Uno vale l’altro

C’è il cupio dissolvi dietro l’amore smodato del popolo per le fake news. Per stare in pace con noi stessi, il mondo deve somigliare necessariamente alle nostre peggiori previsioni. Per questo le fake news risultano più vere delle notizie vere, più vere della realtà. Non possiamo consentire che la recita si discosti dal canovaccio che noi abbiamo stabilito; dobbiamo vendicarci del meglio, della possibilità, storpiando orribilmente la verità, contorcendola come cartaccia, in modo grottesco, disperato, brutale. Gli avvelenatori di pozzi hanno dunque gioco facile. Il tentativo di sabotaggio globale cui offrono intelligenza e braccia (i mandanti sono altrove, a godersi il sole di una terrazza con vista sulle teste sudate di chi sgobba per un piatto di lenticchie) ha il complice più prezioso: la vittima. Dostoevskij aveva ragione: in noi c’è un disperato, capriccioso bisogno di (fare il) male. Un bisogno intollerabile, che sopportiamo con la certezza di una redenzione.

Un paio di settimane fa guardavo in tv Di Battista. Gli occhi grandi, la spettinatura di ragazzo, la sua intransigenza ferrea, Di Battista è il prototipo dell’idealista che piace tanto oggi: l’idealista “leggero”, il rivoluzionario liquido, senza storia, senza passato, senza cultura. A suo dire né di destra né di sinistra, Di Battista guarda con disprezzo a queste partizioni. Non ritiene siano categorie del sentire, né tantomeno distinzioni necessarie, ma artifici per fregare il popolo. Come se il popolo fosse innocente e ci fosse bisogno di chissà che Spectre per incastrarlo! Comunque, Di Battista. Ha la casa piena di libri – letture belle e impegnative, saggi e biografie di grandi uomini che fanno il paio con un curriculum personale fitto di scorribande ai quattro angoli del mondo, si suppone alla ricerca della verità (“spremute di vita”, le chiama lui, tradendo un gusto letterario quantomeno enfatico ma decisamente in linea con lo stereotipo). Peccato che questa verità Di Battista l’abbia confusa con la certezza granitica di poche idee elementari, che ripete come un’ossessione, ogni volta cercando di convincersene un po’ di più. Sono idee semplici, anche queste slegate da ogni storia, tradizione, cultura, dunque sufficientemente agili da poter sopravvivere ad uno scambio di colpi serrato (come quello con Diego Bianchi) ed essere vendute intonse alla sconfinata platea post-ideologica che, calpestata dalla modernità, guarda ai 5 Stelle con una fiducia sempre più rassegnata, come il randagio che scodinzola al nuovo padrone ma negli occhi conserva il ricordo delle vecchie bastonate.

Di Battista crede che dal rancore diffuso di questi nostri tempi sconclusionati qualcosa di buono si possa spremere e gioca ad alimentarlo con l’incoscienza di chi, derubricandola a necessità contingente, giustifica la menzogna tattica con il fulgore della conquista finale (la presa del potere, che cambierà tutto). Un esempio? L’ignobile pantomima sullo “ius soli”, sceneggiata per contendere spiccioli di voto becero a Lega e Casapound e giustificata al cospetto dell’opinione pubblica più progressista con arzigogoli degni del conte Mascitti. Poiché non si dà verità nella convenienza del momento ma solo in assoluto, e poiché dal cinismo può nascere solo altro cinismo, l’effetto benefico di tale strategia è un (auto)inganno di breve termine, secondo solo all’illusione di essere, per questo, in sintonia con il popolo. Sgombriamo il campo dall’equivoco: il popolo ama i rivoluzionari solo nella misura in cui, attraverso essi, può confermare il proprio sentore su un mondo allo sfacelo, consentendogli di lamentarsene, di macerarsi in questa rabbia, in questa frustrazione, infine di autoassolversi. Non appena Di Battista (o il “fratello” Di Maio – parole sue: suppongo alludesse ad una comunanza totale di ispirazione, interessi, visioni, ma io credo che sotto ci sia altro, l’allusione segreta al fatto che nella politica disintermediata, di servitù e non di servizio, uno valga uno anche perché ciascuno è intercambiabile con qualsiasi altro) dovesse azzardarsi ad uscire dalla comoda trincea del “no” corale, a proporre qualcosa non per calcolo o reazione meccanica ad uno stato di cose ma per slancio, progetto autonomo, sentirete i fischi; vedrete come nella fake news dei funerali di un Riina, accanto alla Boldrini, comparirà lui, gli occhi grandi e un po’ appassiti, la spettinatura di ragazzo ormai ingrigita, l’intransigenza gualcita e il doppiopetto impeccabile – lui, proprio lui, il “Dibba”.

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3 Comments Uno vale l’altro

  1. Fabrizio 16 gennaio 2018 at 17:13

    « Lorsqu ’on me demande si la coupure entre partis de droite et partis de gauche, hommes de droite et hommes de gauche, a encore un sens, la première idée qui me vient est que l’homme qui pose cette question n’est certainement pas un homme de gauche » Alain, Éléments d’une doctrine radicale, 1925.

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  2. Cesare Giacobazzi 19 gennaio 2018 at 17:01

    La domanda se qualcuno è o non è i sinistra, impedisce infatti l’altra, quella più importante: “Che fare?”. Più che una descrizione dal prototipo dell’ “idealista “leggero”, il rivoluzionario liquido, senza storia, senza passato, senza cultura” (ormai Baumann può essere citato in questo modo anche da “Il giornale”), sarebbe utile chiedersi “cosa sta facendo? Cosa intende fare?”.

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    1. Inunfuturoaprile 22 gennaio 2018 at 10:31

      Ciao Cesare. Che Di Battista sia di destra o di sinistra è questione che, credo, non interessi a nessuno – sicuramente non a me. L’articolo, a ben vedere, neppure pone il problema di cosa voglia effettivamente fare una volta al governo. Mi interessava piuttosto prendere in esame (ma senza l’ardire di scomodare Bauman) un certo modo di porsi dei politici – anche e soprattutto quelli giudicati “idealisti” – rispetto al consenso. Vale a dire l’inseguirlo testardamente anche a costo, nella migliore delle ipotesi, di svuotare di senso il linguaggio e, nella peggiore, di mentire. (Distinzione superflua, converrai: svuotare di senso il linguaggio è già una forma subdola di menzogna.) In nome del rifiuto della retorica tradizionale si cade nell’errore di antireumatica che è persino più vacua e irresponsabile. E per quale motivo, poi? Questo consenso, seppur costruito sulla mistificazione, dovrebbe servire a fare le cose buone, quelle che “i cittadini ci chiedono”. Siamo alla perversione totale del fine che giustifica i mezzi, un atteggiamento ingenuamente predatorio che (auto)inganna il proprio cinismo con il miraggio di una buona fede la quale, ligia solo a se stessa, alla fine avrà reso tutti più smarriti, poveri, soli.

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