Passeremo anche noi

Il momento in cui gennaio vibra dell’impazienza della primavera è una saetta di luce. Rapida come il treno su cui viaggio, diretto verso casa, mi colpisce in fronte, mi costringe a staccare gli occhi dal libro, a rivolgerli al paesaggio che sfuma nel verde e nel giallo della campagna. Sento un’energia nuova farsi strada, un formicolio che si distende frizzante sotto la superficie stanca della pelle. Le mani secche contro la tela ruvida dei jeans si inumidiscono appena. È uno strano calore, un solletico, che accende l’azzurrino della tappezzeria, il verde stinto della scritta Trenitalia sul poggiatesta; il calore di uno sguardo noto che si posa su di me, e che io riconosco; il calore dei quartieri, delle vie della mia infanzia, delle passeggiate dopo i compiti, delle sere placide sul balcone, col ronzio del telegiornale che si perde dietro le tende finissime, scacciato dalla promessa di una notte che domani sarà estate.

Le parole del libro che ho davanti non hanno più senso all’infuori della loro presenza fisica, improvvisamente così evidente. Le lettere paiono scolpite nella pagina, marchi di fuoco nero sulla superficie della cellulosa di cui scorgo i mille crateri. Improvvisamente sono l’esploratore di una luna amorevole e florida, cammino leggero tra i suoi fantasmi e i miei desideri, sono un mio desiderio anch’io. Il controllore, la sua faccia lunga e ossuta, la cortesia intimorita dalla schiavitù con cui la vita gli si annuncia da lì in avanti, mi intenerisce: quando gli porgo il biglietto, vorrei approfittarne, afferrargli la mano e scuoterla, fargli sentire che oltre il puzzo acido dei freni, la polvere dei corridoi e il rombo isterico del locomotore c’è qualcosa, qualcosa che trascende la nostra comprensione ma non per questo bisogna rassegnarsi a perderlo o agire come se non esistesse. Svegliati, gli dico, e per un istante mi vedo al di fuori, o meglio vedo il mio volto, solo quello, come se il resto del corpo e lo scompartimento non esistessero, e nemmeno il controllore; e il mio volto, pallido, ovale, sormontato da un naso adunco che sbuca da sotto la montatura degli occhiali e anzi è tutt’uno con essa, mentre gli occhi non si vedono per un riflesso della luce – il mio volto è quello di mio nonno.

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Mio nonno, operaio tornitore, comunista. Parlamentare della repubblica italiana. Uomo buono, generoso, paziente. Mia nonna lo ricorda con tono della voce partecipe ma sguardo assente: lascia andare gli occhi a perdersi in avanti, cioè indietro, e una parola dopo l’altra, nella sua pronuncia incerta tra italiano e dialetto, dispiega un racconto intimo e asciutto che ha il passo lento dei suoi ottant’anni. Sono a casa sua, ora. Seduto sul divano, abbrancato al bracciolo in pelle che da piccolo mi faceva da primo palo di un’immaginaria porta di calcio nelle sfide a due con mio fratello, ascolto svolgersi la matassa di queste storie. Le solite, ché il repertorio degli affetti, col tempo, tende a circoscriversi a pochi fatti fondamentali. Ma io, che poche ore prima ho ricevuto la benedizione del primo raggio di sole primaverile, stavolta non posso accontentarmi: voglio di più. E dunque con domande mirate la conduco dove voglio andare: al cuore di quell’uomo che un tempo era tra noi, e occupava una così ampia parte della nostra presenza a noi stessi, ed oggi non è.

Presto però mi rendo conto che qualsiasi cosa mia nonna dica – il contenuto dei racconti – è irrilevante. Le biografie non significano la vita di un uomo; al massimo radunano pochi fatti che, in virtù della loro rappresentabilità (la capacità intrinseca di essere raccontati), assurgono a pigra sineddoche, distorcendo il ritratto. Ciò che importa è che mentre mia nonna racconta, io mi ritraggo. Esattamente come in quel frammento di sogno (come altro chiamarlo?) sul treno, una parte di me si sottrae per fare spazio a un’altra. Questa, come allora, si origina dalla stessa sostanza della prima; da qui il maggior stupore: una sensazione di totale familiarità. Io divento, mentre mia nonna racconta, suo marito, mio nonno. Rispetto a qualche ora fa, il processo è meglio definito: non si traduce in una sovrapposizione estemporanea di pochi lineamenti, va più a fondo. Stavolta non vedo la trasformazione dall’esterno, non esco fuori di me; sento che sotto la pelle i tratti cambiano. Il mio naso, che sempre mi ricorda un poco quello di mio nonno quando mi specchio, si trasforma impercettibilmente (si incurva di qualche grado, cresce di qualche millimetro) per colmare così la distanza tra le fattezze originali e il Modello e aderirvi completamente. Allo stesso modo gli occhi, che sento farsi più acquosi, e l’addome, ora più pronunciato come le mani, le dita callose sormontate da unghie spesse e dure, di un rosa che non ammette sfumature.

