Auto-sfruttamento

Lungi dal ridurre l’esistenza dell’uomo, con le sue grandezze, le sue asperità, le sue zone d’ombra, al tutto-liscio del simbolo, la conclusione dell’avventura umana di Sergio Marchionne offre qualche spunto di riflessione oltre il dato reale della biografia. Al di là della cartella clinica, cioè, la sua morte si può leggere come il coronamento di una sincera, tenace vocazione all’auto-sfruttamento, ovvero al dominio del proprio corpo (del proprio essere tutto) orientato alla performance oltre ogni limite.

Le cronache raccontano che Marchionne si alzasse alle 3:30, che in 10 anni si sia concesso un solo weekend di riposo, che fumasse tre pacchetti di sigarette al giorno. Egli stesso, recentemente, aveva confidato di essere stanco. Nonostante questo, non aveva diminuito i ritmi. L’intervento alla spalla sembra sia occorso dopo una capitolazione della sua inflessibile volontà. Troppo tardi: l’epilogo era dietro l’angolo.

Fosse stato il protagonista di un romanzo, la sua fine sarebbe eccezionale. L’aura della metafora l’avvolgerebbe, glorificherebbe la stanchezza, la voce tremante, il passo incerto, il dolore, la sofferenza nel letto di una clinica svizzera; rovescerebbe il non-senso nel senso; comporrebbe un quadro malinconico ma in fondo accettabile, poiché la poesia è ciò che iscrive il dolore di esistere nella grazia del bello imperituro. Ma la morte di Marchionne, al netto del clamore mediatico e della sua eredità, è, in sé, una morte come tutte. E come tutte le morti, per chi riesce ad andare oltre l’istintivo gioco di specchio che proietta la fine di una vita nel campo dell’eventualità generica, del monito astratto, essa chiama in causa ciò che siamo, ci inchioda a ciò che facciamo.

Marchionne è stato un abilissimo manager, è indubbio: ha salvato la Fiat riportandola in utile, le ha dato una dimensione internazionale, ha trasformato stabilimenti obsoleti in modelli di organizzazione e tecnologia (vedi Pomigliano). I 14 anni del suo regno hanno prodotto un incremento dell’occupazione (in Italia e nel mondo), ma anche dei contratti a tempo determinato e del ricorso alla cassa integrazione. Le condizioni lavorative sono peggiorate. I ritmi di lavoro sono cresciuti; in compenso, il salario minimo è diminuito, così come le pause (la pausa pranzo è stata spostata a fine turno). Sono inoltre stati ripristinati gli stabilimenti di confino per operai “problematici” e, per colmo, il mega piano di investimenti “Fabbrica Italia”, che doveva rappresentare il contraltare dei sacrifici richiesti ai lavoratori (e accettati dagli stessi con il referendum del 2010), è stato abbandonato. Più in generale, dopo il 2008 l’azione di Marchionne ha contribuito a indebolire il sindacato, mettendone in discussione la stessa ragion d’essere: l’idea che la contrattazione non possa essere affidata al rapporto, schiacciante, tra azienda e lavoratore, e che il diritto di questo a organizzarsi in massa critica vada salvaguardato come strumento di progresso sociale [1].

«Noi facciamo automobili», diceva Marchionne, e tanto doveva bastare. Ma non bastava, e non basta. Una grandezza che si fermi ai bilanci, all’efficienza, alla tecnicalità, che rifiuti di assumere su di sé il compito di essere rivoluzionaria, dunque per l’uomo, è una grandezza sterile, meschina, il cui culto è tipico di una società che non distingue il fine dal mezzo, l’essenziale dall’inessenziale.

Questo, dunque, voglio notare: che nella vicenda di Marchionne si rintraccia in filigrana il tratto disumano della cultura neoliberista, lo spettacolo della vita ridotta a splendore inerte e votata al consumo mortifero del più paradossale e irriducibile degli oggetti: se stessa.

NOTE:
[1] Per un’analisi dell’eredità di Marchionne, delle sue luci e delle sue ombre, segnalo questi articoli: “La FIAT prima e dopo Marchionne” (Ilpost.it, 25 luglio 2018); “Ma Marchionne ha creato posti di lavoro?” (Lavoce.info, 31 luglio 2018); “Marchionne visto dall’ex nemico Airaudo: ‘Con un’azienda fallita ha acquistato una che stava fallendo, salvando Agnelli’” (Ilfattoquotidiano.it, 22 luglio 2018).

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