I turisti dell’orrore

La settimana scorsa sono stato a un comizio di Matteo Salvini. La città non la nominerò, è irrilevante, avrebbe potuto essere una città qualunque, per esempio la vostra. E anche voi avreste potuto essere lì, mimetizzati tra la folla. Scuotete il capo, ma aspettate. La ragione per cui ho deciso di trascorrere una serata afosa come poche in un modo tanto avvilente era lo studio di carattere. Mentre Salvini parlava, io guardavo i supporter. Cercavo di scorgere sui volti, nella postura, nel vestiario i segni di una diversità antropologica, i marchi inequivocabili di una distanza morale. Non li ho trovati.

Nell’era della politica spettacolo, della politica post-ideologica (quando mai! [1]), della politica senza la politica, siamo tutti come quei turisti dell’orrore, che s’immortalano con un selfie sui luoghi dei delitti più atroci. Anziché sdraiarsi su un bagnasciuga, inforcare gli sci per una serpentina lungo i pendii innevati o pigramente scagliare la lenza nello specchio di un laghetto, i turisti dell’orrore scelgono la desolazione spettrale che emana dai luoghi in cui qualcosa – la cosa suprema – è accaduta. La speranza è quella di stabilire una connessione con un evento estraneo all’esperienza quotidiana. Contano sulla suggestione che l’immaginazione del sangue attiva per partecipare, seppur in differita, allo spettacolo decisivo, colorare la noia dei colori vividi dell’esperienza di prima mano, quell’“io c’ero” senza il quale, in fondo, la nostra vita fatica a trovare conferme del proprio accadere. Ecco, con la politica funziona così. La partecipazione gioca da sempre un ruolo cruciale nella legittimazione, ma da qualche tempo mi pare mutato, nell’elettorato, il quadro etico. Non crediamo più in nulla, anche quando facciamo professione di fede. Vogliamo però esserci, vedere cosa succede. Il voto è questo, il biglietto per lo spettacolo di una collettiva sospensione dell’incredulità. Come se scegliere un governante, più che alla messa in pratica di valori o principi, si prestasse al diversivo eccitante di una disconnessione, di un subdolo sabotaggio.

Mi pare difficile credere che si possa essere tanto sprovveduti da riporre fiducia, per l’ennesima volta, nell’ennesima incarnazione del Salvatore. Per carità, Einstein sosteneva di nutrire dubbi sull’infinità dell’universo ma non sull’infinità della stupidità umana. E certamente la ripetizione, tanto nella forma del martellamento del marketing quanto della coazione, si addice a una società che ha fatto della caricatura dell’infanzia, della sua sregolata e illusoria eternazione, un tratto patologico. Dev’esserci, però, dell’altro. E questo altro, mi è capitato di pensare mentre studiavo la folla di giovani, anziani, donne, uomini, madri, padri, impiegati, operai, imprenditori accorsi numerosi a tributare gli onori al Capitano, non può che essere la tentazione, sottile, per lo più inespressa, di mandare tutto in malora.

È buffo, perché nel comizio (in questo come in tutti gli altri) Salvini non ha fatto altro che rappresentare la propria azione politica come un tentativo di riaffermare la sovranità, di recuperare il controllo perduto per via del malgoverno dei vecchi partiti, del Sistema ecc. Gli applausi scroscianti sono arrivati quando, partendo dall’episodio della “zingaraccia” e passando per il biasimo rivolto all’ennesima nave di una ong intenzionata a dirigere la prua verso Lampedusa, il ministro dell’Interno ha ribadito un concetto chiave: gli immigrati clandestini, “rompicoglioni”, devono essere rispediti a casa loro. Anche questo, prima che con il razzismo o la xenofobia, ha a che vedere con il desiderio di rimettere ordine in un mondo che appare impazzito [2]. Ma il mondo è davvero impazzito? Sospetto di no. L’impressione, che talvolta accomuna noi tutti, nasce dall’approssimazione dello sguardo. Istintivamente giudichiamo il mondo secondo il passato. Valutiamo il presente sempre più caotico perché il ricordo è l’ombra di ciò che è stato e perciò ora è immutabile, mentre ciò che è vivo muta e si corrompe. Nella società di massa le inevitabili occasioni d’incertezza (crisi economiche, politiche, flussi migratori, sconvolgimenti climatici ecc.) risultano amplificate dall’interdipendenza, che rende gli effetti di ogni rischio potenzialmente globali, e dalla comunicazione onnipresente e isterica. Non c’è spazio per la saggezza. La tecnologia, la sua velocità ai limiti dell’immediatezza, l’immediatezza che rimanda all’onnipotenza, solleva dalla fatica dell’umiltà. Non si può accettare di essere messi da parte così facilmente, è inconcepibile che il mondo continui a girare se noi non lo guardiamo, se noi non lo vogliamo. E dunque il desiderio di stringere la presa si fa spasmodico, perché in ballo c’è tutto di noi, la nostra intera vita, i sentimenti, la dignità. Non possiamo permetterci che il mondo si sottragga, che rimanga incomprensibile. Guai a essere tagliati fuori.

