La realtà virtuale

La virtualizzazione del reale è quell’esperienza centrifuga che parte dal nocciolo duro dell’evidenza e lo smaterializza progressivamente, ribaltandolo nel suo opposto. Sono spie quotidiane di quest’esperienza, in ordine sparso: le fake news, le tv ultra hd, il rancore social.

Le prime operano uno stravolgimento della verità, per lo meno di quella socialmente appurabile: dinanzi, mettiamo, allo spettacolo pubblico e dimostrabile di un gatto su un tavolo, le fake news affermano che il gatto è in realtà un cane. Così facendo creano un mondo parallelo nel quale sul tavolo c’è un cane. Si troverà sempre, infatti, qualcuno sufficientemente ignorante da non saper distinguere un cane da un gatto, ed è nella testa di questi che l’illusione prende la sua forma più compiuta. Quando poi i minus habens vincono le elezioni, è un attimo trasformare la farsa in tragedia (vedi Orwell).

Citare le tv ultra hd a proposito della rivoluzione al contrario della modernità virtuale non è patetico luddismo. I nuovi display ipertecnologici delineano illusioni di realtà talmente perfette da risultare, contemporaneamente, inattendibili. Quella che dovrebbe essere un’immersione totale nella verità dell’immagine diventa distacco stordente. La nitidezza dei dettagli rende la sospensione dell’incredulità non più necessaria; la sostituisce l’ipnosi per una meraviglia artificiosa, che crea un nuovo standard estetico per la realtà. In breve: se il mondo non somiglierà ad un videogioco, presto non lo riconosceremo più. Anzi lo rigetteremo, con effetti ai limiti (e forse oltre) della psicopatologia.

Il rancore social è la faccia più sgradevole dell’esperienza di virtualizzazione del reale a cui tutti siamo sottoposti. Tanto più quando l’odio grondi da post e commenti immotivato o con una sproporzione incomprensibile tra la presunta “offesa” e la reazione. Ne sono casi di scuola recenti l’aggressione a una giornalista rea di esibire pubblicamente la sua relazione con un noto attore e il bullismo nei confronti di una direttrice di banca protagonista di un video aziendale. In entrambi, l’odio si esprime in una gamma di dichiarazioni che va dall’ironia feroce alla minaccia di stupro. Il fatto che gli interventi più virulenti siano sgrammaticati non è una coincidenza: la meschinità mal si concilia con la precisione dello stile. Ad ogni modo, sembra evidente il movente di fondo: un disprezzo pretestuoso, frutto di un malessere sociale male elaborato, disinibito dalla percezione che l’altro, l’oggetto della nostra offesa, non sia un essere reale ma una figurina. Che abbia, cioè, l’esistenza interamente racchiusa entro i confini virtuali di una posa Facebook o Instagram. Niente nome, niente biografia, niente corpo, carne, sangue, emozioni, attenuanti: un ammasso di pixel che significa tutto ciò che detestiamo e che, ovviamente, dobbiamo esporre al pubblico ludibrio e poi abbattere per rendere migliore il nostro mondo.

Il ribaltamento operato della modernità virtuale sta, in definitiva, in questo: togliere l’anima alle cose, degradarle a contenitori vuoti, allucinazioni. Un trucco vecchio quanto la propaganda, prontamente resuscitato dal capitalismo finanziario per prosciugare di senso politica, istituzioni, lavoro e rinchiuderci, complici, nelle nostre bolle. Dai massimi sistemi al privato, il prodotto non cambia: la virtualizzazione del reale è ormai l’unico spazio di libertà che siamo in grado di riconoscere. Tanto più che viene comoda anche come autoassoluzione: se ti tolgo realtà, la mia libertà non ha confini perché mi alieno ogni responsabilità, ogni obbligo morale. Non ti sto facendo realmente male, giacché non esisti. O, in senso più ampio: non sto facendo il male, giacché nulla, all’infuori delle mie pulsioni più urticanti e immediate, della superficie, esiste.

Poco importa che, in questo modo, la libertà diventi una forza totalmente (auto)distruttiva. Del resto, di una libertà vera, e non virtuale, in una società come la nostra in cui la massima espressione di sé è il consumo, non sapremmo che farcene.

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