Lungo il corso

Le vie intorno all’ospedale sono piste da ballo per i tossici. Muti e spietati, scivolano sull’asfalto con una grazia storpia che s’intona alle radici poderose degli alberi che squassano i marciapiedi. Il ceruleo innaturale del viso è un antico stratagemma mimetico: quelli s’affilano lungo i muri in cemento armato, i cancelli arrugginiti, e tu quasi non ti accorgi dei loro nasi adunchi, della pelle masticata, dei denti come finestre rotte. Uno mi viene incontro, temo protenda la mano ossuta e scandisca querulo il tariffario: 50 centesimi per l’autobus, 1 euro per un panino. Ma no, niente. Le pupille, come spilli, galleggiano nell’albume del cristallino. Cieche, mi attraversano, dardeggiano nel nitore di un pomeriggio di fine aprile e si spengono, dopo un paio di rimbalzi, sul bordo della carreggiata, tra le cartacce. Mentre cammino, penso: è davvero questione di un tiro di dadi essere loro? Oppure indossare quei giubbotti di jeans logori, le camicie a fiori chiazzate di sangue, le scarpe da tennis luride, puzzare di alcool denaturato, cedere agli spasmi muscolari è piuttosto un conto salato ma inevitabile?

Infilo le mani in tasca, le stringo a pugno. Le tasche sono vuote, la testa pesante per il sonno. Il traffico intorno a me è una sinfonia balbettante, un cortocircuito, mi ipnotizza. “Irene, Irene!”. Mi scuoto. Le grida provengono dal centro esatto di un cespuglio di capelli neri, lunghi, sfibrati, dalle radici color tortora. Il centro del cespuglio è una bocca dalle labbra gonfie, cucita malamente, come la bocca di una bambola di pezza, su un volto pallido e informe. “Irene, Irene!”. Con chi ce l’ha la donna? Con una saetta. Il corpo che, fasciato di bianco, sposta l’aria e saccheggia gli sguardi di un piccolo accrocco di curiosi è un equilibrio perfetto di pieni e vuoti. I muscoli delle braccia e delle gambe in rilievo, tesi dall’andatura e dalla fatica di ignorare i piagnistei della donna, definiscono forme nitide fino al parossismo. L’apparizione – perché di questo si tratta – si dilegua in una scia di profumo lungo il corso.

(Ho camminato così tanto, sembra pochi minuti fa che riflettevo sul dio che gioca a dadi lungo un’arteria di case basse e insegne sbiadite. Ora sono dove i palazzi si tendono imponenti e le strade s’infittiscono di pedoni, e i negozi risplendono come tanti piccoli satelliti. Qui, dunque, la saetta dalla falcata elegante e maestosa ha ragione, la donna dalla bocca di pezza, meschina, ha torto.)

Mi fermo un istante, penso alla mia meta: non ne ho una, è piuttosto un’idea vaga, un desiderio di contatto. Nulla per cui rinunciare al brivido di un inseguimento imprevisto. Le due donne procedono nella stessa direzione: la saetta stacca di tre-quattro metri la vecchia nera, che continua imperterrita a strillarle contro il suo nome. Glielo getta appresso come un osso, ma quella lo reputa indigesto e non abbocca. Man mano che avanza nella calca, la forza della pantomima s’allenta, impara il ritmo delle camminate svogliate, ingombre di buste, borse, passeggini, messaggi al cellulare. La donna non urla più, borbotta, fa andare lo sguardo frenetica e rassegnata. La saetta è scomparsa, dunque la marcia sciancata del cespuglio nero assume i contorni del delirio alcolizzato, uno spettacolo a cui la brava gente del corso è addestrata a non prestare interesse. Ora siamo in un vicolo: la donna, muta, è fissa davanti all’ingresso di un palazzo, un androne costellato di targhe d’ottone lucide, i caratteri duramente cesellati. Fa tre passi indietro, si volge verso di me, ma anche lei, come il tossico prima, non mi vede e passa oltre.

“Ne scriverò”, penso. Ma sono giorni che non scrivo e faccio propositi, e faccio propositi anche di scrivere su me che non scrivo e faccio propositi. Un altro cortocircuito, come prima il traffico, che mi riempie la testa. La occupa non con il guizzare tipico delle intuizioni, piuttosto con la massa inerte di certi dialoghi increduli, quelli in cui ripeti più volte le parole perché non le comprendi, e infine, a furia di risuonarle in bocca e in testa, molli anche gli ultimi ormeggi che ti legano a un qualche sparuto abbozzo di significato ed è il nulla, un mare piatto.

Il mare, quello vero, al cui cospetto ora mi trovo, invece si muove, ma pigramente. Borbotta, ma senza che questo borbottio lo si possa udire, senza che disturbi. La sua opposizione ai costumi, agli abbronzanti, agli asciugamani, agli aperitivi, alle pagine di sport, fatica ad imporsi. Tutti ciechi e sordi siamo diventati. Chissà se per un tiro di dadi o per una punizione inevitabile.

Prendo tre respiri lunghi, come un talismano, mi volto e mi incammino verso casa.

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