Matteo Renzi

Un irresistibile declino

Tra le tentazioni della vita a cui occorre resistere c’è quella di squalificare una tesi solo perché chi la sostiene non ci piace. Prendiamo le accuse di Renzi al governo: lentezza, indecisione, scarso rispetto del Parlamento, MES sì, Recovery Plan da rivedere ecc. Presi singolarmente si tratta di giudizi condivisibili, quantomeno fondati, anche se vengono da uno “antipatico”. Bene. Ma se la verità di una tesi può bastare nella vita di tutti i giorni, così non è in politica. Il linguaggio è doppio: le parole hanno un significato manifesto e uno latente. Un’argomentazione può essere adoperata per uno scopo che con essa non ha nulla a che vedere, o che gli è addirittura antitetico. Nel gioco parlamentare questo escamotage pare, purtroppo, la norma. È il caso, per esempio, di quelli che adducono le ragioni della Costituzione (sacrosante) ogniqualvolta si tratta di evitare un voto che potrebbe danneggiarli. O di quelli che proclamano l’inviolabilità della sovranità nazionale (per carità!) subito dopo aver trattato una maxi tangente con una superpotenza straniera. O ancora di quelli che si trincerano dietro il “futuro dei nostri figli” (giustissimo) perché vogliono buttar giù dalle scale un presidente del Consiglio a cui l’hanno giurata.

La gravità di questi comportamenti è ovviamente varia, ma non stiamo a sindacare. Conta il punto: dire una cosa giusta per il motivo sbagliato non è etico. Non si fa un buon servizio alla verità se la si onora solo formalmente, celebrandola sulla ribalta, mentre dietro le quinte si briga per regolare i fatti propri. Io non contesto a Renzi la fondatezza di alcune sue osservazioni, anzi le condivido. Non accetto il loro uso strumentale, l’insincerità con la quale le tira fuori ora, a distanza di un anno da quella “mossa del cavallo” con la quale, a suo dire, ha salvato la democrazia dall’aspirante caudillo Salvini. Valutare un’argomentazione senza pregiudizi è doveroso; ma lo è anche elevarsi sopra la “cronaca minuto per minuto” delle miserie quotidiane. La verità di una situazione la si ricostruisce anche sottraendosi alla rincorsa affannosa dell’hic et nunc, guardando al passato, alla concatenazione di eventi che ci ha portati fin lì, e al futuro, la meta da raggiungere. Il rischio, altrimenti, è scambiare le conseguenze di scelte irresponsabili ma sempre rivedibili per un destino immutabile.

Nel 2019, Renzi approfittò dello spettacolare suicidio politico di Matteo Salvini per mettere nel sacco tutti. I compagni del PD, gli avversari politici, gli editorialisti che lo davano “per morto”. La “mossa del cavallo” gli serviva per recuperare centralità politica, guadagnare tempo per organizzare le truppe (stava per vedere la luce Italia Viva), accreditare di sé l’immagine del campione antipopulista, l’avversario irriducibile dei ducetti Salvini-Meloni e, in subordine, dei grillini, attorno a cui i liberali tutti, da destra a sinistra, inclusi quei partiti come PD e Forza Italia che voleva svuotare, avrebbero dovuto stringersi. Delirio d’onnipotenza uguale e opposto a quello di Salvini, col quale, del resto, il nostro ha più di un punto di contatto. Alla storia della democrazia da salvare non ci credeva nessuno, così come nessuno credeva all’“Enrico stai sereno”. Renzi è fatto così, fiuta le debolezze altrui e vi si avventa con l’istinto del killer. La crisi l’ha aperta perché è sicuro che non si andrà a votare. Sa benissimo che i parlamentari sono refrattari al voto più dei gatti all’acqua, e poi c’è la pandemia, il piano di vaccinazioni ecc. Gioca, insomma, su un paradosso, l’impossibilità che una richiesta di verità, la pretesa chiarezza nell’azione dell’esecutivo, sconfini nell’unica soluzione che quella chiarezza potrebbe darla, le elezioni.

La strada è senza uscita – senza un’uscita che porti un beneficio reale al paese. Il problema vero del governo non è il suo presidente vanesio e inconcludente, ma la maggioranza che lo sostiene, un accrocco che non poteva che produrre lentezze, compromessi al ribasso, rinvii, pasticci. Io lo scrissi subito che i conti non sarebbero tornati; Renzi, in quella fatidica estate, non poteva non saperlo. Dice: uno può sbagliarsi. Ma ora? Perché un Conte-ter o un governo Franceschini, tanto per fare un nome, sostenuti dalle stesse forze che reggono l’esecutivo attuale, dovrebbero essere diversi? In ragione di un “patto di legislatura” rinnovato? Ma siamo seri, sappiamo come sono scritti questi accordi. L’opzione Draghi? Una classe dirigente che, in un momento cruciale come questo, non trovasse niente di meglio che affidarsi a un tecnico, certificherebbe il proprio definitivo fallimento. E se anche ciò accadesse, l’aggravio di eterogeneità legato alla presenza, nella nuova maggioranza, dei partiti di destra, renderebbe un esecutivo del genere ancor meno incisivo del Conte-bis.

L’unica cosa certa è che quali che siano le conseguenze, da questa non-crisi non solo il paese, ma anche il senatore di Rignano non trarrà beneficio. La rapidità d’esecuzione dell’uomo è seconda solo al suo autolesionismo. La sua ascesa è iniziata con “Enrico stai sereno”, e con la stessa esortazione è incominciato il suo declino. Il 40,8% del PD alle Europee del ‘14 non se lo ricorda più nessuno, ma tutti citano ancora l’accoltellamento del compagno di partito Letta, insuperabile esempio di spernacchiante cinismo. Gli italiani ammirano la furbizia ma disprezzano la vigliaccheria (altrui), e se la perdonano è solo per tornaconto temporaneo. Con Renzi c’è voluto pochissimo perché dalle stelle dell’acclamazione lo consegnassero alle stalle dell’ignominia.

Confesso di essere affascinato dal personaggio. È il campione di un’epoca di passioni fasulle ma esasperate, d’inconsistenza etica gabellata con parole roboanti, di autoesaltazione fragilissima, di potere sceneggiato e sceneggiato molto male. Renzi sgomita, si agita, strilla, morde, ma quest’enorme energia rimane improduttiva, finché collassa su se stessa e distrugge tutto ciò che gli capita a tiro, amici e nemici. Italia Viva era il grande sogno di un partito liberale e riformista. Nelle sue mani, quelle stesse che l’hanno creato, si è trasformato nell’atto finale di un irresistibile declino.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *