Psicopatologia della vita politica

Proviamo a mettere in fila alcuni fatti, giusto per provare l’ebbrezza – colpevole, nel mondo odierno – di essere lineari. Partiamo dalle basi, la Costituzione, la legge fondamentale del paese. “La sovranità appartiene al popolo”, si legge all’articolo 1, “che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”. Di quest’enunciazione, sovranisti e populisti citano sempre la prima parte, mai la seconda. La quale, però, pone una questione fondamentale. Le “forme” e i “limiti” stabiliti dai precetti costituzionali danno sostanza alla sovranità. All’infuori di essi non c’è sovranità, solo il “liberi tutti” in cui l’opportunismo degli aspiranti ducetti prolifera.

La Costituzione, inoltre, disegna per il nostro paese una forma di governo, la repubblica parlamentare. Significa che la volontà popolare s’incarna nel Parlamento, la cui composizione i cittadini sono chiamati a rinnovare, col voto, ogni cinque anni. Alle elezioni politiche, dunque, non si elegge né il presidente del Consiglio né il governo, ma deputati e senatori. “Governo non eletto dal popolo” è la sciocchezza preferita dei populisti vecchi e nuovi (ricordate Berlusconi?).

Si tratta di ovvietà, me ne rendo conto, ma oggi è importante ribadirle, giacché nel chiacchiericcio isterico e impotente con cui i partiti, senza rendersene conto, intonano la loro orazione funebre, sono proprio le ovvietà le prime a smarrirsi. Un’altra ovvietà è che non tutto ciò che è legittimo è opportuno. Per stare ai fatti di oggi, l’accrocco PD-M5S, pur se nel pieno perimetro democratico e costituzionale, è l’ennesima bruttura, l’ennesimo equivoco, l’ennesima perdita di tempo che questo paese doveva e poteva risparmiarsi.

Zingaretti era stato lineare: in caso di crisi, si va alle urne. Non aveva considerato la giravolta di Renzi. Renzi, in pochi se ne sono accorti, è bizzarramente simile a D’Alema. Al “lìder Massimo” l’accomuna la spietatezza verso gli avversari interni e l’indulgenza narcisistica verso quelli esterni. La nemesi immaginaria di D’Alema fu Berlusconi, quella di Renzi è Salvini. Li abbiamo visti baciarsi e abbracciarsi in Senato, con l’ex presidente del Consiglio che nelle stesse ore ricordava l’aneddoto per cui il capo leghista, dopo il fallito referendum sulla riforma costituzionale del 2016, gli aveva telefonato augurandosi di incrociare, un giorno, le lame con lui. È un aneddoto che sa di nobiltà perduta, funzionale a una certa rappresentazione di sé, perché oggi nessuno parla mai di nulla che non sia se stesso, e i politici, che aspirano a essere uomini “più qualunque” degli uomini qualunque, non fanno eccezione.

Rappresentazione, è qui il problema. “Nulla esiste fuori dal testo”, scriveva Derrida. In un certo senso, i politici attuali si comportano come se condividessero l’interpretazione che di queste parole abitualmente si dà, ovvero l’idea che il linguaggio produca la realtà, sostituendosi a essa. I partiti sono ormai il contorno istituzionale di potenti macchine propagandistiche (la “Bestia” e Rousseau) le quali, raccogliendo il malcontento, la frustrazione, la rabbia, il desiderio di riconoscimento dei cittadini, li alimentano dipigendo scenari catastrofici e li indirizzano suggerendo mirabolanti soluzioni. Queste narrazioni così perentorie, muscolari, iperboliche, nell’immediato assolvono bene la funzione di stampella per partiti e leader privi di storia, cultura, orizzonte (quella che abitualmente si chiama “identità”). Promuovendo una visione semplificata, unidimensionale e unidirezionale della realtà, al tempo stesso chiudono l’orizzonte vitale dei partiti. Cosicché, quando i leader scoprono che le parole non bastano, che la propaganda è una coperta cortissima e piena di buchi, per cui s’impone un cambio di direzione, le giravolte a colpi di grossolane riscritture del copione costano accuse di tradimento e voti.

Detto fuor di metafora: la politica oggi è ostaggio del mare di sciocchezze che gli spin doctor e i social media manager, complici i leader, producono per nascondere un pauroso vuoto d’idee, immaginazione, coraggio, l’incapacità di incidere sui processi e/o di farlo nel modo rapido e definitivo con cui l’“uomo qualunque”, abituato all’immediatezza e alla precisione chirurgica del click, del like, del ti seguo/non ti seguo, pretende. E siccome a questo “uomo qualunque” abbiamo raccontato che ha tutti i diritti di lamentarsi, essendo i politici suoi “dipendenti”, e nessun dovere, neppure quello di rispettare le “forme e i limiti della Costituzione”, la frittata è fatta.

