La noia

La noia. Vorrei annoiarmi, come da bambino. In certe giornate d’estate, la luce accecava di mille riverberi le vie deserte della città, trapassando le chiome dei pini, spezzandosi in mille ombre furiose contro gli spigoli. Fiaccava ogni slancio, spandeva un calore untuoso sui minuti, afferrandone al lazo la corsa e inchiodandola al meccanismo improvvisamente arrugginito dell’orologio. In quelle giornate, in quella luce, il tempo era un’ipotesi nebulosa, un’eco sconosciuta.

Giocavo ai soldatini sul balcone di casa. Dalla strada rimbalzavano gli schiamazzi dei venditori ambulanti. Dirimpetto, un peana alla brutta edilizia urbana traforato di mille finestrelle vive, sudate, affaccendate, mi offriva una piccola distrazione. Ma tra un assalto alle trincee di cartapesta, una corsa nella giungla degli invasi di prezzemolo e una tregua con bandierine issate su stecchi di gelato, avvertivo la densità beffarda del tempo. Se ne stava lì, pallido fantasma appollaiato sulla cima delle mie fantasie, a osservare divertito gli sforzi della mia volontà tenace, i minuscoli esorcismi guerreschi che sceneggiavo con pazienza certosina.

Le sorti del conflitto si ribaltavano presto. Un esercito di desideri inesprimibili, di oscure fantasie di evasione, mi cingeva d’assedio nel fortino dei miei 6 anni. La cavalleria dei minuti interminabili puntava decisa verso le mura del mio ingegno, ma avanzava con la calma implacabile dei presagi. Prima della resa, inevitabile, l’aria si faceva rarefatta: mi assaliva una stanchezza vigile, simile alla spossatezza di una coazione a ripetere che si disvela nell’inquietudine. Sbadigliavo.

In questa fenomenologia non c’è posto per il rimpianto del tempo sprecato o la voglia ex-post di essere altrove. I bambini non sanno né dell’una né dell’altra, e l’adulto che sono diventato è scarsamente interessato all’archeologia delle possibilità. In quelle giornate d’estate esisteva solo un grumo confuso di attese non appagate, l’aspettativa di qualcosa di grande che non era arrivato, e tanto bastava. Oggi, questo scrigno di niente mi pare la più preziosa delle conquiste.

Io mi annoiavo. Nella penombra del soggiorno lampeggiava la tv accesa. Nessuno l’ascoltava. Non mio fratello, che dormiva il sonno beato dei suoi due anni, né la babysitter, persa nella lettura degli oroscopi. Ma la noia non mi era sgradevole. Non posso dirla estranea: la forma del mio scontento coincideva perfettamente con quella del mio corpo, e dunque la noia mi era necessaria, persino naturale. Mi sentivo a mio agio in quella solitudine soporosa: non mi precipitava nell’immobilità, semmai mi costringeva ad immaginare. Ad ogni sconfitta seguivano campagne sempre più accese: molti valorosi soldatini cadevano sul campo e i carri armati scoprivano montagne di scatole di scarpe sempre più alte. Lo squasso dello sbadiglio era il germe del racconto.

A decenni di distanza da quelle estati, la mia vita non teme più i mostri della fantasia. Dunque più che uno spettro strafottente, oggi la noia mi sembra l’opulento visitatore di un parco cittadino. Le terga enormi, occupa il posto accanto al nostro sulla panchina, ci costringe in un angolo. Apre il giornale spiegazzato, borbotta a mezza bocca qualcosa, ma non cerca davvero di coinvolgerci in una conversazione. La sua invadenza non è irruente, e ci si abitua. Quando si alza, attratto da una qualche incombenza che esiste solo in forma di remota possibilità o nell’impossibilità del desiderio, ci permette di riappropriarci di uno spazio che non pensavamo, che non ricordavamo più. Quella riscoperta è il suo testamento, regalo sproporzionato per generosità al fastidio che ha arrecato incombendo sui calcoli e le attese del nostro tempo libero.

È così che funziona la noia: scava uno spazio nell’anima, uno spazio che non sospettavamo, solo per donarci il piacere di sentirlo (di nuovo) nostro. Occorre coltivarlo, quel lembo di incoscienza: guai a lasciarlo a se stesso, ci germoglia il vuoto. E il vuoto è nemico della fantasia, del desiderio, della vita. La noia non è il vuoto, ma è la sua condizione meccanica. Scavare una buca sulla spiaggia non implica necessariamente l’inciampo del piede che verrà. Se si è avveduti, si scansa il pericolo.

Oggi abbiamo sempre meno occasione di annoiarci, e questo è un guaio. Non ci sono minuti di niente. Il silenzio è raro, e quando viene – dopo una lunga giornata di lavoro, faticoso come la scalata di un pellegrino lungo un pendio inaccessibile – è disturbato dalle infiltrazioni della modernità, questi telefoni che trillano, notificano, parlano. Il privato ci è stato scippato: benvenuti nel regno della connessione infinita, del chiacchiericcio infinito, della condivisione infinita, dei consigli infiniti su come riempire il tempo, che guai a lasciarlo lì a soppesarsi, come se potesse marcire. Di che? Ovvio, di noia. La pubblicità non lo dice apertamente, ma il sottotesto di ogni spot – che si tratti di dentifrici, SUV o vacanze alle Seychelles – è: combatti la noia. Anzi, non combatterla (combattere presuppone già un contatto, anche solo concettuale, ma guai!): previenila. Il male assoluto.

Bambino, avessi avuto intorno tutta questa solerzia contro i tempi morti, non avrei potuto coltivare alcuna immaginazione. Niente storie di detective, mostri, corse spericolate su macchine del tempo. La mia fantasia sarebbe stata un deserto di stimoli indotti, masticati in fretta e furia per lenire l’ansia del “cosa fare adesso”. Adulto, non c’è ragione di credere che non debba coltivare ancora queste pause dal caos. Il pragmatismo (o la sua mancanza) qui non c’entrano: essere “grandi” non può e non deve ridursi ad un bagno meccanico di realtà. Per quanto mi riguarda, sogni e fantasie, narrazioni che solo nella noia possono germogliare, hanno la stessa importanza vitale di un sorso d’acqua fresca, di un respiro profondo, del sentire la terra sotto i piedi. Una reale necessità.

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