In principio era la lotta

In principio era la lotta. Alzi la mano chi se la ricorda. La lotta è la freccia che punta il bersaglio inevitabile; la fatica, il dolore, l’ebbrezza che fanno da propellente e bruciano l’aria intorno alla coda. È la certezza di arrivare per il solo fatto di averlo sognato tanto tempo addietro; e, per il solo fatto di averlo sognato tanto tempo addietro, la paura del fallimento, lo spettro mostruoso del fiasco. La lotta ha la sua algebra: rabbia più intenzione più riflessione più futuro danno il Big Bang, quello scoppio che da millenni si rinnova e scuote la società, ogni società, dalle fondamenta. In principio era la lotta; ora non è più. Sopravvive in citazioni colte, come arcana epigrafe nei manuali di sociologia, nel ricordo dei vecchi e nella nostalgia dei loro nipoti, una nostalgia sradicata, senza passato né futuro. La lotta è sparita. Chi ha ammazzato la lotta? Questo eterno presente saturo di promesse scintillanti e meschine, che blandiscono l’ego e fiaccano la spinta vitale, annebbiando la vista.

Chi sono i nostri nemici? Non lo sappiamo, non siamo più in grado d’identificarli. È come l’imbroglio delle tre carte: “carta che vince, carta che perde!”, proclama il banditore, e tu guardi le carte, strizzi gli occhi per non perdere di vista quella buona, ostaggio dei movimenti rapidissimi del prestigiatore. E quando è il momento punti e perdi, e dai la colpa alla sfortuna o a una disattenzione, mentre invece dovresti acchiappare per la collottola il truffatore e i suoi compari. Il capitale s’è fatto furbo, si è smaterializzato nell’eden dell’alta finanza, il paradiso senza regole del capitalismo più rapace, e da lì ha infiltrato subdolamente ogni piccolo spazio vitale. Per agire indisturbata, questa modernità cinica e truffaldina ha plasmato il mondo a suo vantaggio, inondandolo di aggeggini luccicosi che offrono a ciascuno di noi un comodo surrogato di vita, a patto di tenere gli occhi bassi, incollati agli schermi. E che importa se quegli schermi sono la porta da cui entrano paura, frustrazione, rabbia? Sempre quegli schermi offrono bersagli di comodo e un megafono sempre acceso, dunque la malattia e il sollievo, un’altalena nevrotica, tossica, che abbiamo eretto a pratica quotidiana.

Ma la lotta, in tutto questo, che fine fa? La voglia di capire, immaginare, creare il (proprio) futuro? Muore. La schiacciamo con rassegnazione, come si fa con una mosca fastidiosa. Vince la paura, vince il banco. E tanti saluti al futuro.

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2 Comments In principio era la lotta

  1. Marco 5 dicembre 2017 at 22:57

    “La lotta è la freccia che punta il bersaglio inevitabile; la fatica, il dolore, l’ebbrezza che fanno da propellente e bruciano l’aria intorno alla coda. È la certezza di arrivare per il solo fatto di averlo sognato tanto tempo addietro; e, per il solo fatto di averlo sognato tanto tempo addietro, la paura del fallimento, lo spettro mostruoso del fiasco. La lotta ha la sua algebra: rabbia più intenzione più riflessione più futuro danno il Big Bang, quello scoppio che da millenni si rinnova e scuote la società, ogni società, dalle fondamenta. ”

    Sembra un manifesto futurista. Ovviamente, interventista. Le nuove generazioni lottano ma, chi appartiene al paradigma che per millenni ha governato il mondo con la violenza – il patriarcato in tutte le sue declinazioni e bandiere – non lo riconosce. Le nuove generazioni ripudiano radicalmente la violenza. E non combattono perché hanno compreso che le speranze per un mondo migliore non risiedono nel combattimento, nella violenza o nel potere.

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    1. Inunfuturoaprile 6 dicembre 2017 at 9:49

      Ciao Marco,
      non credo che le nuove generazioni lottino. Non credo neppure che coltivino speranze particolari in merito al mondo. Ai più, semplicemente, il mondo non interessa.
      Saluti.

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