Praga, 2 novembre 1975

Praga: mi è piaciuta? Posta in questi termini, la questione è, temo, fuorviante. Di un viaggio non si giudica il valore estetico dell’esperienza quanto piuttosto la sua verità. Non si tratta, insomma, di indagare se l’imponenza del gotico s’incastri bene con lo slancio fatuo del liberty, e se questa combinazione, che apparecchia con ricchezza di dettagli tanto la città vecchia che la nuova e i quartieri periferici, sia ben intonata alla propria idea di arredo urbano. Si tratta, piuttosto, di capire se e quanto l’autenticità prefigurata dalle viuzze di ciottoli, dai ponti sorvegliati di statue, dai profili delle sinagoghe e dei castelli, sopravviva al belletto di centri commerciali e fast-food, che questi tempi di globalizzazione richiedono a presidio costante di ogni città pena l’esclusione dal club del libero mercato – una sorta di patente etica, prima che economica, a cui tutti sembrano tenere tantissimo.

Dietro la sua apparenza di vecchia e saggia signora del popolo, Praga allude in realtà a una scissione. Il contrasto, sulla carta stridente, tra un passato densissimo di cultura, tradizioni, storia, e un presente di negozi alla moda e baguetterie, si traduce nel conformismo di un lindore irreale, come se, nel tentativo di convincere della sua verità, Praga avesse ecceduto in zelo, precipitando la naturale cura di sé nell’eccesso opposto: l’affettazione. I lineamenti, quando calcati alla perfezione, stravolgono la naturalezza del viso e lo tramutano in maschera; Praga, città-diorama, paga pegno a questa mostruosità etimologica con un corteo di statue e arazzi immuni alla polvere del tempo come i reperti di un museo. Esplorarla è osservarla di sottecchi nell’attesa che si scopra, che il trucco ceda e affiorino le sue vere sembianze. L’impresa è vana, viziata da un difetto di manico. Ricordo una visita alla basilica di San Vito: le ampie navate si offrivano impudiche, nella loro teatralità studiata, alla miriade di sguardi piatti dei display, stregati dalla ricerca del dettaglio facile da comunicare, ovvero condividere. Non siamo più allenati alla scoperta, quella vera: la nostra passione di raccontare è, in realtà, una nevrosi conformista. Una fame che a saziarla basta lo stereotipo, non la ricerca, che schiude altre domande e genera altra fame, sempre più vorace e meno disposta a scendere a patti con il nutrimento da fast-food dell’immaginario collettivo.

Eravamo tutti lì, e tutti guardavamo le stesse cose, fotografavamo le stesse cose, forse persino pensavamo le stesse cose. Come siamo diversi da questo bambino che ho davanti ora, in aeroporto. Biondo e snodato come una bambola di pezza, corre per tutta l’estensione dell’hangar: scalcia un carrarmatino e si dà (finta) pena d’inseguirlo, inciampando più volte e sbuffando, il visetto rosso per la concitazione. Ogni volta si spinge un poco oltre il limite precedente. L’unica sua premura, più un gesto meccanico che una reale necessità, è quella di rivolgere di tanto in tanto occhiate malandrine alla madre; questa, bionda anche lei ma dal profilo secco e aguzzo, ricambia strizzando occhi e bocca in una specie di sorriso, una pennellata di malinconia vaga che rimesta il giallo dei denti e il rosso esangue delle labbra in una chiazza indecifrabile. La cocciuta impertinenza del bimbo, dunque, non è un affronto alla genitrice (di cui, in un certo senso, ricerca l’approvazione) ma una faccenda più profonda e antica: la lotta contro un limite invisibile – l’oscurità dell’ignoto, delle proprie paure. Quella lotta, insomma, che è la vita stessa.

Noi spettatori di Praga non abbiamo questo coraggio. Il limite non lo superiamo; lo costeggiamo senza l’immaginazione necessaria ad aggredirlo. La nostra narrazione è serializzata, rassicurante, non ci fa sentire estranei come invece ogni esperienza profonda dovrebbe. Ciò che di Praga io ho visto è uno specchietto per le allodole. La sua verità il mio sguardo non l’ha colta; giace troppo oltre il globalismo delle insegne di Starbucks e la nostalgia imbalsamata della Via dell’Oro, gigantesca casa di bambole. Quello dell’autenticità, in effetti, è un problema comune a molte città nell’era del turismo di massa; tuttavia, nel caso di Praga diventa una sciarada. Praga ha una storia imponente, vorticosa nella sua mescolanza di popoli e miti, e un presente e un futuro che paiono altrettanto monolitici – seppur all’insegna di una contaminazione fittizia, l’omologazione del capitale. Tra le due dimensioni una mediazione non sembrerebbe possibile, dunque l’equilibrio attuale appare inspiegabile. Un po’ come in quel quadro di Hockney, A bigger splash, al cospetto di Praga siamo incantanti dalla precisione chirurgica di un tempo che congela e si nasconde, negando il senso stesso della visione (a che serve guardare se vedere è impossibile?).

Praga è insondabile; dunque, per tornare alla mia domanda iniziale, non so decidermi sulla natura di verità della sua esperienza. Tocca sospendere il giudizio, in attesa di capire se possa lanciare un po’ più in avanti il mio carrarmatino.

