La fede

La fede è un uomo anziano che cammina leggermente ricurvo in avanti, le braccia dietro la schiena. Indossa pantaloni di velluto marrone, scarpe di pelle nera lise e incrostate di fango, una giacca a quadretti che vira al sabbia. La fronte è spaziosa, il cranio rasato cortissimo, gli occhi azzurri, i movimenti nodosi come un bastone di legno, quello stesso che ne sorveglia i passi e li scandisce con un battito sordo. Quest’uomo, incarnazione di una fede inflessibile è, o meglio era, mio nonno.

Padre di mio padre, maresciallo dei pompieri in pensione, vedovo. Camminava: basterebbe quest’imperfetto a definirne il moto esistenziale prima che fisico, la traiettoria di un corpo scolpito nella disperazione della guerra, nella fatica della fame, nel vigore della ricostruzione e, alla soglia degli ottant’anni, non ancora tramontato. Anche ora, in un mondo che gli appariva irrimediabilmente confuso, si lanciava nelle vie, nelle piazze, tra i palazzi, animato da una vitalità cocciuta, intonando buongiorno e buonasera come ordini, arrestando le macchine con gesti imperiosi.

La città era per lui un perimetro definito da tre punti: la sua abitazione, una villetta malandata, schermita da un cancello arrugginito e fitto di rampicanti; la casa dei miei, tappa intermedia delle sue scorribande e fonte di momentaneo riposo; la chiesa del rione, una costruzione moderna dal corpo basso ed esile e la curva degli spioventi pronunciata. Ai miei occhi di bambino pareva un tendone da circo. Ci andavo ogni domenica mattina con gli amici del catechismo: varcato l’ingresso, gettavo un occhio al terzultimo banco della fila sinistra e ci trovavo sempre mio nonno, di solito inginocchiato, le mani giunte in preghiera, gli occhi semichiusi. Transitando lungo la navata in fretta, sentivo la sua voce intonare le orazioni e l’aroma pungente e duro del suo dopobarba. Sedevo al mio posto, aprivo il foglietto con le preghiere, le recitavo senza convinzione e senza nemmeno capirle e mi chiedevo se per mio nonno quelle parole significassero qualcosa; se stare lì inginocchiato, inchiodato al bancale dalla dizione stentorea del sacerdote, un ometto tondo e roccioso che sospirava, volgeva gli occhi al cielo, benediceva, condannava, assolveva senza che nulla ne alterasse mai l’espressione quieta del viso paffuto; se stare lì, dividere lo spazio con quegli estranei pensosi, i corpi contratti come per un dolore, le palme allargate al cielo, gli occhi spalancati e la bocca che quando non pronunciava pentimenti masticava a vuoto, se tutto questo, insomma, avesse per lui un senso che non fosse semplicemente la paura, la paura di morire, soli. Certo che sì, mi rispondevo: i suoi occhi, così duri e decisi, erano di quelli che non ammettevano dubbi. Era un uomo religioso nel profondo, per vocazione intima, non per necessità di sopravvivenza; e, per giunta, di una religiosità antica, che non sapeva prescindere dall’esteriorità delle cose. Credere in Dio non era soltanto una faccenda spirituale, piuttosto un corollario di atti, parole, icone. Dunque la messa, ogni giorno e per tutta la vita; la lettura del Vangelo, a piccoli sorsi, ispirazione continua di detti memorabili che spiegavano, nel mezzo delle rare conversazioni, l’apocalisse che gli ispirava un mondo troppo disordinato; un gusto spartano in tutto, retaggio di una vita militare che aveva scelto come logica conseguenza della sua vocazione e non il contrario; e poi quadri, statuine, immaginette, rosari, ramoscelli d’ulivo, crocefissi, tutta l’oggettistica santa possibile, che ammuffiva alle pareti e negli angoli della sua abitazione buia, polverosa, litigando lo spazio vitale con pochi mobili antichi, ogni sorta di medicine e i cimeli della moglie morta.