Le difficoltà economiche aggravano lo scenario. Quando la mano nella tasca non sente tintinnare le monete, il cuore salta un battito, la vista si annebbia, gli ingranaggi del pensiero procedono a fatica. Ma questo desiderio di controllo, ovvero di rivalsa, che inebria i tifosi salviniani, si esercita per un malinteso e su un malinteso. Credere che basti, come pacchi postali, rispedire al mittente i migranti per essere di nuovo non dico felici, ma semplicemente padroni, è un’illusione patetica. O stampare moneta, chiudere le frontiere, ritornare a dire le preghiere la sera.  

Il consenso di Salvini nasce dunque da questo malinteso, e forse anche, inconsciamente, dal desiderio di vedere cosa c’è oltre quest’illusione, qual è il suo limite estremo. Il leader della Lega è pericoloso, ma non imbattibile. Il paese non è tutto ai suoi piedi, come non lo era ai piedi di chi, qualche anno fa, era persino più potente (Berlusconi). Il comizio poi è stato noioso, ripetitivo, incentrato sul solito frasario da terza elementare che i politici hanno imparato a memoria per recitare meglio la parte degli uomini del popolo (loro, che sono già uomini senza qualità). La sua forza è l’apparente “ingenuità” delle argomentazioni, il “buonsenso” che è, in realtà, senso comune. Il quale, eretto a supremo criterio politico-morale, manleva dalla fatica di censurarsi, di migliorarsi, di vergognarsi. Salvini, in fondo, è la camera dell’eco di una società igenizzata, ergonomica, costruita per non dispiacere, venire incontro, carezzare. Il Capitano dice “zingaraccia” per dire: non dovete vergognarvi di parlare così, non siete voi il problema, sono gli altri. Per questa via, il politicamente scorretto diventa politicamente corretto più del politicamente corrento dei “buonisti”, dei “radical chic” e altre creature immaginarie.

Più del leader della Lega c’è da preoccuparsi di ciò che verrà dopo. Quando anche Salvini avrà fallito (noterete che non ho usato formule dubitative), quando avrà mancato il bersaglio anche colui che si era presentato come il condottiero impavido, che era pronto a sfidare il mondo intero e invece poi ha ripiegato sulla solita, mediocre prassi [3], quand’anche uno così, che dice “zingaraccia”, “mi sono rotto le palle”, “a calci in culo fuori dal paese”, “ruspa” ecc., non sarà andato oltre il linguaggio da trivio, a qualcuno verrà in mente di farla finita con le parole e passare all’azione, e che l’azione, per essere efficace, cioè per ripristinare il “paradiso perduto” della sovranità, non dovrà passare più per le istituzioni, il Parlamento, il Consiglio dei Ministri, l’Europa, neppure provare a trasformarle, le istituzioni, semplicemente abbatterle.

Certo, potrebbe anche darsi che questa nostra epoca di opulenza e passioni tristi soffochi persino l’atavico impulso (auto)distruttivo. Sotto certi aspetti, questa seconda ipotesi è persino peggiore della prima.

Nell’attesa di scoprirlo, continuiamo a fare i turisti dell’orrore, a trascinarci nei luoghi dove cose nuove e terribili minacciano di accadere, in cerca di un brivido che riscatti la noia e ci consenta di esclamare: “io c’ero!”.


[1] Bisognerebbe sforzarsi, soprattutto da sinistra, di adoperare il termine ideologia nel senso marxiano del termine, ovvero di interpretazione rovesciata del mondo. In quest’accezione, la politica attuale è più che mai ideologica, è un coacervo di fantasmi.

[2] Senza che ciò, ovviamente, nulla tolga alla gravità e al sottotesto xenofobo di simili dichiarazioni.

[3] Salvini non è un innovatore, è un prosecutore della Seconda Repubblica con altri mezzi.


1 commento

  • E’ tutto vero bello e giusto, ma mi spieghi perche’ le OnG preferiscono stare 14 giorni davanti a Lampedusa, piuttosto che portarli in Tunisia, Francia o Spagna? Non si spiega questa predilezione altro che con il guadagno e con LS consapevolezza che in Italia si può’ fare ciò’ che si vuole e si viene mantenuti a vita. Io non ci sto.