Le parole della paura

Sono contrario all’uso indiscriminato del termine “fascista”: svuota di senso una (tragica) esperienza storica, il nobile sentimento d’opposizione che ne derivò e, come nella favola “Al lupo! Al lupo!”, rischia di renderci impreparati agli sviluppi futuri. Nel caso di Matteo Salvini, però, l’uso di questo termine non è affatto scriteriato. Salvini è un fascista. Lo è nel modo in cui si può essere fascisti all’interno di una cultura liberale, in un sistema democratico, nel terzo millennio. Il fascismo di Salvini prima che nelle azioni sta nel linguaggio, il quale, quando sei Ministro e leader del terzo partito italiano (ma i sondaggi lo danno ormai per primo) produce effetti come e più di mille decreti.

Basta twittare da un angolo sperduto di Padania #chiudiamoiporti, et voilà, i migranti si tramutano in clandestini, ovvero pezzi di carne senza diritti, neppure quello di ridere e ballare. Li si può “congelare” in mezzo al mare e poi spedire a centinaia di chilometri dall’approdo più vicino. Poco importa che siano uomini, donne, bambini, anziani, malati, che scappino dalle guerre o dalla fame: sono negri, puzzano, rubano il lavoro ai bravi padri di famiglia italiani (magari quelli che s’intestano residenze fittizie nei luoghi del sisma), portano delinquenza e malattie. Oppure, nello studio di un’emittente televisiva locale, durante l’ennesima tappa dell’infinita campagna elettorale italiana, è sufficiente tirar fuori la minaccia di una schedatura etnica per i rom e mostrarsi costernati quando si è costretti ad ammettere che quelli italiani «purtroppo te li devi tenere a casa», ed ecco fatto, tornano gli zingari che vivono nella merda e “rubano i bambini”.

La scelta delle parole non è mai casuale. Qualifica anzitutto chi parla. Le parole di Salvini sono quelle della paura: evocano emergenze inesistenti e oscuri complotti internazionali (lo spread, l’Europa), bullizzano chi è diverso e inerme, sacralizzano il popolo (che ha sempre ragione), prospettano soluzioni rapide e definitive alle trappole della modernità e promettono un ritorno alla grandezza che fu. Si piegano a una comunicazione emozionale, che fa leva su insicurezze, frustrazioni e precarietà che questi tempi di crisi hanno accresciuto in modo esponenziale. Qui sta la forza del discorso populista: rifiutando la realtà rifiuta anche la logica, dunque può dire e contraddire contemporaneamente restando impunito. Così, nella retorica orwelliana del nuovo fascismo, i respingimenti diventano atti umanitari («Lo dico da ministro e da papà») e l’invito all’Europa ad assumersi le proprie responsabilità miracolosamente non fa a cazzotti con il sostegno a Orban e ai paesi di Visegrad (ovvero proprio quelli che rifiutano le quote di migranti).

Ma le parole qualificano anche chi le ascolta e non le contesta o le fa proprie. Ad esempio Luigi Di Maio e i Cinquestelle. I quali, se non battono le mani all’alleato, giustificano il patto di potere che rischia di diventare ogni giorno più indigesto con la cara, vecchia realpolitik: “dovevamo dare un governo al paese”, “dobbiamo realizzare le cose che i cittadini ci hanno chiesto” eccetera. Ad una buona fetta degli italiani sembra andar bene così. In fondo, dei migranti non importa nulla a nessuno, tranne ai buonisti di sinistra. E soprattutto nessuno chiede più alla politica una visione d’insieme, una narrazione organica che proietti la società verso un futuro di emancipazione e progresso. Ci interessa solo pagare meno tasse, avere qualche spicciolo in più in busta paga o sul cedolino, e pazienza se questo comporta sottostare ad una mistificazione cinica, perdere diritti o vederli sottrarre a chi non fa parte del nostro club.

Ecco, l’Altro. Il clima avvelenato che viviamo è frutto della una totale chiusura verso l’Altro. La realtà è una costruzione stratificata, contraddittoria, complessa, inafferrabile – in una parola: viva. Tutto l’opposto delle “bolle” di Facebook o del suo correlato oggettivo in politica, l’identitarismo di chi, come Salvini e Meloni, non si fa scrupolo di evocare lo spettro di cose terribili, che credevamo morte e sepolte, pur di abbrancare qualche voto in più.

Dobbiamo tenere gli occhi aperti. Leggere, parlare, scrivere, denunciare il falso, la menzogna, la disumanità. A doverci preoccupare non è tanto il presente: sarà triste e buio, ma mai quanto rischia di esserlo il futuro. Che succederà infatti tra dieci, vent’anni, quando saranno uomini, donne, classe dirigente quelli che oggi sono adolescenti e crescono nella paura, nell’ignoranza, nel culto narcisistico del proprio Io? Quale mondo sarà? La risposta, temo, non ci piacerà.

 

Aggiornamento: è di poco fa la notizia di due ragazzi maliani aggrediti con pistole ad aria compressa al grido di “Salvini, Salvini!”. Prepariamoci: succederà ancora. Le parole della paura generano odio.

Aggiornamento (28/07/2018): come volevasi dimostrare, si moltiplicano le aggressioni a sfondo razziale. Il Corriere fa un riepilogo qui, mentre il Presidente della Repubblica, in un discorso come sempre esemplare, lancia l’allarme contro il “Far West”.

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2 Comments Le parole della paura

  1. katri 22 giugno 2018 at 13:39

    Mi hai tolto le parole di bocca! Ottima riflessione! Ormai noi buonisti siamo la minoranza, la resistenza… ad majora…

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    1. Inunfuturoaprile 22 giugno 2018 at 17:29

      Grazie Katri 🙂

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