Quando ce ne vergogneremo sarà troppo tardi

Il “governo del cambiamento” comincia la sua avventura cedendo alla tentazione più antica del potere: dichiarare guerra agli ultimi. È di queste ore la notizia della chiusura dei porti italiani ordinata dal ministro dell’Interno, Matteo Salvini (mi tiro un pizzicotto: è tutto vero), e dal titolare del dicastero delle Infrastrutture, il “concentratissimo” Danilo Toninelli. In mare, il solito pugno di disperati, uno spettacolo che la nostra cattiva coscienza sopporta col malcelato fastidio che si riserva al più inopportuno degli spot televisivi. Chi si aspettava e ancora si aspetta qualcosa di diverso dalla Repubblica che si è autoproclamata “dei cittadini” è cieco o in malafede. Le premesse per il disastro che sarà erano e sono evidenti. A invalidare le promesse del mitologico contratto di governo, che la neolingua del grilloleghismo bolla come “di buonsenso” mentre invece è semplicemente cialtronesco e in larga parte reazionario, ci pensa la premessa fondante dell’azione dei due inediti alleati: il populismo.

È stato lo stesso Giuseppe Conte a rivendicarlo nel discorso con il quale ha chiesto la fiducia alla Camera dei Deputati. «Se populismo è l’attitudine della classe dirigente ad ascoltare i bisogni della gente – ha scandito il presidente del Consiglio -, se anti-sistema significa mirare a introdurre un nuovo sistema, che rimuova vecchi privilegi e incrostazioni di potere, ebbene queste forze politiche meritano entrambe queste qualificazioni». Un’affermazione, nella migliore delle ipotesi, vacua come il resto del discorso che la contiene. Se tale fosse il populismo, nessuno – forze politiche, rappresentati delle istituzioni, cittadini elettori – potrebbe dirsi anti-populista. E del resto, ogni governo che questo paese ha avuto dal 1863 ha esordito con una simile professione di fedeltà al popolo. Conte, Salvini e i parvenu della democrazia (etero)diretta fanno finta di ignorare che il populismo è ben altro, un inganno cinico e deliberato. I tre suoi pilastri, lungi dall’essere conquiste, sono altrettante illusioni.

In primis, l’illusione del nuovo. Nella mitologia grilloleghista, al nuovo è assegnata una forza palingenetica. Il leader (l’impolitico) è il capo messianico: l’avvento suo e dei suoi discepoli segna l’anno Zero, la tabula rasa cui seguiranno «le magnifiche sorti e progressive» della Ricostruzione. Questo a parole. Nei fatti, il rinnovamento della classe dirigente propugnato dalle nuove genti al potere si è tradotto in una banale sostituzione. C’è una bella differenza: il rinnovamento è un fatto culturale, la sostituzione una questione fisiognomica. Basta guardare la lista dei ministri per rendersene conto. Valga su tutti l’esempio di Savona. A leggere il suo curriculum lo scopriamo, tra le altre cose, presidente del Credito Industriale Sardo (1980-1989), direttore generale e poi amministratore delegato della Banca Nazionale del Lavoro (1989-1990), quindi Presidente del Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi (1990-1999), di Impregilo, di Gemina, degli Aeroporti di Roma e del Consorzio Venezia Nuova (2000-2005). Tra il 2000 e il 2005 consigliere di amministrazione di RCS e TIM Italia. Vice presidente di Capitalia, presidente della Banca di Roma, presidente del Fondo interbancario di tutela dei depositi [1] – e questo per tacere dei suoi incarichi in Banca d’Italia e al governo. Solo una propaganda disonesta poteva riuscire a farlo passare per un Che Guevara in doppiopetto.

Non è un’eccezione, ma la prassi: i populisti sono nient’altro che pezzi di establishment che si camuffano per riciclarsi. Dove stia il cambiamento, in ciò, è un mistero [2].

L’altra e ben più perniciosa delle illusioni populiste è l’illusione della forza. L’idea, tanto per iniziare, che esistano soluzioni semplici e immediate a problemi complessi. Ne ho accennato in apertura, ci ritorno ora: l’immigrazione. Ci vuole uno sciocco o un baro per sostenere che basti chiudere le frontiere e rispedire gli ospiti indesiderati al mittente per risolvere il problema. È assurdo, in un mondo globalizzato come il nostro, pretendere di opporre soluzioni locali a problemi globali. L’immigrazione, prodotta dal colonialismo e dello sfruttamento delle multinazionali, è uno di questi, e se i populisti (di oggi e di ieri) agitano i pugni e urlano slogan contro gli “invasori” è solo perché non possono fare altro. La politica è afflitta da un’ormai cronica carenza di capacità d’azione. L’unico modo che i leader hanno di mostrarsi forti è quello di occuparsi di faccende a portata di mano, dal forte valore simbolico. La sicurezza e gli immigrati, appunto. I quali, a dimostrazione di come la squallida disumanità del potere si appoggi sempre al più infallibile dei compici, il cinismo dei sottoposti, risultano essere un problema solo quando “infestano” le nostre periferie. Si potesse deviarne il corso, questa fiumana di straccioni in fuga non toglierebbe più il sonno a nessuno.

Il populismo, dunque, è debole, addirittura inerme difronte al colosso della società globalizzata. La sua forza e la sua efficacia sono un’illusione, e così molte delle emergenze che i populisti evocano. L’illusione della percezione gioca un ruolo fondamentale. L’insicurezza dei cittadini del mondo globalizzato, lo spavento per un futuro che sembra sfuggire ad ogni controllo, trova pronti ad accoglierli una propaganda martellante, ossessiva, capillare, talvolta al soldo di interessi opachi (vedi il dream team populista Trump-Putin-Bannon). Questa narrazione apocalittica, inevitabilmente nostalgica della grandezza perduta (vedi alla voce “sovranismo”), ha gioco facile a stravolgere l’agenda politica, mettendo in cima emergenze che non lo sono soltanto perché si prestano a soluzioni scenografiche, facili da vendere come risolutive. «Non saranno gli indici a dirci se stiamo lavorando bene, ma la felicità dei cittadini», ha dichiarato il neo-ministro del Lavoro e delle Attività Produttive, Luigi Di Maio (altro pizzicotto: niente, è vero). Uno potrebbe chiedersi: “come si misura la felicità dei cittadini?”. Speriamo non in like su Facebook. Ma il punto è un altro: in questa frase, mascherata da considerazione di buonsenso (il Pil non è la felicità), c’è tutta la vacuità di chi dichiara guerra ad un modello culturale senza avere pronta un’alternativa, e l’eco sinistra della percezione che si mangia la realtà.

Il governo del Cambiamento è dunque una truffa. Il populismo è una truffa, una forza non di emancipazione, ma di de-emancipazione, con buona pace di quelli che vedevano nel M5S la nuova sinistra. Ma in questo momento simili obiezioni non trovano spazio. Nella fatiscente arena della società civile italiana si sente invocare come da un sol uomo: “lasciamoli lavorare!”. Fioccano gli hashtag, scrosciano gli applausi. In mare, il solito pugno di disperati impegnati nell’eterna attesa.

Quando ce ne vergogneremo sarà troppo tardi.

 

[1] Fonte, Wikipedia: https://it.wikipedia.org/wiki/Paolo_Savona
[2] Facce nuove, metodi vecchi, come potete leggere qui. [aggiornamento del 15/06/2018]

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