L’inciviltà della comunicazione

La grandezza di un’epoca si misura dalle risposte alle domande fondamentali: chi siamo, da dove veniamo, dove vogliamo andare. Il termine “risposte”, qui, non va inteso nell’accezione più generosa. Interrogativi come questi non hanno soluzioni compiute, solo abbozzi, ipotesi, speculazioni. E però le riflessioni che ne scaturiscono, e gli atteggiamenti che da queste derivano, ci dicono molto sull’epoca in questione. Testimoniano innanzitutto che ci si è posti gli interrogativi; che, dopo la crisi dell’evo precedente, si ha avuto il coraggio inesorabile di guardare negli occhi lo spettro delle paure collettive, delle angosce collettive, per cercare di domarlo con un nome. Antichità, Risorgimento, Illuminismo, Novecento: ogni era ha definito se stessa in base ad un orientamento di fondo nei confronti della contemporaneità, da cui sono derivati sogni, orrori, promesse, proiettati su un futuro che appariva inevitabile, impossibile da ignorare. La definizione è inconscia: non avviene sotto spinte programmatiche, e persino i manifesti teorici sono sintomi, conseguenze. Lo Spirito del Tempo parte dal pulviscolo delle vite individuali e rivela il suo disegno come un gioco di puntini che si uniscono nel momento stesso in cui l’intelligenza collettiva elabora la trama. La Storia, come il destino, è una forma di creatività superiore.

Nella nostra epoca questo meccanismo sembra essersi inceppato. Il suo tratto distintivo è l’elusione sistematica di ogni interrogativo complesso sul mondo, dunque la negazione di ogni tentativo di risposta. Come è possibile?

Abbiamo rinunciato alla riflessione. Anche qui, non consapevolmente, ma si fosse trattato di una scelta lucida i risultati non sarebbero potuti essere più pervasivi. La mitologia degli ultimi vent’anni si è srotolata fulminea, scintillante tappeto rosso sotto i piedi delle corporation e del capitale finanziario, a cui un misto di frainteso ottimismo, cinismo e senso di colpa ha attribuito, in epoca tardocapitalista, la libertà d’azione di esseri senzienti dotati d’istinto e sagacia tali da compensare l’assenza di coscienza morale. Prosciugati degli anticorpi delle ideologie, frustrati da uno stallo generazionale e da un’ansia di futuro sgrammaticata, non abbiamo potuto far altro che subire il processo, rabboniti dalla consolazione di una minuscola quota azionaria: lo storytelling. Questa sottile pratica di abrutimento indotta dalla propaganda massiccia dei new media, nata per giustificare la sostaziale vacuità del ciarlare “social”, ha fornito alle vittime della più profonda crisi identitaria e culturale di sempre, quella attraversata dall’Occidente ad inizio 2000, l’occasione di sentirsi parte di un mondo (fittizio) perennemente eccitato dalla roboante retorica della connessione infinita, delle infinite possibilità della tecnologia. Il termine “mitologia”, che ho usato sopra, non è casuale: nella società della comunicazione tutto è decantato con toni spettacolari, trionfalistici, epici. Dall’impresa del campione di sport alla nuova marca di sottilette, nulla sfugge alla dittatura dell’emozione. Che, per definizione, trionfa su tutto, anche sulla nuda, arida, dura, tragicomica, grottesca, squallida realtà dei fatti, ormai ostaggio degli aedi post-postmoderni, i copywriter, che infestano i social (la nuova sfera pubblica) di pessimi slogan, paraletteratura da dilettanti e fake news.

Da piccolo ero un consumatore affezionato di barrette al cioccolato. Non c’era spesa al supermercato che non si chiudesse con un mio colpo mancino: approfittando della tipica collocazione di questi snack vicino alle casse, afferravo la confezione sottile – da sei, mi pare – e la gettavo di nascosto in mezzo al resto della spesa. Se andava bene, i miei se ne accorgevano solo quando l’addetta del supermercato la scostava dal mucchio dei prodotti depositati sul tappeto scorrevole della cassa per passarla al vaglio del lettore di codici a barre. Sotto lo sguardo di rimprovero dei miei, il bip luminoso del decoder sanciva il trionfo della mia volontà. Se andava male, prima della cassiera arrivava la mano di mio padre: partivano allora negoziati brevi e furenti, che terminavano solitamente con la resa della mia diplomazia involuta e capricciosa e un mare di pianti.

