Quanto costa la sovranità

«In questo periodo storico geopolitico l’Europa sta cambiando, e questo è molto importante. Il prossimo maggio ci saranno le elezioni europee. Noi vogliamo cambiarla l’Europa. Vogliamo una nuova Europa che sia vicina alla Russia come lo era prima, perché rivogliamo la nostra sovranità. Noi italiani vogliamo decidere del nostro futuro e di quello dei nostri figli, e non dipendere dalle decisioni degli illuminati di Bruxelles o degli Stati Uniti. Vogliamo decidere noi». Ipse dixit Gianluca Savoini, azzeccagarbugli leghista, durante l’incontro con una delegazione russa con cui trattava un finanziamento occulto al partito di Matteo Salvini.

Il discorso è un abecedario dell’ipocrisia sovranista. Tanto per cominciare, il refrain «vogliamo cambiare l’Europa», trito e ritrito, stona in bocca all’esponente di una forza politica che fino a non troppo tempo fa dichiarava di voler uscire dall’Euro (e che oggi si nasconde dietro i minibot). Poi c’è il cavallo di battaglia, «rivogliamo la nostra sovranità», che sa tanto di paradiso perduto, nostalgia dell’Italietta prebellica, mitologicamente autarchica: ieri i nemici erano le «potenze demoplutocratiche», oggi gli «illuminati di Bruxelles o degli Stati Uniti». Sul comodino, Savoini deve avere i libri di Fusaro, il catechismo è quello.

Il «vogliamo decidere noi», buttato lì e lasciato come sempre in sospeso (decidere cosa?), è puerile. In un mondo iperconnesso, in cui l’interdipendenza degli attori si dispiega a più livelli (politico, economico, culturale), la pretesa di decidere autonomamente è un’illusione. Diventa una contraddizione grottesca se l’ansia di libertà pretende di realizzarsi consegnando il paese mani e piedi a un’altra potenza. O ci si illude che Putin finanzi qualcuno perché è «nel giusto», come dice Savoini in un altro passo dell’intercettazione?

I sovranisti sono questo, nient’altro. Gli scompaginamenti prodotti dalla crisi e dall’accelerazione tecnologica negli ultimi 10-15 anni hanno favorito la scalata al potere di affaristi, mezze cartucce, intellettuali di quarta categoria, complottardi no-vax e additatori di scie chimiche, aspiranti ducetti, statisti della domenica. Il loro tratto distintivo è un mix di ignoranza e spregiudicatezza. Le élite politiche progressiste e liberali, schiacciate dal peso della vergogna, degli scandali, della propria insipienza, hanno ceduto il passo senza colpo ferire. Dal canto suo, l’establishment economico ha fatto quello che fa sempre: stringere nuove amicizie. Il risultato è un vicepremier che il giorno ciancia di “Europa dei popoli” (lui, che da europarlamentare l’Europarlamento l’ha visto solo nei bonifici dello stipendio) e di sera sguinzaglia la bassa manovalanza per mettere sul piatto un Paese intero, e il futuro dei suoi figli e dei figli d’Europa, per 65 milioni di dollari [1]. Questo è il prezzo della sovranità. Siete sicuri di voler vendere?

Buone vacanze.


[1] L’obiezione più comune alle intercettazioni di Savoini è: non ci sono le prove che quei soldi siano finiti alla Lega, anzi che siano mai esistiti. A parte il fatto che una difesa tanto passiva è sospetta, dovrebbe essere chiaro a tutti che è gravissimo il solo fatto che Savoini ci abbia provato, e che lo abbia fatto, come dice lui stesso nel colloquio intercettato, a nome dei suoi referenti politici. Ma Savoini nega tutto: nega di essere il braccio destro di Salvini, di aver avuto un mandato dalla Lega per curare i rapporti con la Russia, persino di aver pronunciato quelle parole («Non mi riconosco né nella voce né nei discorsi che faccio»). Ma la sua attendibilità è scarsa. Basti solo dire che pochi mesi fa, dopo l’inchiesta dell’Espresso sulle trame putiniane della Lega, Savoini aveva negato di aver mai partecipato all’incontro a cui oggi ammette di aver partecipato («Io ero lì che bevevo un caffè insieme ad altre 10-15 persone, non so neanche bene di cosa parlassero»). Una ricostruzione dettagliata della vicenda è sul Post.


Aggiungi un commento