Matteo, furore di Dio

C’è una scena in Aguirre, furore di Dio di Werner Herzog che racconta bene un pezzo di classe dirigente italiana. Il condottiero e un manipolo di uomini sono alla deriva sul Rio delle Amazzoni. A bordo di una zattera traballante, farneticano di raggiungere l’Eldorado, terra di mitici tesori. Il neoimperatore, Don Fernando de Guzman, gozzoviglia allegramente, divide le ricchezze tra i cavalieri. Intorno, la natura ostile, e, celati da essa, gli indios armati di frecce velenosissime.

Una parte della politica italiana oggi è intrappolata in questo gioco. Spartirsi un potere sempre più residuale, incurante dei nemici mortali che s’addensano all’orizzonte. Un’esperienza allucinatoria e ridicola al tempo stesso, il cui campione incontrastato è Matteo Renzi.

Quest’estate Renzi è riuscito in un capolavoro tattico: interporre tra Salvini e le elezioni anticipate un governo Conte-bis con il PD e i nemici di sempre, il M5S. La mossa successiva – la fuoriuscita dal Partito Democratico e la nascita del suo movimento, Italia Viva – non era inattesa. Da mesi si vociferava di una scissione. Renzi l’aveva sempre smentita ma si sa, la Toscana, tra le altre cose, è la patria di Collodi. All’inizio, molti hanno salutato la neonata creatura, Italia Viva, come la fine di un equivoco, dimenticando però l’identikit del suo ideatore. Da qualche giorno il progetto ha iniziato a mostrare il suo vero volto. Renzi non perde occasione per mettersi in mostra, picconando il governo e la leadership di Conte, che vorrebbe sostituire con un maggiorente PD (Dario Franceschini). In questo modo coglierebbe due piccioni con una fava. Toglierebbe di mezzo uno dei leader politici più popolari, per molti la vera nemesi di Salvini, e indebolirebbe (ulteriormente) il PD, costringendolo ad assumere un ruolo ancor più importante in un esecutivo inviso al paese. Più che la distruzione di Salvini o il prosciugamento dei grillini, Renzi punta al suo ex partito, con cui ha un conto aperto.

Troppo cinico? Non siatene sicuri. Il “senatore semplice di Scandicci” appartiene alla specie dei narcisisti patologici, uomini che in ogni pezzo di mondo non vedono altro che la propria immagine. La vendetta nei confronti dell’ex partito non è un movente così improbabile. Decisamente meno lo è il tentativo, plateale, di accreditarsi come baluardo ultimo della democrazia contro i sovranisti. E’ la prassi tipica dei leader di oggi. Poveri di idee, contenuti, coraggio, immaginazione, non possono far altro che scegliere dei nemici più o meno immaginari, gonfiarli all’inverosimile e poi raccontarsi come i soli in grado di sconfiggerli. Ma una legittimazione fondata sulle urla della folla spaventata o inferocita, oltre che un atto irresponsabile nei confronti del Paese, è una strategia di cortissimo respiro. Nel caso di Renzi, pare addirittura un’impresa disperata. La sua parabola politica, dal battesimo al Conte II, è segnata dal tradimento. L’#enricostaisereno non è un’eccezione ma il marchio costitutivo di una presenza che, partita sull’onda dell’entusiasmo innovatore (la “rottamazione), si è rivelata via via più calcolatrice, spietata.

Se Salvini è un leader con il consenso che ha perduto (temporaneamente) il potere, Renzi è un leader con il potere che ha perduto (irrimediabilmente) il consenso. In questo è assai simile a Di Maio. I due condividono la coazione al tatticismo come strumento di sopravvivenza personale.

Tutto il trambusto degli ultimi mesi, dunque, non per salvare il Paese da una deriva autoritaria o la classe media dall’aumento dell’IVA, piuttosto per riconquistare la ribalta, eleggere un presidente della Repubblica e, perché no, esercitare un peso sulle nomine delle aziende di Stato. Come Don Fernando, che distribuisce cariche ai suoi senza accorgersi delle frecce degli indios che piovono da ogni lato, ammazzandoli tutti.


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