Per tornare alla crisi attuale, PD e M5S hanno scelto di credere che la somma di due debolezze dia una forza. È una vecchia tentazione, non solo della politica, come credere che il fine giustifichi i mezzi, o raccontarselo per nascondere la propria mediocrità. Nell’epoca delle identità-non-identità, delle identità, cioè, ridotte a cumuli di slogan, hashtag, parole chiave cucite assieme da un generico eppure ferocissimo sentimento “anti”, comodo perché autoassolutorio, il tatticismo esaurisce la politica, se la mangia sfociando nel vecchio trasformismo. Del nuovo corso, che fa impallidire persino la Prima Repubblica, Conte è l’emblema. Oscuro docente universitario, autoproclamatosi fieramente “avvocato del popolo”, è stato il presidente del Consiglio dei ministri che ha licenziato, tra le altre cose, i decreti sicurezza I e bis. Ora si prepara alla replica assieme al PD, quello che il “suo” M5S definiva, neppure due settimane fa, il “partito di Bibbiano”, a cui presumibilmente concederà l’abrogazione dei suddetti decreti. Conte, che fu indicato nel 2018 dal partito che aveva promesso di aprire il parlamento come una “scatoletta di tonno”, che voleva il referendum sull’Euro, che metteva persino in discussione la Nato, è oggi il campione dell’europeismo, dell’atlantismo e del governismo. I peones e una buona parte degli elettori superstiti del M5S l’applaudono a scena aperta, ipnotizzati dal mito del Grande Statista, “l’Elevato”, come l’ha soprannominato Beppe Grillo, maestro dello sproloquio narcisista.

Linearità, si diceva all’inizio. Ma la linearità è oggi un esercizio impossibile. È l’epoca del frammento, dell’istante, della polverizzazione del discorso, della sua scomposizione in unità (in)significanti ripetitive, poche e sgrammaticate insegne identificatorie. Vale la pena, a questo proposito, riflettere sulla crisi da una prospettiva esterna alla politica.

In un articolo pubblicato sul “Foglio” il 14 agosto scorso, Luciano Capone riportava le parole di Giovanni Guzzetta, costituzionalista dell’Università di Tor Vergata: «Sembra che gli strumenti tradizionali di segnalazione della crisi non funzionino più. Ciò che in passato era un segnale di crisi di governo ora viene ignorato». Per esempio, scriveva Capone, il M5S ha presentato una mozione sulla TAV contro il suo governo «pensando che fosse priva di conseguenze». Salvini ha depositato una mozione di sfiducia continuando a rimanere al suo posto. «Non c’è più una grammatica politica condivisa», spiegava Guzzetta, il quale andava oltre. «Ciascun attore – aggiungeva – vive nell’incertezza di non poter percepire le conseguenze dei propri atti politici».

Ecco un senso ulteriore dell’essere ostaggi della propria narrazione. Le parole oggi vivono una vita loro, slegata dal mondo. Narrare non è più rappresentare il mondo per orientarsi, ma un momento di scissione tra sé e il mondo, tanto sul piano oggettivo che su quello soggettivo. Non è più possibile incontrarsi con l’Altro sul terreno di un linguaggio comune, ma neppure conciliare le proprie aspirazioni con le circostanze che informano il mondo personale. La divaricazione, la separazione totale tra queste dimensioni produce un sé-oggetto, un sé-pietra, compatto, liscio, indubitabile e del tutto chiuso all’Altro, incapace di porsi come progetto, di dispiegarsi. Questo sé-pietra ha le sembianze di un sé-vivo, recita il discorso e il movimento, ma in realtà emette suoni e si agita senza approdare a nulla. Il suo stile esistentivo è puramente polemico-paranoico: vede nemici ovunque, accusa chiunque per l’incapacità di realizzare un ideale che si pone come alternativa irreale, ideologica, alla disgregazione, alla corruzione, all’essere della vita per-la-morte. Questo ideale non amplia il teatro dell’azione, al contrario lo schiaccia, lo limita.

Mi pare che tutto ciò rientri in un processo di “schizofrenizzazione” della vita quotidiana e politica. Altri segni sono: la ripetizione ossessiva di parole-chiave alla lunga svuotate di senso, in generale un impoverimento del linguaggio e della capacità di simbolizzazione; il culto nostalgico, mitologico, del passato, il quale comporta un blocco della temporalità, il presente esperito non come congiunzione dinamica di ciò che è stato e di ciò che concretamente potrebbe essere ma come mero adesso; la contrapposizione tra sé (autentico) e Mondo (inautentico), per cui nulla è come sembra, e tutto è complotto, “inciucio”, Sistema; lo spazio sociale come luogo di scontro e pericolo, dunque di rifiuto aprioristico dell’Altro; l’Altro come male da estirpare.

In ballo, in questi giorni di crisi, non è il giudizio su un pessimo governo o il gioco della sedia praticato dai politici. Piuttosto, la corretta fisiologia di un sistema democratico nel quale gli attori non fanno altro che parlarsi addosso, inventarsi necessità o emergenze di comodo, torcere all’infinito la realtà, aizzare le folle e le folle, lietamente, deresponsabilizzarsi abbandonandosi al tifo. È questo il pericolo per il futuro, non Salvini, la cui pasta l’abbiamo vista nella prima, vera crisi da leader. Non ciò che Salvini è, ma ciò che Salvini e, senza volerlo, l’assurdo governo PD-M5S, preparano.


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