La pacchia è finita

Per Matteo Salvini la pacchia è finita. Sinora il capo leghista ha avuto gioco facile: nel governo gialloverde è riuscito a trasformare il Ministero dell’interno in una trincea dalla quale battagliare contro nemici immaginari (l’Europa, i migranti, il PD). La vittoria elettorale nasce da qui, dalla capacità mimetica di un leader che ha saputo, pur stando al governo, spacciarsi per il capo dell’opposizione. Tanto di cappello al tattico, ma la politica, quella vera, è strategia, visione complessiva, e Salvini questa visione non ce l’ha [1].

Adesso è chiamato a cimentarsi con ciò che non ha mai fatto e che, stando a quanto visto sinora, non sembra in grado di fare: governare. All’appuntamento Salvini si presenta forte di due illusioni. Primo, l’illusione dell’efficacia, misurata sul terreno della lotta all’immigrazione. Certo, a studiare i dati si scoprirebbe che gli sbarchi erano calati già dell’80% con il precedente governo, e che non c’è nessuna minaccia che giustifichi ulteriori decretazioni di sicurezza. Ma si sa, i numeri eccitano meno dei tweet truculenti e delle pose in divisa. È anche per questo che il Paese viaggia senza troppo sconcerto verso il baratro della crisi economica.

La seconda illusione è che il governo dell’Unione Europea, con il voto del 26 maggio, sia stato rivoluzionato. Non è così. Popolari, Socialisti, Verdi e Liberali, cioè le forze europeiste, hanno la maggioranza. La scalata sovranista ai vertici dell’UE è fallita. Anche perché gli “amici” Le Pen, Orban, Kaczyński, Strache e (per quello che vale, vista la Brexit) Farage viaggiano in ordine sparso. L’internazionale sovranista è un controsenso che solo nell’era del trionfo del bis-pensiero può sembrare plausibile. La verità è che sovranista un paese può permettersi di esserlo solo se gli altri, attorno, non lo sono. L’isolamento di cui l’Italia soffre ci terrà fuori dalla scelta del Presidente e dei membri della Commissione. È possibile che si perda anche la presidenza del Parlamento e della BCE. Questo per dire dell’abisso tra le chiacchiere e la difesa degli interessi nazionali che Salvini dice di avere a cuore.

Forte di queste due mistificazioni, il ministro dell’Interno si presenta dinanzi al Paese come il nuovo Uomo della Provvidenza, attento però a celare l’hybris dietro la maschera meneghina dell’homo faber. Anche questo è un trucco, ovviamente. Salvini è un assenteista conclamato. Lo era già ai tempi de La Padania e del parlamento europeo, da ministro le cose non sono cambiate. E del resto, perché avrebbero dovuto? Per i neopopulisti le istituzioni valgono solo come avamposti da espugnare. È comprensibile. Se esiste un popolo, un’entità in cui s’incarna e agisce lo Spirito, il leader non può che essere al suo servizio. E cosa vuoi che siano le istituzioni (storiche) rispetto allo Spirito (eterno)? Questo nella migliore delle ipotesi. Nella peggiore, gli incarichi governativi offrono l’occasione di un colossale spot elettorale a beneficio di una classe politica fragilissima, incapace di comprendere e gestire le grandi trasformazioni dell’ultimo quarto di secolo e dunque terrorizzata di mostrare la propria irrilevanza.

Quale che sia la ragione, il risultato di questo progressivo svuotamento della dignità e della rappresentatività delle istituzioni è la subspecies del ministro comiziante che abbiamo visto all’opera negli ultimi dodici mesi. La battaglia non è finita. Il tono delle dichiarazioni post-vittoria di Salvini denuncia che siamo ancora in campagna elettorale. Il senso è chiaro: tocca a Di Maio staccare, se vuole, la spina.

