Giuseppe Conte

Sotto la pochette niente

Un giorno bisognerà che storici, giornalisti, psicologi, sociologi s’interroghino seriamente su Giuseppe Conte e la sua parabola politica, la più sorprendente della storia repubblicana. Quando, nel 2018, fu scelto come garante del patto gialloverde, nessuno avrebbe scommesso su di lui neppure un calzino bucato. “Vaso di coccio tra i vasi di ferro”, si diceva, e invece eccolo un anno più tardi bacchettare il discolo Salvini nell’aula del Senato. Uno show memorabile, che gli valse le simpatie anche di molti a sinistra. Non a caso, pochi mesi più tardi l’“avvocato del popolo” sedeva al governo con il PD. Roba che neppure gli Andreotti, i De Mita, i Forlani avrebbero osato mai.

La crisi delle ultime ore innescata da Renzi (quello stesso Renzi alla cui “mossa del cavallo” si deve il Conte-bis) non sembra averlo scalfito più di tanto. Il presidente reggerà l’onda d’urto dell’eterno enfant terrible della politica italiana grazie a una pattuglia di cosiddetti “responsabili”, pardon “costruttori”, secondo la neolingua della Terza Repubblica. Il segreto del suo successo, aria piaciona a parte, è un misto di spregiudicatezza e mediocrità. Conte è una sostanza malleabile, modellabile all’infinito. Assume la forma di qualsiasi recipiente, dove la metti sta. Non è di destra, non è di sinistra, neppure di centro. Dice e non dice, fa e non fa, tronca e sopisce. L’immobilismo è la sua specialità, è un fantasista del differimento, un primatista del vuoto pneumatico. Nel discorso d’insediamento del 2018 si dichiarò orgogliosamente populista; oggi è il campione del progressismo europeista. La contraddizione non conta, viviamo in un’epoca in cui le parole non dicono più, tutto è concesso, purché lo spettacolo non finisca.

Conte sul palcoscenico del potere è perfettamente a suo agio. Prudente fino all’evanescenza, sempre sotto le righe, il suo ritratto potrebbe figurare sullo Zanichelli alla voce “felpato”. Ciuffo pettinato e pochette immacolata, accredita facilmente di sé l’immagine di “persona seria”, uno dei feticci prediletti degli italiani, avventurieri cinici, anarchici e fregnoni, sempre bisognosi di un papà che li sculacci e a cui fregare gli spicci dal portafogli. Fuor di metafora, Conte fa comodo a tutti. Al PD e a Zingaretti, che ha scommesso la sua segreteria sul progetto dell’alleanza organica con i Cinquestelle. Ai Cinquestelle stessi, che senza un riferimento credibile rischiano l’estinzione. Al centrodestra, che nel gioco dell’opposizione può nascondere le contraddizioni che l’attraversano in profondità. Il miracolo del professore di Volturara Appula, insomma, sta nell’essere riuscito a rendersi indispensabile facendo poco o nulla. La garanzia del suo successo è nella debolezza del sistema. Conte è l’architrave di una gigantesca simulazione, la carta che se sfilata fa crollare il castello di menzogne con cui la politica maschera la sua inconsistenza.

Renzi, stordito dalla propria megalomania, non l’ha capito, e l’errore può essergli fatale. L’“avvocato del popolo” non è uno di passaggio. Non tragga in inganno la modestia che esibisce, è qui per restare. Ha le doti necessarie per sopravvivere all’implosione di qualsiasi maggioranza o riciclarsi, in qualità di “riserva della Repubblica”, per ruoli ben più prestigiosi della presidenza del Consiglio. Se è scaltro come sembra, saprà dire basta al potere prima che il potere faccia a meno di lui. Per un politico chiudere in bellezza è la cosa più difficile. Conte dà l’impressione di poterci riuscire. A salvarlo potrebbe essere non l’intelligenza, qualità per cui non brilla particolarmente, piuttosto l’istinto di conservazione, in lui assai più sviluppato che in altri colleghi. Finché l’ascolterà, la pochette col presidente del Consiglio intorno avrà ragione di chiunque provi a dargli il benservito.

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