Quando lo interrogavo su mia nonna, si illanguidiva un poco. Scostava la coppola dal capo, se lo carezzava lentamente con la mano, facendo frusciare i capelli cortissimi, freschi di rasatura. Il corpo spigoloso pareva rilasciarsi. Si sedeva in cucina e raccontava qualcuna delle sue storie preferite: di quando la nonna mi inseguiva per casa perché, anziché mangiare, volevo giocare ai soldatini; o di quando, per farle un dispetto, le nascosi una collana nel vaso del basilico; o ancora di quella volta che andammo tutti e tre alle giostre e mia nonna mi disse che presto avrei avuto un fratellino. Questi racconti sereni convergevano sempre verso il traguardo della malattia, dell’ospedale, della morte. Mio nonno allora sollevava lo sguardo dal pavimento e lo volgeva intorno, come cercasse qualcosa. Le parole gli uscivano a singhiozzo, intervallate da lunghe pause; io l’ascoltavo in silenzio, trattenevo il respiro quando mi pareva di vedere brillare agli angoli di quegli occhi così azzurri una lacrima, e invece niente, perché nonna era “con Dio” e da “lassù” ci guardava, e non si doveva piangere, né essere tristi, solo vivere, continuare a vivere, a camminare in lungo e in largo in quel triangolo minuscolo di mondo. Tra la sua casa, la nostra e la chiesa, per le strade battute dalla pioggia, dal sole e dai suoi passi, mio nonno aveva radunato tutte le ragioni profonde della sua vita: il quartiere dov’era nato e cresciuto, il conforto della famiglia, e soprattutto un luogo in cui intonare le preghiere a un Dio che a me pareva insensibile ma che su di lui esercitava un richiamo irresistibile. E quest’idea alleviava la solitudine e alleggeriva i chilometri che, a loro volta, accorciavano l’attesa. Certo, non era facile abbandonarvisi del tutto: qualche volta mio nonno soffriva. Ma non tanto il pensiero della morte gli risultava opprimente, quanto il dolore, o meglio la paura del dolore. Prova ne era l’assillo con cui combatteva, a suon di prescrizioni strappate al medico per sfinimento, ogni minimo sintomo. C’era, in mio nonno, questo: una perenne attesa della morte, evocata sempre più spesso negli ultimi discorsi come una decisione irrevocabile che, tuttavia, incomprensibilmente, tardava ad arrivare, e da qui una specie di inquietudine, la paura irrazionale di essere tagliati fuori da una festa di misericordia e bellezza eterne. Le preghiere divennero sempre meno augurio di beatitudine per un genere umano ormai votato all’autodistruzione e sempre più desiderio di oltrepassare la soglia, di addormentarsi e non svegliarsi più, come ogni buon cristiano meriterebbe. Tutto, allora, sarebbe stato splendido: le auto non sarebbero andate così veloci ai semafori, il telegiornale non avrebbe più raccontato scempiaggini incomprensibili, le parole non sarebbero mancate mai, niente più vuoti di memoria che negli ultimi tempi rendevano incerte le passeggiate. Ogni cosa sarebbe stata nitida come in gioventù, il mondo avrebbe riacquistato la sua dimensione naturale, cioè cristiana, logica e amorevole, e si sarebbe fatto festa con i vecchi amici e la nonna.

Quando lo ricoverammo, nel letto di ospedale si lamentava, stupito più che addolorato, per quel corpo fino a quel momento inflessibile che ora bruciava di febbre e lo tradiva. “Dio, cosa ti ho fatto?” supplicava un crocefisso sulla parete verdognola della stanza che divideva con un paio di altri anziani grigi e muti, ma era come se parlasse a se stesso. Mio padre, seduto gli aggiustava il cuscino, gli rabboccava il bicchiere, controllava la flebo; poi si alzava, si affacciava sul corridoio, guardava passare gli infermieri, attendeva i medici: li interrogava brevemente e mentre quelli rispondevano simulando un’afflizione che schermiva a malapena il fastidio dell’autorità seccata, ne scrutava il viso a fondo, come per afferrare meglio le parole, la proporzione corretta di ciò che accadeva. Infine ritornava al letto, dove sistemava un altro po’ il cuscino, le coperte, gettava un occhio al padre, si stupiva di quella figura tonante improvvisamente divenuta così piccola, gialla e lamentosa, e alzava gli occhi al crocefisso che restava in silenzio. Così io, che a quel nonno un po’ di bene volevo, non tantissimo, perché è difficile amare tanto un uomo così preso dalla propria disciplina, ma un po’ sì. E come altre volte, davanti allo spettacolo della morte che ti stende su un letto e non le importa dei chilometri che hai percorso e di quelli che vorresti percorrere, del bene che hai fatto e persino del male, mi veniva da stringere i pugni e piangere e gridare. Non feci niente. Aspettai con mio padre. Enzo, maresciallo in pensione, gran camminatore, se ne andò di notte, sfinito, senza l’onore di una risposta.

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2 Comments La fede

  1. Domenico 1 agosto 2018 at 7:37

    Molto bello. Non sono un grande lettore ma questi scritti mi appassionano.

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    1. Inunfuturoaprile 1 agosto 2018 at 10:50

      Salve Domenico, grazie mille!

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