Una parola definitiva

Vorrei scrivere una parola definitiva, ma non ci riesco. E’ un mio limite? Non sono mai troppo generoso con me stesso, ma no, direi di no, è un limite umano. Le nostre posizioni, anche quelle apparentemente più solide, sono sempre rivedibili, la vita ci impone di farlo, piaccia o no. Un modo ci sarebbe per liquidare certe faccende una volta per tutte, o almeno illudersi di farlo. L’insulto. Ma non mi si addice. Io voglio riflettere, non sputare veleno.

La crisi di queste ore è, nella migliore tradizione del nostro paese, grottesca, chiassosa, pasticciata, l’ennesima dichiarazione di fallimento della classe politica. Mille tra deputati e senatori e non si trova niente di meglio che affidarsi, ancora una volta, al “Papa straniero”. In questi giorni sono mancati un discorso di verità, un’idea di futuro. Si sono invocate da più parti responsabilità e politica. Non se n’è vista all’opera un briciolo né dell’una né dell’altra. Le parole, oggi, sono clave o scudi, corpi contundenti da scagliare contro l’avversario o schermi per nascondere le proprie meschinità. Matteo Renzi, in questo scenario di macerie, troneggia. Fedele alla sua indole, ha distrutto ciò che, in modo decisivo, aveva contribuito a costruire nell’estate del 2019. Ve la ricordate, l’estate del 2019? C’erano la Diciotti, il Papeete, i pieni poteri, disinnescare le clausole di salvaguardia sembrava essere la massima emergenza del paese. Era, in realtà, poco più di una scusa. Serviva una motivazione per giustificare l’ennesimo pasticcio, l’ennesimo ab-uso delle istituzioni, l’ennesima operazione mistificatoria. Le ragioni della democrazia parlamentare, si disse allora (come si dice oggi). D’accordo, ma non tutto ciò che è legittimo è opportuno. Non bisognerebbe mai dimenticare che il modo migliore di servire le istituzioni, dunque noi stessi, passa per la chiarezza d’intenti, la linearità d’azione, l’onestà intellettuale. Un governo nato male, per capriccio, vanità, opportunismo, è finito come doveva.

Ma è, questa, una parola definitiva? No. La vita è un teatro senza fine, e la politica ne condensa i tratti peggiori. Draghi, ora, avrà il compito di costruire una maggioranza la quale, per quanto ampia, non potrà che essere raccogliticcia, mancando l’elemento fondamentale, l’assunzione di responsabilità. L’obiettivo dei principali attori politici di questo paese è perpetrare la recita che da decenni scambiamo per politica. Negli ultimi decenni, la politica, con un doppio movimento subdolo, da un lato, a parole, ha rivendicato responsabilità, decisionismo, visione; dall’altro, nei fatti, s’è progressivamente disimpegnata, limitandosi alla ratifica dell’esistente e allontanando le rogne con il trucco del “vincolo esterno” (ce lo chiedono l’Europa, la Corte Costituzionale, i mercati ecc.).

Ora, dunque, in questa situazione, chi immagina si verrà finalmente a capo di qualcosa, chi crede che il sentiero sia talmente stretto da costringere anche i più riottosi tra i politici a un bagno di maturità, rimarrà deluso. Se c’è una cosa che non manca alla classe dirigente di questo paese è la fantasia. Non nell’affrontare e risolvere i problemi, beninteso, ma nell’eluderli all’infinito. In questo, Conte è stato maestro. Va detto, con la complicità silenziosa dell’intero sistema, che in lui aveva trovato un punto d’equilibrio, il luogo in cui debolezze e contraddizioni si tacitavano nella sceneggiata del pragmatismo, del buon senso al potere, del “nuovo umanesimo” da applaudire o denunciare come esercizio trasformistico, vocazione liberticida, ma senza l’onere di proporre un’alternativa. Renzi ha sfilato la carta e fatto crollare il castello non per amor di verità, semmai di vanità. Non è la stessa cosa. Tanto più che l’alternativa era passare il cerino al Capo dello Stato, nella certezza che il Parlamento avrebbe scelto di salvare se stesso. Una vigliaccata.

Cionondimeno, sentiremo ancora parlare dell’“avvocato del popolo”, ne sono sicuro. E così del “senatore semplice di Rignano”. Renzi è come i mostri dei film horror, quando credi di averlo ucciso sbuca dall’armadio e ti afferra alla gola (o bacia la pantofola di un principe saudita). In attesa di capire i nuovi posizionamenti, godiamoci il diversivo Draghi. E’ inutile soffermarsi sulle qualità dell’ex presidente della BCE, sono indubitabili. Suo malgrado, però, le premesse non sono buone. E’ il colpo di scena più telefonato della storia della Repubblica, arrivato per inerzia, sfinimento. La speranza del Capo dello Stato è quella di migliorare una trama inverosimile, grottesca, ai limiti del ridicolo. Ma, al punto in cui siamo, è probabile che il ridicolo alla fine vinca. Del resto, il ridicolo vince sempre. E’ questa, forse, l’unica parola definitiva possibile.

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