Napoli

Non c’è tesoro senza polvere. Napoli è i dobloni d’oro del vecchio pirata guercio e la fatica della buca che dissotterra lo splendore. Passeggiando per San Gregorio Armeno pensavo: quanta gente, tutta qui. Mai visto tanta gente in un unico posto. Napoli è un circo perenne il cui tendone è un cielo che incredibilmente risplende anche quando sole non ce n’è.

Via Toledo: signorile. Uno sputo la separa dai Quartieri Spagnoli, reticolo pittoresco in cui fanno capolino gli stereotipi della napoletanità (Pino Daniele, gli scooter cavalcati senza casco, i vicoletti, Gomorra, le bettole che sanno di fritto). Quasi sembra impossibile che un teatro tanto affollato possa avere un palcoscenico come Piazza del Plebiscito, in cui si respira, più densa che altrove, quell’aria di nobiltà ottocentesca che sa di sfarzo galante, baffi impomatati e carrozze coi cavalli. La luce, dentro il palazzo Reale, scende morbida e un po’ untuosa.

Non mi ci sono perso, dentro Napoli. Mi ha avvolto come un guanto, stordito con i suoi profumi (ah, la sfogliatella riccia!), assordato con i suoi strilli e la sua rutilante dismisura – esorcismo necessario contro la sventura e la colpa di essere Napoli. Frugarci dentro è stato come essere a casa.

Napoli, una grande fabbrica di umanità. Cinica, spietata, di un’amoralità incorruttibile, irredimibile. Come la bellezza vera.

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