La via Emilia(na)

Gli equilibri politici di questo paese sono di norma talmente fragili che ogni voto regionale diventa un test per il governo nazionale. Nel caso dell’Emilia Romagna, l’importanza della consultazione per l’elezione del governatore era accresciuta da due fattori. La storia della regione, segnata da cinquant’anni di vittorie della sinistra in tutte le sue incarnazioni che ne facevano l’autentico fortino rosso, e le parole di Matteo Salvini, il quale aveva presentato il test elettorale come un plebiscito sulla sua figura.

In caso di sconfitta di Stefano Bonaccini, le ricadute sull’esecutivo sarebbero state inevitabili. La maggioranza gialloverde si è costituita dopo la crisi del Papeete in modo assai rocambolesco, con la giravolta di Renzi e la conversione di Conte alle ragioni del progressismo (lui che, nel discorso d’insediamento del governo grilloleghista si era dichiarato orgogliosamente populista). L’opportunità dell’operazione era dubbia, la sua legittimità no. La Costituzione definisce l’Italia una repubblica parlamentare e fissa le elezioni politiche ogni cinque anni, ma certe alchimie istituzionali mal si addicono a un’epoca di velocità e decisioni di “consumo” elementari, 0-1, acceso-spento.

Considerati anche i dati delle ultime Europee (Lega primo partito), le premesse per il disastro c’erano tutte. Bonaccini, pur in un clima incandescente, è stato bravo a tenere confinata la campagna elettorale nella sua naturale dimensione. L’Italia è un paese in perenne tenzone, deve scorrere il sangue perché ci si scuota dall’abulia. Il governatore uscente ha deluso i più. Ha mantenuto il tono calmo, lo stile sobrio, non ha risposto alle provocazioni, si è concentrato sulle cose fatte e quelle da fare, refrattario alle scorciatoie del marketing si è affidato al buon vecchio contatto con la gente, visitando l’Emilia Romagna in lungo e in largo, dialogando, confrontandosi.

Da tutto questo emergono indicazioni utili ai partiti di Roma.

1. C’è un’area progressista che chiede un programma di governo solido e un candidato credibile per sentirsi rappresentata. Per la forza che volesse guidare quest’area, il dialgono con movimenti, realtà sindacali, associative, le forze sociali e i corpi intermedi che il populismo e una certa idea manageriale della politica vorrebbero archiviare, è imprescindibile. C’è vita là fuori, persino in un paese invecchiato, fiaccato dalla crisi, avvezzo ai bizantinismi, invischiato nei propri vizi come il nostro. Lo hanno dimostrato, pur con tutti i loro limiti, le sardine. Bisogna stare tra la gente, non rinchiudersi nei conventi. Dialogare, magari prendersi i fischi, non rifiugarsi al caldo di un caminetto.

2. Si è richiuso (ammesso che si sia mai realmente aperto) lo spazio per terze vie, rimasugli di centrismo, populismi “autarchici”. Centro-destra o centro-sinistra. Sono avvertiti i Cinquestelle, i quali hanno sperimentato gli effetti paradossali della cosiddetta democrazia diretta, evidentemente incompatibile con la vita di un partito ben strutturato, con ambizioni di governo. Tanto per cominciare, un partito con ambizioni di governo non dovrebbe neppure prendere in considerazione l’idea di non presentarsi a una tornata elettorale. Nonostante questo, una volta presa la decisione, era opportuno metterla in pratica, non affidarla ipocritamente al vaglio degli iscritti a Rousseau. La consultazione perenne, il referendum continuo, non rafforzano i partiti, li conducono alla schizofrenia.

3. Il populismo dilaga dove miseria, ignoranza ed emarginazione affliggono il tessuto sociale. È un’ovvietà, ma vale la pena ripeterselo. Il compito di un grande partito progressista dovrebbe essere occuparsi anzitutto degli ultimi, gli esclusi, lavorare sulle periferie della società, porle al centro del progetto di rinnovamento del paese. Essere, in una parola, una grande forza popolare, che non insegue i cittadini sul terreno del senso comune ma li prende per mano e li guida lungo il sentiero della ragionevolezza.

4. I trucchi del marketing non riempiono il vuoto di proposte ed etica. Salvini le ha provate tutte: la candidata fantoccio, il dagli al tunisino (presunto) spacciatore, Bibbiano, l’appello alla liberazione. Gli è andata male perché la realtà è più forte della bolla mediatica. Prima dicevo del brivido scatenato dall’odore del sangue, ma com’è nella contraddittoria natura umana c’è anche un silenzioso bisogno di pacificazione che il paese avverte. Il rassicurante pragmatismo di Bonaccini, distante quasi 8 punti percentuali dalla Borgonzoni e capace di raccogliere più voti della propria coalizione, è parso a mezzo milione di elettori emiliano-romagnoli un balsamo contro la smisurata aggressività e il cinismo grottesco, da avanspettacolo, di Salvini.

Ma l’ultima lezione, la più grande, è questa: non bisogna avere paura del voto. Nessun avversario è imbattibile, e comunque sia la difficoltà della sfida, il pericolo, non sono buone ragioni per sfuggire alla contesa. Se lo ricordino, Zingaretti e tutto il gruppo dirigente del PD, alla prossima crisi di governo.


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