La post-verità è una bufala

Quella della post verità è una bolla mediatica. In un certo senso, una bufala. Mi spiego.

Primo, non è cosa di oggi. Ricordate Berlusconi? Te lo ritrovavi in tutti i salotti televisivi a scandire, la faccia da impunito, fandonie via via più inverosimili. Le toghe rosse, i giornali a lui avversi, Ruby maggiorenne, le cene eleganti, il pericolo comunista: ci ha costruito su vent’anni di sfolgorante vita politica. Erano, quelle, non semplici menzogne, ma post-verità a tutti gli effetti. Cioè balle dimostrabilissime ma che, per un motivo o per l’altro, anche quando rivelate, non gli valevano pubblica gogna (non dei più, per lo meno), al contrario maggior entusiasmo, maggior consenso.

Sento già l’obiezione: a Berlusconi le bugie non lo screditavano perché l’apparato mediatico che avrebbe dovuto inchiodarlo era il suo. Vero, ma fino a un certo punto. L’elettorato, i suoi, lo adoravano a prescindere. Il fatto che possedesse mezzo sistema catodico, mezza stampa, e che controllasse indirettamente buona parte del resto è, per assurdo, fuorviante rispetto alla vera natura del suo consenso. Era un outsider della politica, riusciva a far passare la cultura istituzionale, il rispetto delle regole, come il retaggio di un mondo vecchio, da abbattere in nome di destini più splendenti. E del resto, non si poteva certo dire che chi l’aveva preceduto aveva brillato per lungimiranza e spirito di sacrificio per la nazione. Ieri come oggi, dunque, la post-verità si forma, si propaga e genera consenso in un deserto ideologico, culturale, politico, in cui il genere umano si abbassa alla subspecie di un branco di boccaloni incazzati con il sistema. La differenza? Una volta il regno delle fake news era l’infotainment, che per quanto figlio bastardo delle tribune politiche e del varietà era comunque governabile; oggi è l’anarchico iperspazio dei social, un algoritmo che si presta al tumulto ansiogeno di un’epoca senza punti cardinali, restio alle forme convenzionali e dunque difficile da addomesticare alla noiosa pratica della verifica delle fonti, del vero vs. falso.

Secondo aspetto: il dibattito odierno sulla post-verità è un teatrino messo in piedi per non arrivare a nessuna conclusione, giacché è viziato da un problema di fondo. Chi ne discute, non è legittimato a farlo. Non lo sono i giornali, che da tempo hanno abdicato alla loro funzione di racconto del mondo in favore di una patetica corsa al ribasso, nel tentativo – inutile – di assecondare gli istinti più bassi di un pubblico di lettori incolto (dunque anch’esso delegittimato – a discutere di alcunché, in effetti). Non lo sono, legittimati, neppure i politici, che sulla post-verità ci campano (sì, Berlusconi. Ma ce l’ho anche con te, Beppe). Anche quelli apparentemente sconfitti dalle fake news (la Clinton, Renzi, i “remainisti”) non recriminano più di tanto, perché la post-verità è una ruota, gira per tutti. La disinformazione è il sale della propaganda politica (post) post-moderna che il cinico arrivismo degli spin-doctor traveste da più accettabile “semplificazione del messaggio”.

Sono gli effetti di una colossale sbronza da storytelling, l’idea che i fatti non contino più, solo le emozioni (altro retaggio berlusconiano). E in effetti è vero, perché a discapito di tutto l’apparato tecnologico che ci circonda siamo una società profondamente irrazionale, un nuovo medioevo in cui non le emozioni, in effetti, ma l’isteria la fa da padrona, e la verità non interessa più a nessuno, è solo un complotto di certi subdoli untori (gli immigrati, le multinazionali, i politici corrotti). In confronto il Medioevo “originale”, che bruciava le streghe in attesa della fine del mondo, è un’accozzaglia di scaramanzie da smorfia napoletana.

Ogni analisi, ogni tentativo di risoluzione di questa cosiddetta post-verità, si traduce sempre in una scontata difesa corporativa, in un’autoassoluzione pietosa. I cittadini: colpa dei politici. I politici: colpa dei giornali. I giornali: colpa dei cittadini che si credono giornalisti e fanno politica da non politici. Sofri ha ragione: il problema è nel manico. La confusione nasce dal fatto che non solo non si capisce chi dovrebbe affrontare il problema, ma neppure chi dovrebbe discuterne (certo non il “tribunale del popolo”). E dunque, come sempre quando c’è una questione spinosa che nessuno vuole realmente affrontare perché chiama tutti in correità, ecco il neologismo: post-verità. La scusa che tutti stavamo cercando per circoscrivere il fenomeno al di fuori della nostra portata (dare un nome è riconoscere altro da sé), travisarlo, perderci in inutili chiacchiere da salotto, farci sentire migliori puntando il dito contro i più cinici o i più stupidi. Come sempre, gli altri.

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