Erano maggiori le volte in cui finiva bene. Per questo ebbi svariate occasioni, durante gli anni della mia infanzia, di familiarizzare con la confezione delle barrette. Su uno sfondo – neanche a dirlo – bianco latte, opposo al logo che svettava in alto a sinistra, si stagliava il volto di un bambino che, sorridente, mostrava orgoglioso tre di queste barrette, una delle quali ancora avvolta nella carta. L’immagine era perfetta in ogni dettaglio. Il bimbo era un esemplare immacolato della razza ariana, somma e superamento di un paio occhi azzurri, un ciuffo biondo, incarnato roseo ma non troppo, labbra ben disegnate, denti bianchissimi, il tutto fasciato da una mandibola acerba che lasciava intuire un futuro volitivo. Le barrette. Quella confezionata, in primo piano, offriva all’adorazione della mia infanzia il marchio, generoso dispensatore di tanto godimento. Quelle nude, fungevano da specchietto per le allodole: a loro il compito di stimolare le papille gustative con una fantasia di guglie in cui morbidi avvallamenti si alternavano a spigoli perfetti, e su tutto, a trionfare in un abbraccio morbido, che redimeva la compattezza quasi gelida del ripieno al latte, la sinuosa opacità di una sottile coltre di cioccolato.

Più guardavo la foto e più ne ero rapito. Non mi passava in mente che potesse essere stata manipolata. Anche quando, tornato a casa, sfilavo dalle buste cariche di ogni sorta di mercanzia la mia scatola preferita e, senza troppi convenevoli, in preda alla febbre del gusto, con la bocca che già sapeva di zucchero, tiravo fuori uno di questi tesori e lo scartavo, anche lì, con l’evidenza di una barretta certo ben disegnata ma non luccicante e definita (in una parola: vera) come quella della foto, non sospettavo alcun trucco. Quando ci pensavo, ipotizzavo confusamente che dovessero esserci scatole con barrette perfette ma che, per qualche ragione, non capitavano a me. In alternativa, mi convincevo che lo scatto era in realtà un disegno, inappuntabile, ma pur sempre un disegno. E dunque controllavo la confezione centimetro per centimetro, come un giovane segugio, avvicinandola agli occhi fino al punto, paradossale, di smarrire il senso di ogni particolare. Non ne cavavo niente e scacciavo il pensiero.

Più grande, iniziai a prestare maggiore attenzione ad una scritta posta sul retro della confezione, in piccolo, una scritta da cui, tutte le volte che l’avevo letta, non avevo tratto alcuna indicazione: “L’immagine ha il solo scopo di presentare il prodotto”. Che significava? Che la foto mentiva? Che era possibile aggiustare la realtà, renderla migliore di quello che era, ad uso e consumo di un pubblico? E soprattutto, in che modo quella finzione poteva essere moralmente accettabile, dal momento che non di un film si trattava, ma di un oggetto acquistato con gocce di un sudato stipendio, poche, è vero, ma pur sempre gocce spremute al tempo sottratto alla vita con impegno, fatica, costrizione?

L’epoca in cui viviamo sceglie di ignorare, sistematicamente, la frase “L’immagine ha il solo scopo di presentare il prodotto”. La passa sotto gli occhi decine e decine, centinaia di volte al giorno, ma senza comprenderla realmente. C’entra un po’ l’analfabetismo funzionale, l’incapacità, sempre più diffusa, di sviluppare concetti complessi, di cercare o creare nessi tra idee elementari che, invece, rimangono isolate, mosche impazzite nella solitudine di una tela di riferimenti di cui sfugge la trama. C’entrano anche i meccanismi dell’inganno tipici del potere, o quelli dell’autoinganno tipici della natura umana, che hanno un punto di congiunzione nella sventatezza con cui sproniamo il mondo al galoppo verso un futuro prospero di un benessere sempre più meccanico, svincolato cioè dalla ragione di fondo di quel benessere: la felicità. La fede cieca nell’idea che una vita migliore sia conseguenza non di una maggiore consapevolezza di sé e del mondo, di una nuova sensibilità, ma di una rinnovata forza della materia(lità), scatena il desiderio di esorcizzare l’assurdo della condizione umana con una concentrazione di nuovi beni (oggetti, ma anche fama e consenso, purché misurabili, visibili, tangibili) di cui i social costituiscono la vetrina naturale, prediletta.

