Credo nell’alfabeto

Credo nell’alfabeto che ognuno si cuce da sé. Amo il modo in cui storpiamo le parole per cercare sensi nuovi.

Il linguaggio è un’eredità. Le famiglie sono accozzaglie di tic lessicali. C’è tua madre che dice “mischiare” il raffreddore e invece è “attaccare”, tuo padre ti parla di “sarchiaponi” per indicare quelli furbi. Tuo fratello dice “contingenza” e intende “sfortuna”.

In questa confusa ragnatela semantica, proprio al centro, ci sei tu. Da piccolo non riesci a pronunciare le parole giuste. “Nonno”, “palla”, “televisore”, “biberon”, sono risucchiati in un gorgo fantasioso che mescola vocali e consonanti. Quei tentativi incespicanti sono un modo come un altro per dare un senso a quella meraviglia sempre vagamente ostile: il mondo.

Nell’infanzia ogni trasgressione è lecita, a cominciare dal linguaggio. Crescere è introiettare il senso del limite altrui, la paura. Il conformismo ha la meglio sulla fantasia lessicale. Ti costringono persino ad imparare a memoria le parole degli altri, non sia mai che tu trovi le tue.
Certe volte, però, accade il miracolo: una strada inaspettata ti conduce da chi ha la scintilla per riaccenderti le parole. Ai margini della felicità, capita di incrociare la lingua con qualcuno che la sua proprio non vuole saperne di addomesticarla.

Ti innamori, e la prima cosa che fai è costruire un linguaggio. Le parole non significano più quello che significano per gli altri: la lingua è una stanza vuota da reinventare alzando sempre più l’asticella del buffo. Il rischio è quello di precipitare in una melassa di vezzeggiativi, ma è un rischio che vale la pena di correre. Meglio il rossore impacciato del “trottolino amoroso” che la dittatura dei “porre in essere”.

La lingua ce la dobbiamo reinventare, perché dobbiamo reinventarci la vita. Ce la dobbiamo salvare, la vita, da quelli che dicono che tutto è perduto, che è inutile lottare, che al “vissero felici è contenti” seguono noia e morte.

Mescoliamo le vocali, ignoriamo la punteggiatura, al diavolo il congiuntivo. Scriviamo parole che non esistono per sentimenti che ancora non hanno forma o che la forma che gli altri pretendono non ce l’avranno mai. È una guerra che per vincerla basta una risata. Vi ricordate ancora come si ride?

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