Cosa farà Di Maio, a questo punto, è irrilevante. L’esperimento del Governo del Cambiamento, il grande accrocco neopopulista, post-ideologico, post-partitico e post-politico (vedi alla voce “Contratto di governo”), fortemente voluto dai grillini, è fallito. Alcune riforme “epocali” promesse dal M5S sono state solo abbozzate, la maggior parte neppure quello. Il reddito di cittadinanza è risultato essere ciò in molti dicevamo: una manovra puramente assistenzialistica, peraltro striminzita, tutto il contrario dell’abolizione della povertà e del nuovo welfare state annunciati in pompa magna. Alla fine, l’unico lascito rilevante del M5S al governo sarà stato il trionfo della Lega.

Salvini ha annichilito una classe dirigente più che mediocre, incapace di vedere al di là delle proprie ambizioni e delle illusioni di cui queste si fanno scudo. La più evidente: la democrazia diretta. Come la intende il M5S è una pagliacciata. Rousseau è la piattaforma-groviera di una srl che chiama i suoi pochissimi iscritti a deliberare su questioni marginali e/o già ampiamente decise dalla dirigenza. Il plebiscitarismo non è uno strumento di emancipazione, ma la stampella a cui s’appoggia un’élite incapace di capire chi è, cosa vuole, dove deve andare. Rousseau e il mito della propria alterità hanno distolto il M5S dallo strutturarsi come un partito. La “furia del dileguare” si è tradotta nel leaderismo, nella soppressione del dissenso interno, nello sradicamento territoriale, nell’opacità decisionale. I difetti peggiori della Prima e della Seconda Repubblica assommati, tutto ciò contro cui il Movimento era nato.

Si dirà: sono ancora in tempo. Forse. L’impressione, però, è che il momento propizio sia passato. Il legame con l’elettorato è ormai compromesso, la confusione regna sovrana. Di Maio è in pista, ma visibilmente azzoppato. E il guaio è che un’alternativa alla sua leadership non si dà. Di Battista? Lo abbiamo visto all’opera nella campagna elettorale abruzzese, dargli le chiavi significherebbe far scomparire il Movimento in 3, 2, 1. Toninelli, Buonafede, Castelli, Taverna? Non scherziamo.

Aiuterebbe, in queste circostanze, avere un fondatore e padre spirituale equilibrato. Al M5S purtroppo è toccato in sorte Beppe Grillo. Nella seconda metà degli anni Zero, Grillo aveva intercettato la rabbia del ceto medio minacciato dalla globalizzazione e frustrato dall’immobilismo della “casta”. Ai quaranta-cinquantenni che nel decennio precedente avevano tifato Mani Pulite e poi erano piombati in una Seconda Repubblica in cui la scelta tra il libertinaggio ipocrita della destra berlusconiana e l’insipienza progressista del centro-sinistra lasciava aperte tutte le questioni sul campo (dalla corruzione alla trasparenza alla sostenibilità ambientale), Grillo offrì l’utopia del “vaffanculo”. Un gesto liberatorio divenuto rito fondativo di una forza anti-politica che prometteva di farla finita con il gattopardismo. L’eroe era il cittadino che «prende in mano il proprio destino». Il «Nuovo Rinascimento» passava per la partecipazione dal basso (attraverso la rete) e il rifiuto del professionismo politico: uno vale uno. Il politico, quindi, era degradato a portavoce della volontà popolare. La quale, però, non può esercitarsi liberamente, ha bisogno di essere instradata, governata. Da chi? Dall’uno che vale più degli altri, Grillo stesso con Casaleggio (Gianroberto). La puzza di bruciato s’avvertì da subito; divenne un tanfo nauseante nel 2012, con le prime espulsioni e la campagna elettorale per le politiche dell’anno successivo. Con il M5S in Parlamento, le cose non migliorarono. Ad esempio, sulla questione immigrazione, Grillo, sconfessando una proposta di legge di due suoi parlamentari, spiegò che se «se durante le elezioni politiche avessimo proposto l’abolizione del reato di clandestinità […] il M5S avrebbe ottenuto percentuali da prefisso telefonico».

