Parole, parole, parole

A distanza di quattro mesi dal suo insediamento e a sette dalle elezioni che ne hanno sancito la maggioranza, del governo Conte non v’è traccia se non nella mole di esternazioni quotidiane con cui i suoi dioscuri, Salvini e Di Maio, tengono in ostaggio un’opinione pubblica sempre più frastornata. Pochi gli atti formali, e soprattutto di scarsa sostanza. Dal decreto “Dignità” al Milleproroghe, dal ddl “Spazzacorrotti” all’ILVA, fino all’ultimo parto, le misure su immigrazione e sicurezza, è il trionfo di una retorica sfacciata, che dipinge svolte, successi, dita negli occhi dei “poteri forti” in luogo di provvedimenti minimi, contraddittori quando non addirittura controproducenti.

Nonostante ciò, a dar retta ai sondaggi, il consenso intorno alla compagine grilloleghista non accenna a diminuire, anzi. Siamo nel pieno di una “luna di miele” i cui effetti risultano amplificati dall’abilità mitopoietica di Salvini e Di Maio, capaci di trasformare i segni della propria dabbenaggine in prove incontestabili della differenza antropologica tra un Vecchio Potere cinico e corrotto e un Nuovo Potere, quello da loro rappresentato, trasparente, onesto, per il popolo. Un grosso contributo al consolidamento dei neopopulisti lo offre, ovviamente, l’insipienza di una opposizione, soprattutto di sinistra, che si è liquefatta nel momento cruciale, la materializzazione del governo più a destra che il paese ricordi. La sento, l’obiezione: “parli ancora di destra e sinistra?”. Il senso comune (o forse una sua deformazione ideologica) le vorrebbe categorie superate, ragionando per le quali si mostrerebbe di non aver compreso la situazione attuale. A questa obiezione si può replicare con due osservazioni. Primo: il fatto che le forze partitiche tradizionalmente collocate a sinistra (nella fattispecie, il PD) si siano rivelate indegne della loro missione, non significa che siano venute meno le ragioni storiche della sinistra e, con esse, il senso della contrapposizione con la destra.

Secondo: la contrapposizione tra élite e popolo è alimentata da chi ha interesse a presentarsi come il nuovo per mascherare i soliti vizi. È un argomento efficace da spendere al bar, davanti ad una birra, magari tra un’analisi tecnico-tattica sulla nuova formazione della Juve e uno studio en passant sulla correlazione tra vaccini e autismo. Mi rendo conto di aver appena adoperato un luogo comune facile all’accusa di snobismo, ma sono convinto si tratti di un’immagine più che verosimile. Basta fare mente locale alle conversazioni alle quali partecipiamo o assistiamo abitualmente, nel mondo reale o sui social, per renderci conto della scioltezza con cui oggi si trasformano in verità opinioni, nella migliore delle ipotesi, raccogliticce. Il fenomeno è tutt’altro che occasionale. È tornato in auge l’uomo-massa di Ortega y Gassett, il “bambino viziato” della storia, che dà per scontate quelle conquiste (libertà, democrazia, progresso tecnologico) che gli consentono di esercitare la sua proverbiale arroganza, il suo cinismo, la sua meschinità in tutta sicurezza. Quest’uomo, per sua natura, reclama azione immediata. Ora, in che modo una forza politica, in un mondo dominato dalla tecnica, dall’interdipendenza economica, dai vincoli sovranazionali, può realizzare il sogno di ribellione dell’uomo medio? Tramite il linguaggio.

In questo senso, il grilloleghismo ha segnato un’accelerazione secca rispetto al leaderismo di Berlusconi e Renzi. Al parlamento esautorato delle sue prerogative eravamo abituati, al governo ridotto a millimetrica spartizione di poltrone pure, molto meno al fatto che la parola del capobastone di turno abbia (o pretenda di avere) effetto di legge. Salvini ha potuto tenere sequestrata una nave della Guardia Costiera italiana senza un atto formale, a forza di proclami social. Toninelli, a sentir lui, la concessione ad Autostrade l’ha già revocata (con un post Facebook): peccato, però, che l’iter sia più complesso, e controverso. Andate in giro a chiedere chi ha abolito i vitalizi: vi risponderanno Di Maio, anche se il M5S li ha, al massimo, ridotti, e per giunta solo agli ex deputati.

È il governo dei “fatti alternativi”, deformazioni della realtà prodotte dalle care, vecchie menzogne amplificate dalla pervasività dei social e inverate dalla rozzezza della retorica in auge (se uno parla come me, non può essere un bugiardo). Il suo terreno naturale è quello dell’emergenza. Sventolare sotto il naso dell’opinione pubblica il drappo rosso di un’urgenza, vera o presunta (per esempio, l’invasione dei migranti), consente di intervenire con proposte irragionevoli, di “pancia”, modulate però in slogan icastici (“chiudiamo i porti”) e dunque difficili da contestare. L’obiettivo non è trovare una soluzione al problema, ma tirare una linea di demarcazione, l’ennesima, tra gli amici e i nemici del popolo. Raggiunto lo scopo, ci si potrà anche astenere dal fare alcunché. Gli sciocchi saranno sazi: guarderanno con occhi lucidi di gratitudine il dito accusatore, non la luna dello sconquasso istituzionale.

Il paradosso, quindi, è che il “governo del cambiamento” sfrutta un vecchio trucco demagogico: l’illusione dell’autogoverno del popolo. Salvini e Di Maio sono stati bravi, negli anni, a soffiare sul fuoco dell’anti-politica, esasperando il malcontento (tutt’altro che infondato) della classe media e dei ceti più bassi. Hanno così plasmato la maschera del Nuovo Potere sui vizi peggiori dell’uomo-massa: ignoranza, egoismo, cinismo, improvvisazione, ipocrisia. L’aggiunta di un pizzico di folklore da strapaese e il vuoto di una opposizione francamente indifendibile, gli hanno consentito di porsi come i più credibili interpreti di una volontà collettiva desiderosa di sbarazzarsi della fumosità dei corpi intermedi, delle astrusità della Costituzione formale, delle trappole del parlamentarismo, della noia del dibattito pubblico, della fatica del liberalismo vecchio stampo, in nome della protezione da una modernità percepita come minaccia incipiente.

Il risultato, in questi primi quattro mesi, è però nulla, zero, niente. A parte lo spettacolo avvilente della campagna elettorale permanente. La quale, a furia di continui rialzi, accresce confusione, esasperazione, rabbia. Nel breve periodo, la conclusione pare scontata: malgrado il PD sembra stia facendo di tutto per agevolare un ventennio di potere gialloverde, la realtà avrà presto la meglio sul castello di illusioni grilloleghista. Il punto, però, è cosa succederà dopo: un popolo posto dinanzi dall’ennesimo “tradimento” come reagirà? A chi si rivolgerà per soddisfare la sua sete, sempre più urgente, di giustizia sociale, la sua irrefrenabile voglia di ribellione?

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