Non arrabbiarti

Non arrabbiarti, tanto il mondo un giorno farà a meno di te. E’ scritto in un bar alla periferia di P., a pennarello, su un a4 appiccicato storto contro uno specchio proprio dietro al bancone.

Ci sono stato poche volte; l’ultima una mattinata di vagabondaggio in attesa che J. terminasse una commissione. Avevo bisogno di un bagno: a un tratto ho notato l’insegna all’angolo di un palazzo grigio tortora (grigio cielo) con cornicioni e spigoli azzurri. Proviamo, mi son detto.

La proprietaria è russa, il caffè pessimo. Mentre lo sorseggiavo, guardavo altri cartelli appesi sullo specchio, più o meno buffi. Ma a me non veniva da ridere, neppure da sorridere, perché il viso della proprietaria, smunto e grigio tortora (grigio cielo), le braccia e i fianchi scheletrici, mi trasmettevano solo la spossante stanchezza della solitudine. “Non arrabbiarti, tanto il mondo un giorno farà a meno di te”. E ho pensato: quanto dev’essere difficile la vita di questa donna, arrivata fino qui, a P., da un altro paese, lontanissimo, in cerca di chissà che, forse solo di un briciolo di speranza, che ha dovuto lottare, sudare, piangere, magari pure scappare da chi la voleva schiava, quanto dev’essere stata dura.

“Non arrabbiarti”. Mentre la signora, capelli corvini ed elettrici, sfiniti anche loro da troppe ore in piedi e troppo grigio tortora dappertutto, serviva laboriosa caffè, cappuccini, paste, birre a gente ancora più rabbuiata, ancora più triste, ancora più stremata (il bar è un bar di pescatori), ho pensato a quelli che “ruspa”, a quelli che “affanculo nel loro paese”, a quelli che si arrabbiano e sputano parole al curaro per esorcizzare il proprio male, le proprie frustrazioni, le proprie paure sulla pelle di chi, invece, addenta la vita per strapparle pezzi di gioia futura, o almeno una promessa. Il mondo un giorno farà a meno di voi, ho pensato. E quasi ho sorriso.

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