Chris (o di un pugno di sale)

Una vita fa, quando ero studente universitario a M., mi preparavo da solo i pasti nella cucina rossa di una casetta poco fuori le mura della città. Il momento più delicato era il sale nell’acqua: troppo, pasta salata; troppo poco, pasta insipido – i due poli dello spettro dell’immangiabile. La mia misura era empirica: un pugno di sale, che contavo intuendo la massa granulosa e bianca avvolta tra le dita e il palmo. Era un pugno che a me sembrava sempre uguale, e che non mettevo mai in discussione. Non avevo bisogno di un cucchiaio o della bilancia: affondavo la mano nel barattolo del sale, ne estraevo una certa quantità, la soppesavo e, soddisfatto, la lasciavo scivolare lentamente nell’acqua bollente. Non c’era possibilità di errore.

Anni dopo mi sono ritrovato a preparare i pasti, per due, in una casetta dal cucinino grigio a P., e ho scoperto che il mio pugno era cambiato. Quella che a me sembrava la stessa quantità di sale di sempre, nella stessa quantità d’acqua di sempre, produceva ora ziti e spaghetti troppo sapidi. Le mani mi si sono ritirate? Potrebbe. Oppure il mio palato s’è arreso al bisogno di dolce che la vita, quando procede negli anni, reclama avidamente per sé?

La questione, in realtà, non è di ossa o papille: è il tempo. Il tempo è quella cosa che passa e cambia tutto. Non è come un pugile che ti costringe in un angolo e ti fa sputare sangue sotto una gragnola di colpi; è piuttosto la delusione del pescatore che, tirate su le reti, le scopre vuote mentre il sudore sulla fronte lo punge col sale delle speranze che furono.

Per esempio, Cornell che si impicca in una stanza di albergo per aver preso qualche pillola di troppo non è l’esempio perfetto della c(l)inica indifferenza del tempo? Ieri c’era qualcosa, e tu eri in un modo; oggi non c’è più, e tu sei diverso. La logica è dittatoriale: io – dice il Tempo – passo, e tu passi con me. Anzi, no: il tempo, anche se potesse, non si sognerebbe mai di commentare nulla. Passerebbe e muto, come fa abitualmente. E comunque il pensiero di Cornell accasciato sul pavimento del bagno, con un filo di sangue alla bocca e una banda rossa da esercizio ginnico intorno al collo, mi stordisce. Quando ho letto la notizia ho pensato: come è possibile, che è successo. Ero il pescatore che tira su le reti e vi trova impigliato un aborto di pesce spada nei cui lineamenti martoriati, stranamente, si riconosce. La comprensione qui è data dal comune destino: io morirò, forse non come Cornell – non nello stesso modo – ma morirò comunque. Quindi conosco la morte, la accetto. Ecco perché una notizia del genere non mi sgomenta fino al punto di impazzire (perché, a pensarci bene, l’idea della morte dovrebbe renderci tutti folli. Se non lo fa è perché sperimentiamo la fine ogni istante, e ci familiarizziamo.)

E però nella subitaneità di questo trapasso, nel vuoto improvviso che l’assenza di vita in un corpo (che sia noto o meno rileva solo per il gossip) produce, c’è un brivido, una vertigine. Un terremoto di proporzioni inafferrabili, che su scala più grande ricorda lo smarrimento di un piccolo uomo in una piccola cucina grigia mentre realizza che un pugno di sale – il suo pugno di sale – non è più quello, non è più lo stesso, è troppo e quindi, in un certo senso, troppo poco.

Ho sempre temuto il tempo. Credo, a ragione.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Lascia un Commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *