta che si avvertì l’aroma dell’erba appena bruciata strisciare nella stanza come un serpentello in una palude inesplorata, F. sorseggiava un caffè prelevato dal distributore automatico dello studio. Ad un tratto lo sentii tirar su col naso, enfatizzando il rumore dell’aria forzata a bucare le narici. Immediatamente posò il bicchierino arroventato dalla miscela nerastra e acquosa, e si mise come in ascolto, silenzioso e immobile, quasi si aspettasse che il fumo portasse con sé un rombo di tuono, un colpo di clacson, un ruggito o chissà che altro. Dopo qualche secondo lo vidi, riflesso nel mio schermo, aggiustarsi gli occhiali e voltarsi infastidito verso la finestra; poi alzarsi in piedi, avvicinarsi alle imposte e cercare nervosamente con lo sguardo la fonte di quella perturbazione. Infine mi venne accanto e, scuotendomi leggermente la spalla, mi chiese, gli occhi stretti a fessura, la bocca contratta in una smorfia di complicità untuosa, se “quel tanfo” era davvero ciò che credeva, ed io risposi di sì senza riuscire a trattenere un sorriso. Probabilmente avrebbe voluto domandarmi come avessi riconosciuto l’odore, ma nessuno dei due nutriva verso l’altro una dimestichezza tale da indulgere in simili confidenze. Tornammo al lavoro.

Il giorno dopo, quello dopo ancora e pure il seguente, a ridestarci dal torpore del mezzodì ci pensò sempre quella fragranza, misteriosa non per la sua natura, del tutto evidente, ma per la provenienza. Chi fumava, e dove, e perché sempre allo stesso orario? Lo studio in cui lavoravo sorgeva al secondo piano di un palazzo, in un avveniristico complesso di nuova costruzione destinato ad ospitare uffici, professionisti e famiglie. Il resto del rione, invece, era appannaggio di casette basse, grigie, residui coriacei dell’edilizia popolare di quarant’anni prima, abitate per lo più da anziani e studenti. Non era da escludere che qualcuno di questi allietasse la pausa dallo studio quotidiano fumando erba sul terrazzo, e che il soffio leggero del vento ne portasse un po’ fino a noi. Altre volte, invece, mi divertivo ad immaginare casi ben più improbabili. Per esempio, dirimpetto a noi si stendeva, imponente e decrepita, una casa di due piani; alle sue spalle, nel perimetro di un massiccio cancello color grafite, era un minuscolo orto, a cui si dedicava con passione muta e ostinata un anziano signore. Potevo vederlo spesso al mattino, quando entravo in ufficio, e la sera, quando ne uscivo; con indosso un paio di pantaloncini marroni, una canottiera giallastra e un cappello da pescatore, se ne stava lì a zappare, innaffiare, dissotterrare, potare piante di pomodoro, cogliere insalata, cavoli, persino fichi da un albero. Quando il fumo dell’erba mi sorprendeva al lavoro, una delle mie evasioni preferite era immaginare il signor G. (questo il suo nome) ripararsi dal sole sotto l’albero di fichi e rollarsi una sigarettina speciale, con una primizia coltivata di nascosto in qualche angolo remoto del giardino. L’alternativa, ancor più divertente, era che la misteriosa tabagista fosse la badante di G., un donnone rosso in viso e di capelli, che di tanto in tanto s’affacciava su un ampio balcone per osservare i movimenti del vecchio e, all’occorrenza, chiamarlo con voce straordinariamente acuta non appena lo perdeva di vista per qualche minuto.

Mentre mi immergevo in questo genere di fantasie, dall’altra stanza faceva capolino P. Il solito sorriso rapace dipinto sul volto, dava di gomito al socio e, con un paio di battute grette e veloci, rompeva, seppur meccanicamente, il silenzio pesante che l’apparizione dell’autorità esercita inevitabilmente sui sottoposti. Nessuno di noi tre mostrava di ridere di gusto, ma a P. non importava. Era il capo, non formalmente ma sostanzialmente; in società contava più di F. (anche se spesso erano di quest’ultimo le idee migliori) e nulla si faceva senza che lui non l’autorizzasse. I soldi non gli mancavano, e così una bella moglie e dei figli da esibire nelle occasioni mondane (solo in quelle, ché la sera preferiva rimanere in studio fino a tardi, mimando il dovere di portare il pane a casa, piuttosto che tornarci, a casa). Dunque in nessun modo noi tre, automi dall’aria smunta e inebetita, avremmo potuto costituire un dispetto o, peggio, una minaccia, per P. No: sciorinare la sua prontezza di spirito, quella sì che era una preoccupazione. La cultura non gli interessava: era una qualità da intellettuali, dunque arida, incapace di scendere a patti con la realtà, la sola che concepisse, quella della produttività. Negli altri amava i tratti che reputava in sé innati: scaltrezza, intraprendenza, praticità. Ammirava non la volontà astratta, ma l’applicazione della volontà alle cose, rigorosamente materiali, e con l’unico obiettivo della loro realizzazione; buona o meno non importava, tanto alla vasta platea che s’immaginava l’osservasse ad ogni passo, quelli che definiva con un’inflessione sprezzante della voce sottile “la gente”, era in grado di vendere qualsiasi cosa. Una volta, leggendo una sceneggiatura che avevo preparato per uno spot – una storia di cavalieri, castelli, boschi antichi -, commentò con un sorriso sbilenco che a lui quella roba non piaceva, che preferiva i film d’azione. Cionondimeno mi accettò il lavoro, perché gli sembrava in linea con le richieste del cliente. Qualche mese dopo, però, scoprii che la sceneggiatura era stata stravolta dalla moglie (“le piace scrivere”, mi spiegò) e degradata in un lamento liricizzante da paraletteratura. L’opportunismo, insomma, non gli difettava, così la capacità di derogare capricciosamente alle proprie idiosincrasie, tipica degli uomini che non hanno altra convinzione che sé stessi, e il disprezzo sotterraneo per la fatica altrui. Il nostro sudore era l’olio che lubrificava la scintillante marcia della sua personalità e, insieme, la macchia che chiazzava il pavimento lustro del mondo che si era costruito, nient’altro.

Né ad F. né a P. interessava scoprire il mistero del fumo di mezzodì. Neppure a D. e L., due ragazzi dalla faccia oblunga e dai lineamenti appena abbozzati, simpatici ma sempre troppo impegnati a camminare sui trampoli dell’imperscrutabile volontà dei capi per badare ad altro. Io, invece, volevo capire.

Un pomeriggio, affacciato alla finestra della sala riunioni, notai, lungo il viale che allacciava l’intero rione e lo separava dal versante nord della città, una figura esile, di spalle: una giovane donna. Magra, slanciata, con le gambe bianche bene in vista e i capelli biondi che spuntavano in forma di vezzose treccine dal cappellino, presumibilmente straniera, gesticolava alle (rade, a quell’ora) auto in movimento, ma nessuno pareva prestarle attenzione. Approfittando dell’assenza dei capi, farfugliai una scusa qualsiasi a D. e L. ed uscii. Feci il giro del palazzo e mi incamminai lungo il viale, ma dal lato opposto del marciapiede, per osservare con maggior discrezione. Quando la sagoma bionda fu bene in vista, cominciai a studiarla con stupore. La ragazza non era un’affascinante autostoppista dell’Est, come avevo immaginato. Tanto per cominciare, non era una ragazza, ma una donna sui quaranta, col fisico di acciuga e il volto color mattone. A tre, quattro metri da lei, fuori dalla portata della finestra, stava un uomo: più anziano di circa dieci anni, vestito con una maglietta bianca lacera e pantaloncini sportivi, stesso cappello calato in testa, stessa aria sfatta, stringeva tra pollice e indice della mano destra un minuscolo mozzicone di sigaretta e con la sinistra non smetteva di tormentarsi gli angoli del mento. Osservai di nuovo la donna: si sbracciava non per cercare un passaggio, ma al contrario per richiamare l’attenzione delle vetture in transito sul parcheggio libero. Accadde che, ad un tratto, una vettura rallentò, dirigendosi verso il posto vuoto. Approfittando della momentanea distrazione, attraversai e andai incontro alla scena. Il volto della donna mi apparve grinzoso e scavato; gli occhi blu cobalto, cerchiati di nero, sporgevano in modo inverosimile, accentuando lo spillo vitreo delle pupille. Il naso e la bocca rivelavano solchi marcati e irregolari, come fossero stati scolpiti da una mano tremante, incerta sulle proporzioni corrette, e infine spianati malamente, col risultato che la pelle tirata fino allo stremo accentuava le irregolarità del volto. Così lo sterno, le cui scanalature vibravano di chiaroscuri innaturali nell’aria azzurra del pomeriggio. La canotta che indossava era un patchwork di fantasie mimetiche, chiazze di unto e piccole macchie brune. L’uomo accanto a lei, presumibilmente il compagno, si avvicinò al conducente della vettura appena sceso e chiese, con voce querula e bituminosa, un euro “per mangiare”. Poco distante da lì c’erano una mensa e il Sert, e allora mi fu chiaro: dovevano essere loro due che ogni giorno, a mezzogiorno esatto, rompevano la monotonia della mattinata con il fumo odoroso dell’erba. Intascato l’obolo, la coppia si allontanò in fretta e furia, lanciando intorno sguardi rapidi e bassi. Tornai in studio.

Il giorno dopo e per qualche giorno ancora, ebbi modo di osservarli meglio. Mi assentavo dall’ufficio cinque minuti prima del mezzogiorno, sedevo in un bar la cui ampia vetrata affacciava sul viale e ordinavo un caffè. Appoggiati alla cancellata di ferro del cortile, riparati dai pini che costeggiavano le carreggiate, li vedevo placare i morsi del caldo, della fame e del metadone con tiri d’erba lunghi e nervosi, alternandoli a sputi, imprecazioni e gesti sconnessi. Di tanto in tanto parcheggiavano un’auto o ricevevano un ospite: lo salutavano con strette di mano prolungate oltre misura; scambiavano cose, contavano cose e intascavano cose con gesti furtivi. Ad un’occhiata distratta li si sarebbe detti scansafatiche qualunque.

A due passi dal laboratorio in cui pulsava il futuro delle comunicazioni e si schiudeva il miracolo delle parole nuove, si manifestava dunque un difetto di sincronia del mondo, una piccola sacca pustolosa e sofferente del tutto ignara dello scintillio della modernità hi-tech, delle mirabolanti ossessioni egomaniacali di F. e P., della facciata metallica di un palazzo lucido come un’astronave, dei cartelloni che troneggiavano stolidi nelle spianate del rione annunciando alle casette basse e grigie i fasti della riqualificazione imminente. Erano due emisferi lanciati in moti contrapposti e reciprocamente indifferenti lungo una linea invisibile di ossessioni; da qui però si allargava una ferita reale, uno strappo storico, epocale. Da quello strappo si apriva una crepa, e da quella crepa entrava un fumo che, lungi dall’incarnare un morbido sogno d’evasione, mi appariva improvvisamente come lo spettro di un mondo rancido e disperato tanto quanto il mio.

Tre mesi dopo, la nausea prese il sopravvento. Lasciai il lavoro senza spiegazioni.

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1 Comment Sincronia

  1. Irene 19 febbraio 2018 at 11:38

    Caspita.

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