Orfani

Le cronache offrono l’impressione di un Paese sull’orlo del collasso. Ilva, Venezia, la finanziaria. Il racconto dell’oggi è sempre cronaca di un crollo, un allagamento, una frattura, l’imprevisto, le urla, la sopraffazione. Non ci sono le condizioni oggettive per ritenere si sia più in pericolo di ieri, ma la percezione è questa: la resa dei conti è vicina.

Il successo di politici sempre meno dotati si spiega anche così. La propaganda strilla: “è lui l’unico!” La promessa trova una sponda facile nell’elettorato. La presunzione del salvatore della patria esige la semplificazione, e la semplificazione è un balsamo in un mondo sempre più imprevedibile, affollato, rumoroso. Del resto, la  minaccia mortale del caos e il bisogno salvifico di ordine sono i due poli fondamentali entro cui si svolge la nostra esistenza. Viviamo tentando di dominare il disordine, sconfiggere la polvere, rimettere a posto una volta per tutte. Il movente fondamentale è realizzare, qui e ora, una felicità che sia permanenza, stasi, non lampo e rovesciamento continuo. Un sogno impossibile, ma le illusioni non si nutrono certo di razionalità.

Siamo tutti orfani, oggi. Il ‘68 ha radicalmente messo in discussione il principio di Autorità. Il crollo del Muro di Berlino, lungi dal rappresentare un’occasione di maturazione, ha coinciso con l’affermazione di una classe dirigente narcisista e involuta, applaudita o contestata da una cittadinanza capricciosa e nevrotica. Gli ultimi tre decenni la società li ha trascorsi all’insegna del puerilismo più sfrenato. La politica non ha saputo guidare i cambiamenti, li ha subiti. In Italia, tanto il centro-sinistra ostaggio del mito liberista che il centro-destra monopolizzato dal libertino Berlusconi, hanno lasciato insoluta se non addirittura aggravata la domanda di un orientamento saldo. La stessa insufficienza, con qualità e gradi diversi di responsabilità, ha afflitto il resto d’Europa e del mondo. Tocca ora al sovranismo tentare di dare una risposta al grande nodo irrisolto della post-modernità.

Il sovranismo, però, non è una teoria. Semmai una retorica. Ogni emergenza è compresa entro la scomposizione, elementare ai limiti del fanatismo, operata del linguaggio. In questo modo la soluzione è a portata di mano, è il moto allucinatorio di un desiderio infantile, l’ideologia. Il mito, insomma, è quello dell’assolutezza.

La generazione dei nostri padri è cresciuta in un’epoca di fine della storia. Il ruolo che avevano immaginato, per sé e i loro figli, era quello dello spettatore. Ma che succede se il film è brutto? Lo spettatore strepita. Si rimprovera al capitalismo di non aver mantenuto le sue promesse (le ha mantenute, eccome!) e alla democrazia liberale di aver offerto garanzie fasulle (sulle quali, però, abbiamo prosperato). L’essenza della democrazia liberale – l’apertura, l’incontro con l’Altro, la mediazione, la costruzione di regole condivise incarnate, giorno per giorno, rinunciando un po’ a se stessi – è oggi sinonimo di fatica intollerabile, perché non offre la ricompensa a certi sogni chirurgici che sono, ormai, nell’immaginario collettivo. L’egemonia culturale passa per i social, e i social sono il luogo di una recita resa incontestabile dalla ripetizione. La ripetizione è un movimento illusorio, l’eterno ritorno dell’uguale. Uno svuotamento del movimento, la sua negazione.

Questo darsi e contemporaneamente negarsi è un altro nome della mascherata odierna. Siamo tutto e il contrario di tutto. Ci sentiamo orfani, ma l’identità che cerchiamo di restaurare dopo la liquefazione di ogni identità è un vuoto simulacro, un distintivo da agitare pubblicamente in modo quasi sempre grottesco (“Io sono Giorgia, sono italiana, sono cristiana…”).

Questo desiderio di scolpirci fuori da ogni incertezza l’avvertiamo come necessità, ma dovremmo provare a smentirla, questa necessità, accettare lo scacco, scegliere il naufragio. Non si tratterebbe di una fuga, ma di una reinvenzione necessaria a dare sollievo a una millenaria storia d’errori. Sospendere il nostro bisogno di ricomposizione, vivere come schegge. Immagino un’avanguardia, pochi di noi che scelgono la via del rifiuto. E per questa via, con la complicità di secoli veloci e spietati, da cui è possibile abbeverarsi di vita fino a esplodere, eradicano il desiderio struggente e patetico di unicità. Che razza di uomini sarebbero, questi? Sarebbero (finalmente) liberi. O forse non così dissimili dagli uomini d’oggi, per quella strana legge per cui gli opposti, all’infinito, si toccano. Avremmo in sorte un’altra storia di fantasmi?

Meglio non chiederselo, non parlare di avanguardie, non pretendere “programmaticamente” nulla. Oggi come ieri, i cattivi maestri imperversano. Quelli più in voga si chiamano Salvini, Trump, Putin. Possono contare su mezzi, opportunità, una complicità istintiva di predatori consumati, di un plotone di fedeli ripetitori del Sacro Verbo, la Verità Rivelata oltre lo snobismo e l’indolenza del politically correct, il Vero Cancro. Poco importa che costoro credano sinceramente nella desolante banalità della propria propaganda o che agiscano per puro opportunismo politico, o entrambe le cose, che siano cioè obnubilati dalla feroce nitidezza di un linguaggio che sputano sul pubblico pagante per giungere a una vittoria che riscatti tutto, inclusa l’umiliazione di essersi prestati al gioco. Il punto non è che tipo di padri siano, né che tipo di padri occorrano, oggi. Ma che tipo di figli siamo, che tipo di figli scegliamo di essere, se di quelli che campano col cordone ombelicale ben stretto, lieti di farsi rimpilzare di spazzatura purché non costi alcuno sforzo, o di quelli che lottano e tentano, faticando, spaventandosi, sbagliando, di emanciparsi, ma senza per questo disconoscere il fondo di verità di quelle che si chiamano, con una metafora fin troppo povera (ma forse necessaria, fintantoché non si trova di meglio), “radici”. Vale per ciascuno di noi, e non può che valere così, individualmente. Occorre stabilire, nel proprio intimo, un equilibrio tra la necessità e la libertà estrema, tra il desiderio di legarsi per potersi riconoscere e quello di riconoscersi nell’impossibilità di ogni legame.

Questa, in una società che appare irrimediabilmente consegnata al puerilismo, in cui persino l’inevitabile progressiva disarticolazione del reale è, in fondo, un gioco, è la domanda cruciale.


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