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Durante il mio soggiorno a Praga avevo con me un volume di Pasolini, Una vita violenta. Stavo per scrivere La vita violenta, e non sarebbe stato un errore. Il mondo di Pasolini è una prigione di sangue e merda in cui gli uomini, addomesticati alla disperazione dall’accelerazione capitalistica del Boom, regrediscono all’istintività primigenia. Lungi dall’essere, questa, una liberazione: l’innocenza dei ragazzi di vita è sterile. Il regno della borghesia, invasa di sorci e fanga, non conosce mobilità sociale (la forma economica della redenzione morale). L’evoluzione è impossibile: la lotta non è reazione dell’orgoglio allo scacco sociale o imperativo etico, ma puro esercizio (o meglio: esercizio puro) dell’istinto di sopravvivenza. A Pasolini, probabilmente, andava bene così. Questo immobilismo selvaggio, esasperato dalla violenza e dall’immoralità, consente all’intellettuale di sfogare storicamente il proprio istinto paternalistico; Pasolini, pure lui sangue e merda, ne approfitta e lo trasforma in un delirio sadico in cui l’azione libera, senza freni, di una vitalità disperata diventa infine occasione di uno spettacolare martirio.

L’antinomia tra il fustigatore – di giorno – della borghesia e della sua omologazione ipocrita e il vampiro – di notte – di quell’innocenza vacua che della prima è la conseguenza materiale, si tinge inevitabilmente del nero di thanatos. In albergo (in realtà una stanzetta in un palazzo memore del grigiore geometrico del realismo socialista) ho guardato Pasolini, un delitto italiano. Al di là del giudizio sul film, che indulge troppo facilmente al complottismo e alla visione del poeta come di un angelo caduto, rimane l’impressione di un uomo pervicacemente votato alla morte. Questa consapevolezza sgomenta al punto tale da rendere quasi irrilevante l’indagine poliziesca. Indipendentemente dal fatto che a ucciderlo, il 2 novembre del 1975, sia stato il solo Pelosi, tre sicari siciliani, una banda di neofascisti o di magnaccia, è evidente come Pasolini abbia architettato la sua fine scientemente, con furia cieca e infallibile. Lo ha fatto esponendo tanto il suo ingegno, la sua cultura, la sua passione civile quanto il suo corpo, entrambi spigolosi, duri, inflessibili, alla temperie della vita pubblica e alla tirannia privata degli impulsi. Il suo è stato, a tutti gli effetti, un suicidio per procura.

Il mistero di Pasolini – non della sua morte, ma della sua figura – rimane storicamente (biograficamente) irrisolto; da qui il suo fascino, sorta di scatola nera morale dell’Italia degli anni più esaltanti e insieme oscuri (il ventennio ’50-’70). Mentre l’aereo decolla, penso che neppure sia necessario andare a fondo, scavare. Pasolini non si legge avendo formulato o per formulare ben chiaramente un giudizio morale, o poetico, sulla sua figura; si legge avvertendone l’urgenza profonda, struggente, di verità. Pasolini, anche se indecifrabile, è autentico. Il suo volto, scavato e grinzoso, rifiuta il belletto e mette in mostra una sofferenza che è la sofferenza del mondo. La vita è violenta, sempre. Il finale lo scrivono il nostro coraggio o la nostra vigliaccheria.

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Dall’alto di un aereo il mondo sembra tutto uguale. Palazzi, prati, rocce e fiumi sono i rilievi di una crosta sottile, che lo sciame purulento delle auto ravviva di una prepotenza minuziosa eppure irrilevante, vista di quassù. Viene da chiedersi, mentre si solleva il becco del poderoso uccello che ci ingloba e schiaccia tra i sedili, se esista davvero un posto chiamato “casa”; se questo luogo, inevitabilmente intriso di nostalgia, sia un frutto d’adozione sincera della nostra carne o non, piuttosto, una convenzione buona come un’altra ad assicurare l’ordine sociale. O magari il riflesso di quella paura che dalla notte dei tempi marchia come una stimmate invisibile gli uomini, gettati in pasto al freddo, al buio, a una vita che non capiscono e che per questo appare irrimediabilmente ostile.

Le nuvole: si affilano in uno strato spumoso che la luce del sole, purissima, colora dell’irrealtà di un fondale teatrale. La pressione sale, ottunde le orecchie; il drone cupo dei motori concilia il sonno. J., la testa reclinata sulla mia spalla, ha chiusi gli occhi: forse sogna. Io rimango cosciente, e per un istante accetto di condividere con gli altri un silenzio brumoso: non un’assenza di parole, piuttosto la loro sistematica negazione. Il rombo dei motori e la colonna d’aria che ci soverchia soffocano le parole, riducendo presto ogni chiacchiera abbozzata a un’eco lontana. Provo a sottrarmi alla prigionia, non per scatto morale, piuttosto per noia: impugno la penna, ma le mie dita non sono abituate alla fatica della carta, procedono lentamente – troppo, per i miei pensieri.

Rinuncio e mi tuffo nella vista del finestrino. Praga è alle nostre spalle, distante come un miraggio. Sopravvive nei ricordi, nelle foto, nell’ansia che ogni ritorno reca con sé. Quest’ansia: è la paura di non aver compreso il senso di tutti i chilometri e, insieme, il presentimento della noia della vita quotidiana che incombe, della crudeltà di certe sue insidie; e infine l’angoscia che si dirama sottile dalla nostalgia della libertà provata e la paura di non sopravviverle. Il pensiero, per contrappasso, mi strappa un sorriso, subito smorzato da una nuova consapevolezza. Un’intuizione, che il cielo al tramonto ispira ma che, al tempo stesso, sembra voler allontanare, o meglio cristallizzare nell’ambra dei suoi bagliori affinché non nuoccia ulteriormente; una legge elementare, che la paura cela alla vista: non c’è verità senza dolore. Bisogna accettare la sofferenza, la fatica, l’errore. Solo così il camminare incallito al quale chi cerca s’addestra passo a passo porta alla scoperta di angoli imprevisti, panorami inaspettati, bellezza – non estranea a una malinconia, a una tristezza tutte terrene.

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