Fu chiaro: la purezza non disconosceva il tatticismo, il consenso elettorale era la bussola. È la solita vecchia storia: il fine giustifica i mezzi. Solo che a furia di giustificare i mezzi, i fini si allontanano. La confusione nella quale il M5S versa ora è solo il prodotto di una lunga serie di contraddizioni lasciate a marcire tra proclami roboanti, slogan e invettive social[2]. Oggi Beppe Grillo è uno spettro. Sorta di dottor O’Blivion del web, si aggira per la blogosfera rimasticando post che parlano di robot equilibristi, lenti a contatto miracolose, scuole senza professori ecc. È tornato insomma all’utopia, il “luogo irraggiungibile” che, insieme alla speranza, offre, all’occorrenza, il più comodo dei nascondigli.

Intendiamoci: c’è poco da gioire della disgregazione del M5S. Nella situazione attuale, essa spalanca un’autostrada davanti a Salvini. Forza Italia è scomparsa, i moderati si spostano su posizioni sempre più estreme, il limite di ciò che è accettabile differendosi sempre più in là. Il campo opposto non pare ancora attrezzato. Il PD è il secondo partito, ma più per demeriti altrui che per meriti propri. Zingaretti è una persona pacata ed equilibrata, condizioni essenziali per tentare di recuperare il rapporto con un elettorato deluso e frastornato dal turborenzismo, ma non sufficienti. Servono le idee, e di quelle non se ne vedono. Il tentativo generoso di ricostruire una comunità è destinato a fallire se manca la direzione di marcia. E poi: anche fosse più forte, il PD da solo non basterebbe. Alla sua sinistra non è sorto nulla in questi anni. L’era renziana ha fatto il vuoto. Si credeva di star costruendo il Partito della Nazione, c’è mancato poco che lo scavo per le fondazioni si trasformasse nella fossa comune del centrosinistra.

Ma dell’ultima tornata elettorale, il fatto più preoccupante mi pare un altro. Il 44% degli italiani non è andato a votare. Ha rinunciato a un suo diritto, a esprimere una posizione su una questione cruciale come l’Europa. I cicli politici si sono accorciati, presto Di Maio, Salvini, Renzi, Di Battista, Meloni saranno solo un ricordo. La disaffezione verso le istituzioni è più lenta a guarire. Il fatto che, oggi, i presunti vincitori gioiscano rivela l’errore tipico dei politici: scambiare il consenso elettorale per adesione entusiastica. La condizione morale e sentimentale, prima che politica ed economica, in cui il Paese versa mi pare tale da non autorizzare nessuno a sentirsi beneficiato da chissà quale investitura. Mai, forse, si è percepita una così profonda disillusione. Il voto, per quelli che ancora lo praticano, è un esercizio nella migliore delle ipotesi svogliato e ozioso, nella peggiore identitario e rivendicativo. In queste condizioni, con i programmi elettorali ridotti a cataloghi di sogni puerili, ci vuole poco a deludere.

Salvini questo farebbe bene a tenerlo a mente. Almeno, tra qualche anno, forse addirittura mese, quando anche la sua foto campeggerà tra quelle degli ex salvatori della Patria, lo stupore sarà meno grande.


[1] A meno di non considerare “visione” un cumulo di appetiti egoistici, nazionalismo, nostalgia, arroganza.

[2] La confusione, a onore del vero, non è solo quella della classe dirigente. Facendo un giro sulle pagine social ufficiali, si scopre che i commenti dei simpatizzati sono grossomodo dello stesso tenore: è stato un problema di comunicazione. Sul banco degli imputati non tanto la dirigenza e lo staff (il classico “avete sbagliato a comunicare”) quanto piuttosto il sistema dell’informazione, accusato di sabotaggio. La soluzione? Tagli ai finanziamenti, epurazioni, boicottaggi, militarizzazione delle redazioni. In questi anni, dunque, si è verificata una mutazione antropologica dell’elettorato del M5S. Il vecchio attivista dei meet-up deluso dalla sinistra (a questo punto, poco più che una figura leggendaria) è stato sostituito dall’Uomo Qualunque.


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