L’oscenità del buono

La banalità del male, l’oscenità del buono. Non la banalità, l’oscenità. Che non è la ripulsa dei cinici al cospetto del bene, piuttosto la retorica stucchevole della sua incarnazione pubblica. Fateci caso: il buono, in tv, sui giornali, sui social, è un’apparizione prevedibile. I suoi impavidi campioni condividono la stessa fisiognomica, lo stesso tono: la fronte corrucciata, la bocca stretta come una ferita, gli occhi acquosi, la voce e gli argomenti vibranti di un misto di sdegno e commozione. Tutto il disincanto di cui un essere umano è capace quotidianamente qui latita di colpo. Queste figure si offrono come il dramma di un’anima trafitta da un dolore più grande, un dolore enorme e simbolico; puntualmente, nei racconti a cui s’abbandonano con samaritana cupidigia, questo dolore, anche il più insignificante, diventa metafora, sineddoche, specchio, di un malessere inevitabilmente sociale. In questo sta la trivialità del buono così com’è sceneggiato dai media di massa: nei racconti enfatici e patetici, nella commozione che ci strappano mentre, intorno al tavolo della sera, addentiamo la pastasciutta avanzata a pranzo e con un occhio spiamo il telegiornale o lo schermo dello smartphone. In questo sta: nel nostro non saperlo accettare com’è realmente, il buono.

Il buono, quello vero, è spigoloso, spoglio, sgraziato, doppio, imperfetto. Impresentabile nelle serate di gala della (nuova) propaganda di massa, dove, in barba alle possibilità tecnologiche, trionfa il monodimensionale, la sagoma, l’essenziale. Ecco perché in video i farabutti rendono meglio: il male non deve mascherare col belletto gli angoli morti. Il suo programma è semplice. La sua brutalità, la grettezza di cui è capace e la spietatezza che le dà da mangiare, fiottano naturalmente, come sangue sul muro delle nostre convinzioni, delle nostre (in)certezze, del politically correct che ci avvelena. Ma senza che questo ci causi, in fondo, troppo scompiglio. Nei nostri occhi, anche nei momenti di maggiore ottimismo (anzi, soprattutto in quelli), brilla una scintilla remota – il bagliore inconscio della bestia antica, che sa come il mondo sia nato in un bagno di sangue e merda e lì finirà, senza troppi complimenti.

Il buono, invece, si presentasse nudo e crudo al nostro cospetto, ci annienterebbe. Prima non lo riconosceremmo, poi lo rifiuteremmo; infine l’evidenza della sua occasionalità, della sua doppiezza, ci condurrebbe alla follia. Ecco perché, per essere socialmente presentabile, ha da indossare la maschera della commozione totale, del martirio totale e, dunque, dell’infallibilità. Il risultato, però, è paradossale. Guardavo Gramellini, l’altra sera. Mentre blaterava pro neppure so bene quale causa, mi stupivano la sintassi precipitosa, la mimica di ragazzino impacciato alla recita di fine anno, la fronte imperlata di sudore; mi davano da pensare con l’urgenza di un sospetto. Cercavo di ricordarmi dove avessi già fatto i conti con uno spettacolo simile – e alla fine eccola, la risposta: nella pornografia. L’esposizione bombastica di un atto intimo, ri-costruito con tale precisione di dettagli da essere svuotato di ogni verità: ecco il buono in favor di camera. Gramellini e quelli come lui, quelli che sguazzano nell’ovvio, i dispensatori seriali di buon senso, che non dicono mai una parola che sia veramente fuori posto, veramente arrabbiata, veramente vera, loro sono pornografia. Un guscio vuoto, come la cortesia di Fazio e la zazzera di Severgnini. La foglia di fico, la panacea contro ogni cattiva digestione.

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