E la chiamano estate

D’estate, in città, la luce marcisce di bianco, annichilisce. La misura del suo spettro accecante è la spossatezza dei muscoli, il fiato corto che scava col sale del sudore la pelle e gli imprime traiettorie di barche trascinate sull’arenile, ma senza la consolazione, il lavacro di aver conosciuto il mare.

Le strade, così vuote e silenziose, incutono rispetto. Nella calca di un lunedì qualsiasi gli avresti riconosciuto appena l’onore di una bestemmia, di uno sputo. Ora no: la calma irreale contagia le vie del centro e i quartieri popolari, li avvolge in una coltre che ottunde recriminazioni, slanci, sogni. Ami quella solitudine come l’unica cosa che possa metterti addosso un brivido. Intanto l’asfalto frigge, e i palazzi fronteggiano, testimoni muti, lo spettacolo dei miasmi che s’innalzano da terra, danzano nella calura, e dopo un volteggio estenuante si dissolvono in nuvole. Dai buchi neri di finestre spalancate su soffitti in penombra, di tanto in tanto, s’affaccia un po’ di vita: un’occhiata distratta al niente che scorre sotto, e giù la tapparella, a serrare quel po’ di refrigerio che le mura ancora trasudano. Fuori sibilano, sconsolati, condizionatori e zanzare.

Il tempo non scorre. Il caldo spande la sua colla sui minuti, che trascinano al guinzaglio ore sempre più svogliate, frustrate dalla lentezza esasperante di ogni mossa, di ogni pensiero. La notte che inghiotte tutto offre appena un po’ di refrigerio. Un soffio di vento dal mare regala, con la sua nota dolce, l’illusione di una ripartenza. Ringalluzzite, ancora spossate dall’umidità del giorno eppure vive, fanno capolino fantasie di ammutinamento. Il mondo si rovescia: la fuga è l’unica moneta allettante, l’unico progetto razionale. Baratteresti il tuo regno di poltrona, telecomando e birra gelata per una corsa a perdifiato su una spiaggia deserta, per il bacio salato di una straniera senza nome, per l’orizzonte piatto del mare.

Il pretesto è la fiacchezza del corpo: la si interpreta come stanchezza dell’anima, e forse un po’ è così. Il battito del cuore accelera e rallenta nello spazio di poco: anche questo è un indizio, ci diciamo. Agosto in città catalizza lo scontento ma il caldo lo sterilizza, e così quell’improvvisa ansia di vita non genera niente all’infuori di una piacevole ipotesi, buona per sottrarsi, sul cuscino, alla solita conta delle pecore.

Sembra di vederlo quasi, il mare: si distende pigramente sulla battigia per poi ritirarsi con pari indolenza. La sabbia è fresca ed umida. L’immobilità grave del cielo non la riscatta neppure la fosforescenza piena della luna. La festa si accende. I corpi ballano sudati al ritmo di una canzone latina, annegano l’ansia quotidiana nell’ebbrezza a pochi euro dei cocktail. Lungo le passeggiate, gli occhi maschili soppesano forme proibite e bramano anfratti, vicoletti segreti, letti di fortuna per sottrarre al vortice rutilante della noia quel fascio di desiderio che gli stringe il petto e amplifica la calura. Le ragazze sanno, sorridono, fumano, e tutto intorno l’aria è irreale, sospesa: la notte della festa è gravida di promesse, ma chissà se sbocceranno. Non importa: il segreto dietro quel sorriso è l’attesa, è l’attesa che tiene insieme il profilo frastagliato del promontorio, il suo tappeto di macchia mediterranea, il mare, la spiaggia, le luci dei locali, la convulsione frenetica della folla, le stelle. L’attesa regola il passo del mondo. Ma qui, sul litorale, lo scatto è breve, il traguardo è a portata di mano: non di rivoluzione si tratta, ma di trasgressione, la scossa liberatoria e calda di un tuffo nel proibito, che riscatti col suo orgasmo la vita inutile, il lavoro inutile, la vecchiaia inutile.

È lei, l’attesa, la nota dolce dell’aria che il vento porta dal mare al cuore della città, intorpidita, che sospetta solo, non sa, non vede, e rimugina in cuore il paradiso perduto. Ma quel sospetto, quella fantasia, bastano a consolare: c’è qualcosa di là dei confini della stanza da letto, del quartiere, dei bordi estremi della periferia, ed è a portata di mano. Domani in città sarà un altro caldo giorno di niente, e va bene così.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Lascia un Commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *