Ponti che crollano

L’estate è il luogo privilegiato dell’angoscia. Lacan definiva l’angoscia come la sensazione di essere ridotti al proprio corpo, privati del fantasma. Un film senza sceneggiatura, scenografia, attori, movimenti di macchina. Un film senza film, una sospensione di ogni movimento, di ogni scarto simbolico. Insieme, l’emergere di un movimento e di uno scarto reali, non premeditati, senza nome, impossibili e dunque disperanti.

Ci si scopre fragili, d’estate, con peculiare intensità. Sarà il caldo, sarà l’obbligo muto ad essere felici, inevitabilmente disatteso quando non hai sedici anni e la tenacia di spremere ad ogni istante la stilla della speranza, l’inveramento della tua stessa profezia. Sarà che estraniarsi non si può, non si può uscire dalla struttura: la struttura ha porte, ma non sono girevoli, e le determinazioni del Potere non conoscono le requie di un bagnasciuga, una bibita ghiacciata, un soffio di brezza marina. Sarà che ogni partenza presuppone un ritorno. Fragili, ci si scopre. Come certi ponti.

La nostra costituzione è problematica. Necessitiamo di manutenzione perenne, e così la società che insceniamo ogni giorno, che ogni giorno riscriviamo. Progresso: la parola è scomparsa dal dibattito pubblico. Una volta era la meta naturale di ogni sforzo; a un certo punto, sembrava persino a portata di mano. Ora è un ricordo sbiadito, se non un incubo da scacciare. Rivoluzione ed emancipazione, neanche a parlarne. Sono termini che presuppongono il futuro, una trazione esistenziale rivolta all’essere, alla vita. Oggi predomina, invece, la dimensione mortifera della nostalgia (di un’unità, una completezza perdute), la quale è persino peggio del male che intende curare. E il male si chiama neoliberismo.

Se il tempo ci pare bloccato, se la dimensione emotiva prevalente che fa da bordatura, talvolta silenziosa, talaltra più allarmante, ad ogni esperienza è una sensazione di soffocamento, è perché il capitalismo ha avuto la forza di imporsi come naturale. Dato incontestabile, forma necessaria dello sviluppo, termine ultimo della storia. La proliferazione degli oggetti, che offrono un’illusoria via di fuga all’angoscia, e l’imperativo prestazionale assunto come fondamento etico, ci distolgono dall’unica cosa sensata che dovremmo fare: concepire un’alternativa e adoperarci per realizzarla.

Il neoliberismo nega la vita, perché nega e, anzi, ingloba ogni ipotesi di superamento. Ma il populismo, e la sua sottospecie sovranista, non sono la panacea di tutti mali. Lo spiega Jan-Werner Muller, docente di politica alla Priceton University, in un saggio (ripreso dal Foglio) sulle cosiddette “democrazie illiberali”, il cui campione europeo è il premier ungherese, Victor Orban. «Un più recente espediente nel repertorio di Orban (e di leader come lui) è stato quello di far credere all’opinione pubblica nazionale che il suo illiberalismo coincida in realtà con il sentimento anti-globalizzazione». La tesi orbaniana è che la “società aperta” distrugga l’idea (salvifica) di patria e trasformi ogni terra in un sito d’investimento. «Eppure, è una farsa far passare quella che in realtà è una forma di capitalismo clientelare con una plausibile forma di protezionismo per i cittadini comuni contro le élite globali. […] L’illiberalismo non è una forma blanda di capitalismo».

Lo sottolineavo qualche settimana fa: il tentativo di recuperare la sacra triade Dio-Patria-Famiglia non ha nulla a che vedere con la restaurazione di valori “universali” in opposizione al capitalismo ipermoderno, semmai con la ricostituzione di un mito identitario il quale, in quella lotta, non ha alcun potere. Come nota Muller, «per i populisti nazionalisti, il cristianesimo non corrisponde ad alcun vincolo in particolare: è semplicemente una questione identitaria, non etica». Stessa cosa dicasi per patria e famiglia. Quello di “identità”, del resto, è un concetto assai equivoco, per non dire ideologico. Francois Jullien, in L’identità culturale non esiste (Einaudi), lo rileva molto bene. La crisi dell’Occidente è, anzitutto, la crisi della pretesa di “universalità” dei suoi valori: la loro totalità, la loro completezza, è ormai insostenibile. A questo vuoto, e all’angoscia che ne segue, non si può reagire richiudendosi nel recinto concettuale delle differenze (culturali), nel tentativo di edificare un “comune del simile” troppo comodo per essere vero. La differenza è, per definizione, classificatoria (si catalogano i termini per somiglianza e dissomiglianza) e identificatrice (la dissomiglianza ultima definisce l’essenza della cosa). In questo modo, però, ogni termine (ogni cultura) rimane nel suo cantuccio, privandosi della possibilità di esplorarsi attraverso un confronto che apra uno scarto, una tensione, un “tra” che consenta di interrogare se stessi attraverso l’Altro, di decostruire dall’esterno l’esclusività della propria posizione, di spostarsi. L’identità culturale non è l’identificazione: non si può e non si deve assegnare alla cultura la funzione di compensare la zoppia dell’Io. L’idea stessa di identità culturale è illogica. La specificità della cultura è mutare. Una cultura che non muta è, come una lingua, morta. Pretendere di edificare una società nuova sull’identità significa edificare sul nulla.

E qui veniamo ai ponti che crollano. Beninteso: non mi interessa adoperare la vicenda del viadotto Morandi in chiave metaforica, usarla come conferma plastica della dissoluzione della continuità tra la nostra (macilenta) Italia e quella (eroica) del “Boom”. Non mi interessa non solo perché simili metafore producono di solito pessimo giornalismo, ma soprattutto per una specie di pudore dinanzi alle vittime. Meritano, i quarantatré morti e le loro famiglie, uno sforzo di comprensione oltre le banalità della pubblicistica, un esercizio definitivo di rispetto che le sottragga alla riduzione a statistica o a termine di paragone.

Neppure mi interessa la caccia al colpevole: è compito della magistratura. Riguardo la responsabilità politica, potrà essere chiara appena si capirà per quale motivo il ponte sia crollato. Questo, però, non deve impedirci di sottolineare come i governi e le forze partitiche (e produttive e intellettuali) che, dall’inizio degli anni ‘90 a oggi, hanno attuato, gestito e approvato una campagna di privatizzazioni scriteriata, inquinata dall’immancabile contiguità clientelare tra potere politico e potere economico, abbiano assecondato un modello di sviluppo – e dunque di società – disumano, che riconosce il suo valore esclusivo nel profitto, che asservisce e mortifica la vita stessa.

L’impegno per il suo necessario superamento, tuttavia, non ha nulla a che vedere con i processi sommari, gli annunci a mezzo stampa, i cori da stadio e le menzogne in cui il governo pentaleghista si è cimentato a macerie ancora fumanti. In gioco, qui, non c’è l’egemonia politica nel paese, ma la democrazia stessa, che si sostanzia di dialogo, fiducia, accoglienza. I ponti che crollano sono anche quelli umanitari. Mentre scrivo, la nave della Guardia Costiera italiana (italiana) Diciotti è bloccata per il terzo giorno consecutivo nel porto di Catania dal ministro dell’Interno e dai suoi accoliti, i quali non si fanno scrupolo di tenere in ostaggio 150 uomini e donne in nome di un’invasione che non esiste se non nell’immaginario di un elettorato plasmato dalla paura e abituato a confondere l’immediatezza con l’efficacia.

Dopo i “trionfi” del primo Novecento, l’iperpolitica minaccia dunque di nuovo l’Europa. Il suo movente non è la costruzione di una società migliore, più giusta, piuttosto la rivalsa nuda e cruda contro le élite traditrici, la ricerca spasmodica di capri espiatori. “Protezione” è il sostantivo con cui il populismo descrive la propria funzione, celando le sue pulsioni più truci. La politica, cioè, deve costruire lo scudo contro i nemici che si annidano nella selva della modernità. È una missione meschina, che ammette la sconfitta: incapace di disegnare il futuro, la politica si dispone a proteggere il Popolo dall’orrore inevitabile del Potere Vero. Un potere, cioè, sempre Altro, estraneo alle intenzioni dei populisti (che governano per, e non contro, il Popolo) e alla responsabilità del Popolo stesso, il quale è, ovviamente, innocente.

Si tratta, nella migliore delle ipotesi, di una illusione ottica, prodotta da una certa inevitabile distanza, nelle democrazie rappresentative, tra elettori ed eletti. Il fatto che solo i secondi siedano nella “stanza dei bottoni” non implica che i primi non abbiano un qualche grado di responsabilità nei processi decisionali. A ben vedere, l’idea stessa di una “stanza dei bottoni”, intesa come epicentro “puro” di trasformazioni concepite secondo una visione deterministica del Potere, è un’approssimazione buona per il vaniloquio complottardo di un Di Battista, nient’altro. Siamo tutti responsabili. Attraverso il voto, il sostegno morale o intellettuale, le scelte di vita quotidiana, persino quelle compiute in direzione dell’inerzia o del disimpegno.

Se i ponti crollano, insomma, è anche per causa nostra, che preferiamo adoperare le energie nella ricerca di una purezza impossibile, di un assoluto di quart’ordine, da realizzare qui e ora, piuttosto che confrontarci con la nostra fallacia e da lì partire per impostare un dialogo sincero, profondo, che valorizzi e non tenti di sopprimere la dimensione strutturalmente problematica, ambivalente, dell’esistenza, che fondi sulla irriducibilità dell’Altro il valore dell’esperienza umana.

L’alternativa è la protezione, la Patria, la difesa dell’identità come desiderio d’essere, per dirla con Sartre, “pietra cosciente”, il culto mortifero dell’uniforme. Il populismo sovranista, insomma. Una nuova delega in bianco: ieri era il mercato, oggi è l’Avvocato del Popolo. Domani, un altro Mister X, intorno al quale stringersi e sfogare la rabbia per l’ennesimo ponte crollato.

 

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2 Comments Ponti che crollano

  1. Roberto Petracca 25 agosto 2018 at 17:34

    Non male! Ma… sei uno stato d’animo? Prendi un pensiero, lo spolpi, lo fai tuo, lo lucidi fino a farlo diventare oro colato e poi ce lo ammannisci? Grazie!
    E perché non mostri la tua faccia? Perché non mi dici dove abiti affinché io possa venire fisicamente ad omaggiarti o maltrattarti in caso di necessità? Scrivi bene e dici cose sensate anche se agli aggettivi,alle leziosità e agli artifici estetici preferisco linguaggi spartani e asciutti. Però, no! Ti rileggerò se casualmente mi ricapiterai a tiro ma non ti seguirò. Preferisco chi si espone alle intemperie. Peccato! Si vede che hai letto qualcosa ma non compro a scatola chiusa e se non hai palle per scendere in strada non ti seguirò in salotto. Difetti ne abbiamo tutti ma il tuo supera la mia soglia di accettazione. Ciao, sembri comunque bravo e ti auguro ogni bene. Piacerai ancor di più se ti focalizzerai maggiormente sulle possibili soluzioni ai nostri mali.

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    1. Inunfuturoaprile 27 agosto 2018 at 21:03

      Salve Roberto, e grazie per i suoi complimenti. Non le chiedo di comprare a scatola chiusa, ci mancherebbe. Le faccio però notare che il valore di quanto scrivo non cambierebbe se, in calce al testo, ci fosse una firma. L’anonimato, mi creda, non ha nulla a che vedere con il rifiuto di “esporsi alle intemperie”; piuttosto, con la necessità di sottrarre il mio discorso alla personalizzazione narcisistica imperante. Mi interessa, in questo spazio, che siano le idee a parlare, non un Io nel quale non credo, che non significa nulla. Riguardo le soluzioni ai nostri mali, come si dice: ci stiamo lavorando.
      Auguro anche a lei ogni bene. Un saluto.

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