Mentre il mondo esplode

Mentre il mondo esplode, di cosa parla la sinistra italiana? Oggi ho tenuto il televisore acceso tutto il pomeriggio, impietrito davanti allo scempio di un PD arroccato in un hotel extralusso (“Parco dei Principi”: non male per gli ex PCI) a tirarsi randellate sui denti. Sembra che l’oggetto del contendere sia la data del congresso: prima chiesto dalla minoranza dietro minaccia di carte bollate, strappato a un Renzi che invece tentava il colpaccio (accelerazione bruciante, crisi di governo ed elezioni senza passare per le primarie), e poi additato come causa del mal di pancia. Roba da matti, pensavo, davanti allo psicodramma di un partito impegnato nell’ennesimo rituale di autocastrazione a reti unificate.

Questi ci succhiano via il futuro. Ce lo sfilano da sotto il naso, lo gettano in un angolo, si abbassano i pantaloni e ci pisciano sopra.

Oggi ero a prendere un caffè con i genitori di J. Si parlava di pensioni. “Dovete pensare al futuro”, mi ha detto M., “fare un’assicurazione, una pensione integrativa, pensare a domani”. E già, fosse facile. La scelta è tra mangiare e fare il piano di accumulo delle Poste (si fa per dire, ma non troppo). Il presente è poco attrezzato per la gioia, direbbe un poeta. Ci si deve contentare di sopravvivere. La dicotomia destra-sinistra è superata: il conflitto si gioca su un piano inclinato in cui s’affrontano speranza e chiusura, e indovinate da che parte pende il campo di gioco? Trump, Salvini, Le Pen: quest’orda di bavosi analfabeti che semina odio per convenienza cinica, per spregevole ambizione, mortifica lo sforzo di chi, ogni giorno, cerca la via della ragione, del confronto, della riflessione. La verità? Agonizza sotto un cumulo di fatti alternativi. Il pragmatismo? E’ un fare addomesticato agli istinti più bassi del popolo, la realpolitik sottomessa al coro da stadio e schiava del consenso. Mediatico, perché nessuno partecipa più realmente, fisicamente.

E mentre il mondo passeggia lungo il baratro come ipnotizzato, istupidito dalla sua stessa idiozia, che fa il PD? Si scinde. In cosa, poi, non è chiaro. Per mano di chi, invece, chiarissimo. Non amo Renzi. Siamo antropologicamente agli antipodi. Riconosco una certa consonanza, una specie di armonia profonda tra gli accordi strimpellati dall’inquietudine comune di questo tempo balordo; ma le differenze si acuiscono quando dalle premesse si passa all’atto. Io sono un riflessivo, e voglio la verità. Mi interessa solo la verità, il possesso della verità, la voce argentina della verità. Temo la palude dell’eterno presente, ma muoversi è sopravvalutato se la menzogna ti avviluppa. A Renzi interessa l’azione, ma confonde il muoversi con il fare. Se la visione è confusa, ideologicamente o – peggio – moralmente, la buona volontà si traduce in una corsa scomposta verso nulla. E affossare Letta, non passare per le elezioni, imbarcare Verdini e Alfano, chiudere un occhio su De Luca, licenziare Marino, non sono proprio segni di saldezza morale. Sono il patto col diavolo che, nelle intenzioni, doveva essere riscattato da un trionfo (la crescita, le riforme) che non c’è stato. Renzi mi ricorda un po’ l’ansioso cronico che, per scoparsi la donna della sua vita, si imbottisce di Viagra, col risultato che non viene, o viene male, poco, triste.

Quindi, io e Renzi c’entriamo poco insieme, siamo come il vinile e Spotify, il musicofilo che spulcia il libretto coi testi e ascolta un disco cento volte, sempre lo stesso, e il compulsivo dello streaming, febbricitante per l’ingordigia dell’accumulo. Però. Però. Dall’altra parte c’è D’Alema, baffino, che ora ride. L’idea di D’Alema che ride mi fa salire il sangue al cervello. D’Alema non ama nessuno, solo se stesso. La sua intelligenza è, in realtà, la scaltrezza sadica di chi sa solo sgambettare, distruggere, minare. Il fioretto intinto nel curaro. Un nichilista. Non ne ha azzeccata una, D’Alema. Ha fatto cadere Prodi, primo governo di sinistra della storia, per ripicca, gelosia, smania personale. Ha tramato con Bertinotti, solleticato dall’idea di un premier ex PCI, ma di D’Alema primo ministro si ricorda pochino, forse solo quel gesto – non nobile: orgoglioso – di dimettersi dopo la pedata delle regionali. A D’Alema non interessa vincere. A lui, come ad una certa parte della sinistra, di governare non gli è mai importato un accidente, così come Narciso della sua bellezza non ha fatto strumento di conquista, ma di (auto)adulazione. Per citare Sorrentino: D’Alema non voleva semplicemente guidare un partito, voleva avere il potere di farlo fallire.

E qui veniamo al PD di oggi. Nessuna creatura, a sinistra, può sopravvivere alla tediosa e stucchevole piacioneria di D’Alema. Ecco perché siamo in questo casino: perché ha remato contro. Ha tramato sottilmente, implacabilmente, per tessere ed ingigantire la tela dello scontento, catturarci pure quelli che mai sarebbero venuti con lui (Bersani), dando loro l’illusione di condurre le carte, e aizzarli contro il segretario che ha cercato di rottamarlo e l’ha superato in personalità. D’Alema è il padre castrante; Speranza, Emiliano e Rossi, i mediocri avventurieri che ha scelto come sue marionette.

Non so cosa succederà, ma so che sono stufo. Stufo di assistere alla solita parata ipocrita di buone intenzioni, alla penosa sceneggiatura di un regolamento di conti personale che viene spacciato come dialogo sui massimi sistemi, come battaglia di democrazia. Al ciacolare delirante di ex tutto bolliti, sottosegretari del nulla, bracci destri filoqualcosa, vecchi turchi e altre bizzarre creature rinfrancate dalla nostra cronica mancanza di anticorpi contro le nullità, che confondono verità e menzogna, e mistificano e manipolano e ci rubano quel po’ di futuro che ci conquistiamo giorno dopo giorno, coi denti, ogni mattina, occhiaia dopo occhiaia, gastrite dopo gastrite. A loro dico: scindetevi tutti, ma da me. Dissolvetevi. Evaporate. Non mi rappresentate, non so chi siete, non sarete il mio futuro.

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