Questo cinismo è una condizione che accomuna spiriti deboli e spiriti cosiddetti forti, seppure con gradi diversi di lucidità. La morale imperante prevede la narrazione del movimento, del progresso, del fare, prima del progresso, del movimento, del fare, accompagnata magari da una sovraesposizione mimetica del sentire, tanto per non sembrare troppo aridi. Raccontare è più importante di vivere; sceneggiare un sentimento è più urgente di provarlo e accettarlo in tutte le sue sfaccettature, che contemplano sempre un residuo di meschinità, odio, insofferenza, volgarità, dubbio, paura, anche quando il sentimento è bello, nobile, etico. Se dobbiamo (dimostrare di) fare a tutti i costi, diventiamo la caricatura di un uomo d’azione. Ci crediamo impavidi esploratori delle frontiere ultime della vita, mentre al massimo siamo marionette nella polvere del teatro di posa delle nostre paure. I burattinai? Noi stessi, sdoppiati e nevrotici, divisi tra la vocina che seduce con le promesse di onnipotenza del nuovo Eldorado hi-tech, iperconnesso ed eternamente performante, e il grido disperato di un’altra voce, più profonda, la voce di una coscienza che si osserva sprecare i suoi talenti, le sue energie migliori, ipnotizzata e risucchiata da un vortice di menzogne.

E così la comunicazione di massa è la nostra barretta di cioccolato e la domanda che eludiamo, sistematicamente, è: che tipo di rapporto vogliamo instaurare con la realtà? Vogliamo assecondare la natura speleologica del pensiero, cioè scrutare e inabissarci nelle cose, inebriarcene fino alle viscere, accettando la frustrazione di non riuscire a penetrare completamente il mistero ma anche l’ebbrezza, il brivido di un’impresa impossibile che regala, ad ogni passo, consapevolezza, sorpresa, magia? Oppure limitarci a gettare uno sguardo, tanto ampio quanto insoddisfatto, lungo un orizzonte sterminato e piatto e rimanere così, contesi tra contemplazione nevrotica e distratta voglia di azione, incapaci di sentire, prendere posizione, scegliere?

Porsi questa domanda e cercare di abbozzare una risposta ci renderebbe esseri umani se non migliori, almeno più presenti ed empatici verso il nostro stesso destino. Ci permetterebbe di recuperare un’idea di futuro e, in generale, di dare un’impronta (spirituale, etica, estetica) più decisa a questa nostra società, nella quale il progresso culturale si è lasciato sedurre dal paradiso artificiale di un presente eterno che eternamente ci sfugge. Se ci sfugge è anche perché le parole non ci aiutano più: in questo parco giochi virtuale si può dire e contraddire, fare e disfare senza pesi, conseguenze, responsabilità. Ogni ragionamento, ogni protesta, ogni rilettura, sono validi, anche i più bizzarri e irrazionali, e la sanzione di legittimità la dà la presenza di un pubblico, come se il consenso (meglio se solo virtuale: è persino più rumoroso) fosse garanzia di intelligenza, profondità, originalità. Di questo passo ci lasceremo alle spalle un deserto digitale: la nostra biografia sarà la scialba sommatoria dei pulsanti che abbiamo premuto. Non un grande affare, essere barattati per una sequenza di uno e zero: per quanto infinita, questa stringa non è la formula della trascendenza, piuttosto la sua mimesi più comoda e sterile, quella che non tocca lo spirito, non lo discute, non lo costringe ad interrogarsi.

Vivere in un mondo del genere non è appagante come la vita, pur con tutte le contraddizioni e le paure indotte dallo spettro della mortalità, dovrebbe essere. È solo fatica, tanto più spossante perché non conosce la redenzione dell’intuizione che si avvera, del pensiero che si fa azione, della coscienza che si fa mondo. Il sentire comune, cioè il percepirsi insieme nella realizzazione di un unico destino, è oggi un esercizio anacronistico; il fare oltre misura, senza cioè concedere nulla alla speranza e neppure alla disperazione, una complicazione inconcepibile. Più rapido (e indolore) abbandonarsi al chiacchiericcio costante di cui ribolle la socialsfera e sperare che questo basti ad assicurare un qualche futuro, uno qualsiasi, magari non troppo avido di carezze per il nostro ego da aspiranti vincenti e in realtà anestetizzato, serializzato, sconfitto. Da una bella confezione di carta, bianca come un latte che non berremo mai, con sopra il bimbo che vorremmo o avremmo voluto essere, pronto ad allietare il mondo con l’ennesima, inutile bugia.

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