McLuhan quando si parla di McLuhan

Permettete uno sfogo personale. Di questi tempi, la mia fantasia ricorrente è la scena di un film di Woody Allen, Io e Annie. Woody è in coda al cinema assieme alla sua fidanzata, l’adorabile Diane Keaton, quando dietro di lui qualcuno comincia a pontificare su Fellini e McLuhan. Il tizio è un professore alla Columbia University, sfoggia la sicumera di chi non teme d’essere contraddetto. Peccato che il testimone d’accusa di Allen sia nientemeno che lo stesso McLuhan, casualmente acquattato dietro il cartellone di uno spettacolo. «Lei non sa niente del mio lavoro. Lei sostiene che ogni mia topica è utopica. Come sia arrivato a tenere un corso alla Columbia è cosa che desta meraviglia». «Ragazzi – chiosa Allen – se la realtà fosse così». Ecco, la realtà purtroppo non è così. Mi sono trovato a pensare più volte a questa scena, negli ultimi giorni. Mi sono chiesto: funzionerebbe? Se si potesse opporre allo sproloquiare continuo che ci stringe d’assedio sui social, negli studi tv, ai tavoli dei bar, un parere “definitivo”, il chiacchiericcio cesserebbe? Sono convinto di no. E non tanto per la difficoltà di trovare l’uomo giusto al posto giusto, McLuhan quando si parla di McLuhan, giacché la dimensione virtuale del dibattito pubblico permette di aggirare l’ostacolo. No, il punto è anzitutto questo: l’assenza di un’autorità altra riconosciuta.

Viviamo in tempi in cui gli unici soggetti ai quali concediamo credito illimitato siamo noi stessi. Nessuno ci è al di sopra. Quindi hai voglia ad opporre McLuhan quando si parla di McLuhan. Una scena del genere, oggi, non si sarebbe potuta girare, perché il tizio, anziché abbassare le penne, avrebbe replicato al grande sociologo di essere un fake pagato da Soros. E questo magari dall’alto (dal basso) di una laurea alla “università della vita”. Ce lo siamo detti più volte, e in tutte le salse: è l’epoca della scomparsa dei fatti. Hanno vinto i postmodernisti, la verità non esiste più. Esisono tante verità quanti sono gli ego, e gli ego di fantasia ne hanno tantissima.

Nei giorni seguenti alla sconfitta elettorale di Trump, in un crescendo grottesco di rabbia, frustrazione, infantilismo, Twitter s’è riempita di complottisti (anche nostrani) che inneggiavano a “The Donald” ripostando falsi video di brogli elettorali, analisi strampalate, congetture senza né capo né coda sul software per il conteggio dei voti. Ma la migliore era l’“operazione Sting”. Secondo questa fantasia “quanonista”, il governo aveva contrassegnato alcune schede elettorali con un codice di crittografia blockchain QFS (una variante ancora più demenziale parlava di isotopi non radioattivi), per cui sarebbe stato facile distinguere le schede vere da quelle false. “Proprio ora sono in corso le operazioni di polizia per arrestare i responsabili”, sostenevano i più irriducibili. Persino sulla mia pagina, luogo in cui si coltivano lentezza, dubbi e buone letture, dunque poco attraente per i complottisti, qualche minus habens ha tirato fuori la storia della nascita extra-USA di Obama (una bugia conclamata nota come “birtherism”) o – udite udite – i presunti brogli elettorali di Prodi contro Berlusconi nel 2006. Ecco, se anche avessi avuto lì con me il certificato di nascita ufficiale dell’ex presidente o l’allora ministro dell’Interno Beppe Pisanu, il commentatore non avrebbe receduto dalla sua posizione. Avrebbe considerato il primo una grossolana manipolazione e accusato il secondo, ex democristiano di ferro prima che berlusconiano, di essere un povero comunista.

Nel tempo la mia tolleranza a questo genere di soggetti si è drasticamente ridotta. Pertanto, dopo qualche scambio in cui ribatto citando le fonti giuste, chiedo gentilmente ma con fermezza di cancellare il commento, e se l’utente non lo fa, lo metto alla porta. Perché non si può stare più a guardare, è responsabilità di ciascuno di noi evitare di essere cassa di risonanza di bugie spacciate per fatti. Il che non significa non parlarne, ma farlo contestualizzando, spiegando, in una parola smascherando il tentativo fraudolento. Un po’ come la CNN che manda in onda Trump con un sottopancia in cui spiega che le sue affermazioni sono prive di fondamento. Dobbiamo partire dal presupposto che una bugia affermata con convinzione e gettata in pasto alla bolla produce danni incalcolabili, soprattutto quando arriva da un personaggio noto o un’istituzione (un po’ di autorità, in effetti, la riconosciamo sempre, anche nell’epoca dei padri evaporati). Mentre scrivo, il veleno messo in circolo da Trump e dai suoi scagnozzi sta aprendo ferite nel tessuto della società, americana e occidentale, la cui gravità potremo apprezzare meglio tra qualche anno.

Bisogna armarsi di pazienza. Impossibilitati a produrre (efficacemente) un McLuhan quando c’è bisogno di McLuhan, tocca comunque non demordere, insistere, magari sforzarsi di capire, indirizzare. In fondo, fanatismo e complottismo rispondono a bisogni umani a cui anche noi, gli “altri”, non siamo estranei. Non cadiamo nell’errore di sentirci superiori o antropologicamente diversi. Capiamo che il problema è psicologico e culturale. La missione che abbiamo difronte è un po’ lotta e un po’ pedagogia, trovare una misura è difficile, io stesso forse sbaglio, ma ci provo sempre (il ban è l’extrema ratio). Ricostruire, o mantenere un terreno di confronto comune è fondamentale. L’obiettivo non è eliminare gli spargitori d’odio e menzogne – quelli ci saranno sempre – ma annullarli. Cosicché uno possa guardarsi in pace un film di Fellini, leggere un libro di McLuhan o gustarsi lo spettacolo della democrazia al lavoro senza il pernicioso rumore di fondo delle menzogne spacciate per verità.

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