Un giorno di ordinaria follia

Per capire quello che sta succedendo in queste ore negli Stati Uniti bisognerebbe risalire a Baudrillard, alla morte del politico, alla trasformazione del politico in una simulazione, un simulacro di realtà. Il filosofo francese immaginava che gli attori politici si legittimassero a vicenda, che finissero col sostenersi reciprocamente nel gioco del potere, che il conflitto non esistesse e il gioco fosse senza suspense, senza realtà. Be’, Donald Trump ha dimostrato che oggi il gioco non è più a somma zero, che le sorprese sono possibili, e anche sgradevoli. Con l’assedio di Capitol Hill e la sua incredibile gestione, gli Stati Uniti, una delle più antiche tra le democrazie moderne, si sono trasformati in una banana republic come quelle che per decenni hanno appoggiato in America Latina nel tentativo di bloccare l’avanzata del comunismo. Buffo, no? Solo che stavolta non c’entrano le macchinazioni della CIA (forse di un ex KGB, ma è un’altra storia). È bastato eleggere alla presidenza un narcisista psicopatico con tendenze eversive.

Tornando a Baudrillard, ecco cosa sosteneva a proposito della crisi della sinistra: «Oggi non c’è neppur più un proletariato che eserciti su se stesso una dittatura violenta per despota interposto […], non vi sono più che masse fluide e silenziose, equazioni variabili dei sondaggi, oggetti di test perpetui che, come un acido, le dissolvono». Era vero quando scriveva (1977), anzi lucidamente profetico (il Muro era ancora in piedi), ed è stato vero fino al biennio 2016-2018, anno in cui populisti e sovranisti hanno conquistato pezzi importanti d’Occidente (Brexit, Bolsonaro in Brasile, Trump negli USA, il Governo del Cambiamento in Italia).

In quel biennio, l’Occidente liberale si è come ribellato alla liquidazione della società, la «società fluida e tattile», per dirla con Baudrillard, che non era «meno feroce di quella delle tecnologie dure», la società del panopticon, «manicomiale, disciplinare, quella della reclusione e dell’apparato». Sempre Baudrillard profetizzava: «ci si potrebbe addirittura trovare a rimpiangere, di fronte all’inquietante estraneità della simulazione, la dittatura del proletariato, concetto chiaro e vigoroso». Ecco, la dittatura del proletariato non l’ha rimpianta nessuno, ma confini, identità “terra e sangue”, suprematismo, ultra-tradizionalismo cattolico sì. Nel biennio 2016-2018 ha vinto la seduzione di parole forti, dure come pietre, il tentativo di riaffermare una Verità dopo la dissoluzione postmoderna, le “terze vie” né carne né pesce, il progressismo grottesco del politically correct (che da noi non esiste, ma negli USA sì e produce danni). Minacciato di estinzione dalle poderose ondate migratorie, dal nuovo protagonismo femminile, dalle rivendicazioni delle minoranze, dalle iniquità della globalizzazione, il maschio bianco low e middle-class ha scelto la via più sbrigativa. Non potendo imbracciare il fucile come Michael Douglas in Un giorno di ordinaria follia, ha incanalato la frustrazione nel “no”, nel rifiuto della mediazione, della buona forma, della complessità, della scienza, in una parola di tutto l’armamentario culturale, politico, ideologico delle moderne democrazie liberali. Il sogno era resuscitare quel mondo, liscio come una pietra e come una pietra prevedibile e inscalfibile, che vive in un passato ormai spolpato di realtà, ridotto a mito. «Si stava meglio quando si stava peggio», diciamo noi, e il calore confortevole della nostalgia è tale da offuscare decenni di conquiste civili e sociali, progresso tecnologico, scoperte scientifiche, pace, prosperità. Il mondo di oggi non è peggiore di quello di ieri. È che il benessere s’è accumulato oltre una misura umanamente ragionevole, non sappiamo più che farcene, ci è venuto a noia, ci angoscia persino. Forse aveva ragione Dostoevskij: «Gli uomini sono fatti in modo da doversi necessariamente tormentare a vicenda».

Tornando a Baudrillard, gli USA dimostrano anche come sia tornata quella «energia sociale antagonista» che il philosophe dava per dispersa. Il punto è che la rabbia e il desiderio di riconoscimento dei forgotten men che, armi in pugno, hanno assaltato il Campidoglio, contrariamente alle sacrosante rivendicazioni di Black Lives Matter, sono allucinatori ed eversivi. Occorre rendersi conto che QAnon è penetrato in profondità nella psicologia di un certo tipo d’americano. Non è innocuo complottismo, ma un incrocio tra un gioco di ruolo e una fede che riscatta lo squallore della vita reale e fonda una dimensione parallela più vera del vero. Milioni di cittadini credono sinceramente che le elezioni siano state rubate, e forse un po’ ha finito col crederci anche Trump. Il presidente appartiene a quella specie d’uomini che crede che il mondo sia a sua disposizione, e quando questo si rifiuta d’obbedire ai suoi capricci be’, che vada in malora. Lo domina il principio di piacere, ma questo non significa che non sia capace di calcolo cinico, “adulto”. Quale che sia la natura del suo tormento (riuscite a immaginarne il furore e l’umiliazione, sconfitto da uno che chiamava “Sleepy” Joe?), dopo che Biden siederà alla Casa Bianca per una parte del paese “The Donald” sarà il capo di un’immaginaria autocrazia in esilio, come ha suggerito Ezra Klein su Vox. Realtà parallela, simulazione. Poche volte siamo stati più vicini alla follia di così.

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