Siamo condannati all’irrilevanza

Siamo condannati all’irrilevanza. Ci riflettevo ieri, mentre, in zona ospedale, sciamavo insieme alle auto nella pioggia mattutina. Se pure tirassi fuori dal cassetto polveroso e pieno di ragnatele in cui l’ho stipato il mio romanzo, e questo si rivelasse, per caso, il romanzo della vita, non potrebbe che essere della mia, di vita, non della vostra, di tutti, come accade ai grandi romanzi. Ci siamo asserragliati in un piccolo guscio; la paura, l’assenza di futuro, sono gli artigli che scavano quelle adorabili ed esteticamente perfette nicchie in cui ci seppelliamo, felici, con il nostro corredo di vinili, baffi a manubrio, occhialoni da segretaria, mobili Ikea ecc.

A nessuno importa più nulla di niente, ed io non faccio eccezione. Tutto quello che vedo fuori dalla finestra del mio studio mi è indifferente. Mi importa della mia cameretta, del tepore del termosifone, del mio maglione con le toppe, della chitarrina di legno, dell’odore di cipolle in cucina. Il presente è l’eco distante della tv in soggiorno; la realtà, il borbottio metronomico dei social, che non cerco, a cui non chiedo, che subisco. La sfiducia genera paura che genera stasi: eliminato ogni slancio verso una dimensione più ampia di io e me, scrivere diventa un cinguettare grazioso delle proprie sventure. Quando scrivo, parlo di me. Ma questo parlare di me, che pure non è un peccato più grosso di tanti altri e certo mi accomuna a molti scrittori, è sterile, non va oltre me stesso, non dice nulla del posto e del tempo in cui mi trovo e se lo dice è forzato, piatto, banale.

Che poi, se anche la mia scrittura – e come la mia, quella di altri – avesse una forza maggiore, (chi) riuscirebbe a trascinare? Una volta c’erano i Pasolini che spostavano (in avanti) opinioni, gusti, sensibilità, perché erano acuti, certo, ma anche perché il pubblico a cui si rivolgevano era più acuto, nel senso della sensibilità, non dell’intelligenza. Oggi, invece, tutti con le teste basse sui fottuti cellulari. Il risultato è che i-phone sono sempre più smart, le persone che li usano no.

Mi ha molto colpito la lettera di questo giovane suicida, un trentenne che s’è impiccato stufo della precarietà e di un modo nel quale, a suo dire, si sentiva un corpo estraneo. Ho pensato: quanto lo capisco, anche io in passato mi sono sentito così. Non mi sono appeso ad una corda perché io ho sempre coltivato la speranza, ma tant’è: forse una sensibilità eccessiva, e quindi rinunciataria, è solo una questione di adattamento, di sfortuna. La lettera mi è parsa sincera, lucida. Uno sfogo e, al tempo stesso, un bell’esempio di letteratura. L’unica che abbia senso, oggi: quella che nasce e si tiene in contatto col dolore, lo spaesamento, il sentirsi perennemente in bilico sul filo di desideri che non abbiamo teso noi. Ce li hanno presentati, questi desideri, ce li hanno decantati come le sirene con Ulisse, e noi abbiamo creduto che fossero la nostra vita. Ma che succede quando ti svegli e ti rendi conto che le pareti delle aspirazioni in cui ti sei seppellito sono troppo strette? La catastrofe. Una corda appesa.

Tutto questo per dire che non soffro troppo la pioggia e il traffico, che sono in grado di guardarli da lontano anche quando ci sono dentro, ma che questo non basta, la lucidità è ancora oltre, un passo più avanti, oltre le nostre abitudini e la moda anestetizzante del vintage, oltre la politica delle frontiere chiuse e dell’austerità, oltre tutti i rimedi che ci vendono come salvifici. Chissà: forse la lucidità è in un cassetto polveroso, in cui i ricordi hanno fatto le ragnatele e le parole si accatastano dattiloscritte con cura, notte dopo notte, su una pila di a4 – ed non me ne sono mai accorto.

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