Opporsi all’orrore

«Andremo sempre a fondo senza mai toccare il fondo», scriveva Leonardo Sciascia. Una considerazione che ben si adatta a questi giorni cattivi. La vicenda della Diciotti, nave della Guardia Costiera italiana (italiana) sequestrata nel porto di Catania dal ministro dell’Interno Salvini, è solo l’ennesimo tassello della tragicomica avventura populista al governo di questo paese stanco, arrabbiato, intristito.

Fare opposizione a tale scempio, sembra incredibile, è difficilissimo. Se n’è accorto anche Beppe Grillo, il quale, sulle colonne del Fatto Quotidiano, qualche giorno fa, ha gongolato, sottolineando come il governo gialloverde abbia realizzato la vocazione del populismo: essere, contemporaneamente, sistema e anti-sistema, governo e opposizione. Si tratta, nella migliore delle ipotesi, di una fuga in avanti: nel paese, l’opposizione al governo esiste, eccome. Non mi riferisco (solo) ai militanti e agli elettori del PD, ma a un’area più ampia, culturalmente trasversale, persino apartitica, che comprende tutte quelle forze politiche, sociali, intellettuali che non solo non si riconoscono, ma vedono nell’identitarismo, nel sovranismo e nello smantellamento dello stato di diritto, promossi dalla compagine pentaleghista, un pericolo letale. Questa opposizione è però afflitta da alcuni problemi che la rendono scarsamente popolare.

Innanzitutto, essa è poco rumorosa, cosa che, nell’era dei social (camere dell’eco a misura di claque), genera la percezione di una minorità più accentuata di quanto, in realtà, non sia. Questo deficit di presenza è frutto della difficoltà ad articolare una posizione (più o meno) comune. La eterogeneità dei soggetti in campo e l’assenza di un pivot, una forza che possa coagulare intorno a sé la critica, sono elementi che favoriscono la frammentazione delle voci. Nello specifico, l’impossibilità per il PD di svolgere una funzione di leadership è legata alla sua crisi identitaria (nient’altro che l’emersione, seppur differita, delle criticità strutturali della “fusione a freddo” DS-Margherita) e al fatto che la sua classe dirigente, a torto o a ragione, venga percepita come compromessa con i potentati economici. I supporter populisti hanno gioco facile a trasferire quest’accusa dal PD a qualsiasi voce critica (“radical chic!”). Tanto più che ogni obiezione alle solide certezze sbandierate dalla propaganda grilloleghista appare inevitabilmente fumosa, dunque sospetta.

È una questione di merito che diventa metodo. Opporsi è anche, per dirla con Pasolini, rifiutare il linguaggio dei propri nemici. E qui sta il punto: ragionare, argomentare, citare, sono oggi armi spuntate. Conta l’opinione, meglio se truce e strillata. Il populismo, nella fretta di assecondare lo spasmo rancoroso, revanchista, del popolo contro le élite – quelle élite che quel popolo ha votato, tollerato per viltà o inerzia, quando non spalleggiato opportunisticamente, per anni, fino a che, smagrite le vacche con la crisi del 2008, è emersa l’inconsistenza suicida del modello di sviluppo neoliberista di cui queste erano portavoce – travolge ogni logica. Il discorso, prima che iperbolico, è antinomico. Domina l’emozione, la reattività conta più dell’efficacia, anzi, l’ha sostituita.

Quand’anche fosse eticamente ammissibile (e, per me, non lo è) scendere sullo stesso terreno dei populisti, la manovra, temo, sortirebbe pochissimi effetti. In una fase in cui “nuovo” è sinonimo di “puro”, la compagine pentastellata gode del vantaggio dell’inedito. Vero è che la Lega è stata al governo altre tre volte negli ultimi 25 anni, tuttavia l’abbraccio con il parvenu Di Maio e, soprattutto, il maquillage salviniano, agevolato dall’inermità culturale di un popolo formatosi ieri sulla vacuità della tv commerciale, oggi sul narcisismo dei social, è riuscito a rinverginare quel Carroccio che gli scandali della “family” bossiana avevano affossato. È un’illusione, questa della purezza, d’accordo. Ma qui conta la percezione dell’elettorato, e la percezione dice che M5S e Lega non sono compromessi con il Sistema. Stando così le cose, inseguirli sulla strada della retorica più virulenta, semplificatrice, irrazionale è inutile, poiché non segnerebbe alcuno scarto, non aprirebbe alcuno spazio alla riflessione critica. Anzi, risulterebbe controproducente. Se c’è una cosa che il tardo renzismo ci ha insegnato è che quando scimmiotti i tuoi avversari, gli elettori se ne accorgono e preferiscono a te, copia, l’originale.

Il complesso di questi fattori, nell’epoca del tramonto delle grandi narrazioni (dunque anche del gramsciano “ottimismo della volontà”), alimenta una certa (auto)percezione malinconica dell’opposizione che le rende ancora più difficile organizzarsi per sfidare l’avanzata trionfale del populismo sovranista.

Non bisogna, però, cedere allo sconforto. L’illusione totalitaria di Grillo è destinata, presto o tardi, a infrangersi. La diffidenza, il cinismo, il rancore eretti a pratica sistematica nella lettura del mondo finiranno con il travolgere anche quelli che, sinora, li hanno cavalcati. Questo non significa che l’opposizione sia inutile, o che possa essere lasciata in mano all’opportunismo di Fico (il quale polemizza con Salvini, ma finge di ignorare come la sua elezione sia stata un tassello fondamentale nella spartizione del potere gialloverde) o al cheguevarismo demenziale di Di Battista [1]. Come ha rilevato anche Grillo, questa non è vera opposizione, neppure dissenso: al massimo, dialettica interna, che non mette in discussione le tesi di fondo del populismo, semmai le rinvigorisce.

Per le forze che aspirano a porsi come alternativa, fare opposizione dev’essere un’urgenza etica: non vi si può rinunciare per sgranocchiare gli ormai proverbiali pop-corn, altrimenti (e mi rivolgo soprattutto agli attori del campo della sinistra) viene meno il senso stesso della propria esistenza. Il rischio vero è però un altro: che a lasciarlo fare, il populismo produca lacerazioni insanabili nel tessuto democratico e sociale non solo del nostro paese, ma dell’Europa tutta.

È dunque per il futuro che occorre – con pazienza, abnegazione, razionalità, dialogo – costruire una alternativa. Per l’amore di un uomo «che non ancora esiste», direbbe Camus. E della necessità di coltivare la speranza che egli sia in grado non solo di arrestare, ma anche di invertire la caduta infinita, lo sprofondo senza fondo di cui si lamentava anni fa, rassegnato e inascoltato, Sciascia.

NOTE:
[1] O agli editoriali di Marco Travaglio. Il quale, in uno dei suoi ultimi pezzi (intitolato “Però adesso basta”: alla buon’ora!) riesce nel miracolo di polemizzare con il governo Conte sull’affaire Diciotti senza tirare neppure un buffetto né a Conte, né a Di Maio, né al M5S (l’azionista di maggioranza). Nel mirino c’è solo il “cazzaro verde” Salvini, che, nel cuore di Travaglio, orfano del Grande Nemico, ha preso il posto che fu di Berlusconi e Renzi.

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