Il sogno dell’aviatore

Durante la mia adolescenza, per qualche ora, sono stato un eroe leggendario. “Il sogno dell’aviatore”, lo chiamo io, perché mi sembra una di quelle cose alla Saint-Exupery, una fiaba su un mondo che cambia. Il mio.

Se ci ripenso, mi pare che il tema paradossale del sogno fosse la malinconia del risveglio, quella sensazione di scivolare via lentamente da un mondo che non comprendi ma in cui ti senti a casa a un mondo in cui comprendi ma che ti sembra estraneo. La malinconia del sogno era la consapevolezza che mi sarei svegliato.

Una base militare, con un malconcio hangar metallico e una pista piena di aerei e soldati. La notte inghiottiva i profili in un riverbero blu elettrico. Le bombe piovevano dal cielo a grappoli e creavano tra i soldati lo scompiglio dei pesci nello stagno quando lanci il sasso. Mi riparai in un aeroplano. Il quadro comandi era quello di una vettura d’epoca: girai una chiave e col motore singhiozzante mi avviai lentamente verso l’uscita dalla base. Le bombe continuavano a cadere, ma svanito l’effetto sorpresa i danni sembravano più contenuti e il panico lasciare il posto a una composta disperazione.

Nel lento esodo, ai militari si aggiunsero i civili. Tra questi, una ragazza: camminava accanto al mio aeroplano. Cacciai il braccio sinistro dal finestrino e le presi la mano: un gigante di metallo che passeggiava tenendosi ad una piccola bionda. Proseguimmo così fino a che non raggiungemmo un incrocio. Nel frattempo la folla era svanita: da una campagna atomica eravamo passati ad una città di palazzi marroni, le facciate tutte uguali. Un semaforo piantato al termine di una corsia era l’ultimo residuo della civiltà.

Qui io e la ragazza bionda ci separammo. Non ricordo se ci furono discorsi. Ricordo che ero triste, e che quando azionai le eliche per permettere finalmente ai motori di fare quello per cui erano stati progettati, avvertii una specie di scossa che mi svuotò tutto.

Evidentemente non partii, perché subito dopo stavo procedendo spedito lungo una strada di città che conoscevo bene. Non camminavo: surfavo sull’asfalto a bordo di un guscio di tartaruga rovesciato. Più che scivolare, in effetti, venivo risucchiato in un moto senza attrito. Avevo addosso una tela di cera gialla, di quelle che da bambino la mamma usa per ripararti dalla pioggia. La strada cingeva un palazzo dalla facciata infinita e leggermente convessa. Sembrava lo scenario di un vecchio videogame.

Durante la corsa ero teso e concentrato: ogni cellula del mio corpo puntava verso qualcosa di indefinibile ma certo. Ad un tratto mi ritrovai in quello che sembrava il corridoio di una scuola. C’erano i pavimenti di marmo, gli armadietti a muro, i neon. Il mio aeroplano era parcheggiato. Il corridoio affacciava su una notte profondissima, puntellata di poche stelle.

C’erano la ragazza bionda e un altro paio di persone che non so identificare. Mi stavano aspettando, ed io, guardandoli dritti negli occhi, capii che stavolta era l’addio vero, che non sarei tornato. Non dissi nulla, almeno credo: ricordo però che prima di montare a bordo pulii la superficie dell’aeroplano da alcuni escrementi. Il quadro comandi ora era quello di un vero aeroplano – sempre d’epoca, ma aeroplano. La vista del cielo nero mozzava il fiato. L’ultima occhiata alla ragazza e poi via, incontro alla notte.

A questo punto mi svegliai con addosso una sensazione di benessere come non avevo mai provato prima. Passai le notti seguenti a cercare di risognare il sogno: mi addormentavo pensandolo, ma la notte non mi assecondava. Io volevo tornare in quel corridoio, proseguire l’avventura. Tentai di barare: con la testa sul cuscino mi sforzavo di immaginare un seguito, contando sul buio perché la fantasia si sciogliesse in sogno, ma niente.

Sono passati tanti anni da quella notte, ma ho la sensazione che il legame con il sogno dell’aviatore non si sia rescisso. Non ho più fretta di riannodarlo, però. So che non dipende da me: quando il sogno vorrà, mi farà visita. E’ solo questione di tempo.

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