Improvvisamente sono gli anni ’50, gli anni ’70, gli anni ’90; sono giovane, vecchio, sano, malato, stanco, vitale; tolgo la tuta sporca di grasso, festeggio la vittoria alle elezioni, scrivo i miei discorsi, fumo, studio alle Frattocchie, carezzo le bimbe (mia madre e sua sorella), scopro la malattia, la guardo vincere negli occhi di lei, la mia donna, mia nonna, che nella mia visione, quale che sia l’epoca in cui il racconto mi trasporta, mantiene sempre i lineamenti tesi, allenati dalla fatica della miseria a un rigore che neppure la vecchiaia ammorbidisce. Aneddoto dopo aneddoto, dunque, scivolo, arretro al cospetto di quest’altro me che conquista il proscenio, concretizzandosi in visioni di piccoli e grandi fatti. Non mi estinguo, però; sono comunque sempre io, anche se diverso. La parte originaria di me si mantiene all’erta domandando, incalzando mia nonna – persino riflettendo sulla trasformazione in atto con una crescente inquietudine, che contagia i riflessi della luce pomeridiana e svaluta rapidamente il mobilio a ombra.

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(Non so dire quanto sia durato il gioco mimetico. So che è terminato all’improvviso, in un modo che mi è sfuggito l’attimo dopo che s’è realizzato – esattamente come certi sogni al risveglio.)

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Cos’è la nostalgia? Mi interrogo spesso al riguardo. Lo faccio una volta di più sul treno della sera. La nostalgia, mi dico, è il ricordo di uno stato di grazia, la commozione al cospetto della sua perfezione e, per ultimo (non in senso temporale, ma logico: il processo non è un susseguirsi di condizioni, piuttosto una sovrapposizione caotica) lo struggimento che nasce dalla constatazione della sua attuale assenza. Tutto questo, però, porta con sé un altro interrogativo: quanto c’è di reale nella nostalgia? E, dunque, quanto di legittimo, cioè di sano? Il futuro si immagina, ma anche il passato. Lo si reinventa né più né meno di una bella storia. La vita nei racconti di mia nonna mi appare sotto una luce mitica: un mondo di fame, sudore, sacrificio, ma anche calore, condivisione, futuro. Un mondo duro, nel senso della fatica e dell’evidenza – come una pietra. Mi sembra che immergermi in questo mondo sia l’antidoto perfetto al paradiso fatuo che ci siamo costruiti e in cui, con sempre maggiore sconcerto, abito anch’io. Assumo perciò l’atteggiamento del reduce: simulo nei comportamenti, nelle pose, ricordi che non ho vissuto direttamente ma che, in qualche modo, sono filtrati sino a me. A questi spettri, contaminati dall’immaginario collettivo, attribuisco un potere catalizzatore, quello di farmi viaggiare nel tempo per mezzo delle epifanie occasionali che la vita (e la letteratura) mi riservano.

Il mio smarrimento al cospetto del presente è quindi frutto in parte di una oggettiva condizione ambientale (sociale, politica, culturale) e in parte di un autoinganno. Quale sia maggioritaria non è dato sapere. Tuttavia mi appare evidente che la componente auto-ingannevole pretende di sottarsi ad ogni responsabilità molto più della realtà: indica decisamente il contesto come colpevole, suggerendo che mai, in nessuna epoca, tantomeno in quella di mio nonno, è stato così difficile essere se stessi al cospetto del mondo. I racconti di mia nonna, effettivamente, sembrerebbero dare ragione a questa voce. Il mondo prima era duro come pietra, ma levigabile proprio in virtù delle sue asperità. Oggi, invece, ci stordisce un grado di rarefazione, di immaterialità subdola, figlia del patto sciagurato, da noi benedetto, tra progresso tecnologico e libertà, dove il primo svuota la seconda di senso, regalandoci nel contempo l’illusione di espanderne i confini oltre le possibilità fisiche dell’umano (troppo umano) “qui ed ora”. Quest’immaterialità – una dissoluzione dei rapporti “reali”, per cui ogni tentativo di comprensione del mondo finisce incapsulato in una reazione emotiva da consumare rapidamente, mostrando di guardarsi mentre ciò accade – ci isola, ci immalinconisce, ci incatena a decisioni prese per calcolo irrazionale (il mito suicida della crescita infinita) ma che recepiamo sempre più fatalisticamente, senza cioè capire dove e se ci sia un nemico da sfidare e abbattere. Tutto appare confuso e, soprattutto, senza prospettive di guarigione. Logico, quindi, benedire il passato, sanzionandolo inevitabilmente come “migliore”.

Ma se c’è un effetto che la visione nel salotto di mia nonna mi ha lasciato, e così lo squarcio di primavera che qualche ora prima mi trafiggeva con la sua allegra impudicizia, è l’idea di dovermi sbarazzare di questo inganno, di dover imparare a fare a meno di questo suo conforto. È un conforto dozzinale, perché pretende di fornire un riparo da intemperie che per vivere si rende invece necessario affrontare. Per vivere come mio nonno visse, e come tanti oggi non vivono. Ovvero non nello stesso modo, tentando di emulare gesti e pensieri ostaggio della memoria, del mito addirittura, ma con la stessa qualità: un’intensità naturale, modulata dal rapporto fisico con le cose, non con i loro spettri.

Questa gioia mancava alla visione nel salotto di mia nonna, questa vividezza, il brivido di un raggio di sole che rompe, impremeditato, la nuvolaglia di un gennaio qualsiasi e si distende senza altro motivo che la necessità dettata dalla propria natura. Eccola, la prassi da recuperare. Occorre uscire allo scoperto, andare incontro al mondo. Bucare le montagne e sfidare il vento come questo treno che mi riporta a casa. Con la certezza che, come le nostre più care illusioni e la rabbia, un giorno non troppo lontano, senza dolore e proprio in virtù di questa ritrovata libertà, passeremo anche noi, e così la nostra nostalgia di crederci sconfitti.

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