La nostra vita low

Tutta la mia vita in cartelle. Rosse, verdi, blu; sformate, rigide, con gli elastici agli angoli, con un solo elastico smagliato, con l’etichetta strappata, senza etichetta, scarabocchiate, impolverate, accantonate o in bella evidenza su una libreria. Sono le cartelle che custodiscono bollette, contratti, tasse, esami e referti clinici, garanzie e libretti d’istruzione, dal 1984 ad oggi. Svariate cartelle, forse tante, ma non quante avrei supposto. Lungi dall’essere un borgesiano libro di sabbia, la (mia) vita è una faccenda archiviabile in relativamente pochi ed enumerabili fatti. Davanti allo spettacolo delle carte spiegazzate, vergate di grafie illeggibili o stampe a cui, se il tempo ha risparmiato una vecchiaia di caratteri sbiaditi e sbuffanti, la memoria ha comunque riservato la punizione dell’oblio, non posso fare a meno di chiedermi: è questo che, in fondo, siamo? È questo lo spazio che, in fondo, occupiamo?

La risposta affermativa ad entrambe le domande mi pare inconcepibile, soprattutto oggi. La nostra vita non è mai stata così prepotente, rifletto. Siamo più ricchi e abbiamo più diritti dei nostri nonni, più salute, più gingilli elettronici; viaggiamo ai quattro capi del mondo a poco prezzo e rapidamente, e rapidamente possiamo fare qualsiasi cosa – non rapidamente come pensarla, però sì, rapidamente al punto tale che la facilità dell’azione confonde sempre più spesso il capriccio con il diritto, la prepotenza con la rivendicazione. Se immaginiamo l’evoluzione come possesso, non solo di cose ma di opportunità – non dico sia così, ma facciamo il caso -, oggi siamo decisamente più ingombri, e dunque avanti, di quanto non fossimo appena trent’anni anni fa.

La sensazione, però, è che questa espansione inesorabile abbia finito per contrarci sempre di più, per inchiodarci entro il perimetro circoscritto dalle nostre paure, dalla nostra rabbia, dalla nostra solitudine. Questa vita, dipinta come titanica e digitale, è, in fondo, il solito brulicare furioso e analogico delle formiche. Una lotta per non soccombere, per non precipitare nelle retrovie dei nostri sogni. E tuttavia proprio lì finisce, nell’immenso discount della civiltà dei consumi che l’inganno prospettico dell’eterno presente ci indica come “land of free”, terra di libertà e opportunità. Generazione mille euro, si diceva una volta, ma ad averceli mille euro. Salari da fame, partite IVA dissanguate, stipendi che si trascinano sempre più stancamente alla pensione – loro che possono. La libertà, supposta infinita dai cantori del nuovo evo, è piuttosto l’ora d’aria del carcerato: il secondino ti guarda a vista, ti ammonisce e ti blandisce, un po’ bastone e un po’ carota. E alla fine tu ci caschi: acquisti l’iPhone nuovo a rate, fai indigestione di sottomarche all’Eurospin, ti abboni a Netflix o progetti la tua fuga, una vacanza in una bassa stagione così bassa che persino la linea dell’orizzonte è uno sprofondo. Tutto low (cost), piccolo, minuscolo come le formiche, come le aspettative e l’energia che mettiamo nella rivolta. Un surrogato che preferiamo al rifiuto, al “no”, perché il rifiuto è un vuoto, un buco nero, il brutto sogno di essere come tanti, come tutti, la morte.

Persino il voto è consumo. Il mercato elettorale è sgargiante e chiassoso: il marketing è la tattica diversiva che distrae dal fondo minuscolo dell’etichetta, quella su cui la data di scadenza sussurra impietosa il conto alla rovescia. Nasce così il rancore: dall’incapacità di leggere la realtà. Per pigrizia, impreparazione, cinismo, masochismo. Per la solitudine a cui ci condannano il mercato e la politica – il primo troppo presente, la seconda latitante. È l’era dei partiti liquidi, cioè liquefatti prima e liquidati poi, sepolti sotto il voto di protesta; ma la protesta senza direzione si scopre infine disarmata, e da lì alla disperazione il passo è breve. Poco male: il nuovo costa nulla, come un volo Ryanair. Se non funziona si prova qualcos’altro, il nuovo “nuovo”, o si sta a casa, a inveire su Facebook. Che, a conti fatti, è sempre meglio che guardarsi dentro, ripensarsi.

Giochiamo insomma su una scala ridotta. I nostri strepiti, i pugni alzati al cielo in segno di riscossa, l’intolleranza per chi arriva da lontano, persino l’indifferenza o la solidarietà (parola desueta: siamo ai saldi, ma in giro non c’è niente che sia “solido”) sono lo squittire di ominidi in miniatura. Il mondo di sotto, nel quale l’assenza di futuro ci confina e di cui abbiamo scarsa cognizione, è questo: una casa di bambole. Non deve stupire che le cartelline rosse, verdi, con gli elastici smagliati, senza elastici, possano contenere tutto. Sopra le nostre teste, un iperuranio ribollente di opportunità, completi eleganti, intrighi, jet privati, in cui il denaro cede molecole alla materia oscura e i numeri e persino gli oggetti giustificano cose che non si vedono, non si toccano, non si sentono. Un mondo di capitali ed influenze, in una parola: potere, al quale bisogna giurare l’assalto o le cui sirene occorre ignorare definitivamente scegliendo, jungerianamente, il bosco. L’immersione nella storia o in se stessi (la quale, però, non necessariamente è una fuga, forse solo un piano percettivo diverso): tertium è l’indifferenza, è l’arrangiarsi, è lo sperare di arrivare vivi al weekend un weekend dopo l’altro, un anno dopo l’altro, finché si scopre che non c’è prosieguo, che “vissero felici e contenti” è una frase buona per la retorica di una fiaba, nient’altro.

Ma per riscoprire se stessi o la storia (rimetterla in moto), occorre disimparare la lingua dei propri nemici. Estirparla come una carie. Semplicemente parlare di cose complesse, sapendo che sono complesse e che quel parlare è un’approssimazione, e sentire la gioia di questa approssimazione, la furia disperata e insieme il godimento di non poter arrivare a una conclusione. Il populismo, quando non è inganno deliberato, è questo: l’atto di fede arrogante di chi pretende di accordare la realtà al gemito brutale delle proprie viscere. Un capriccio più patetico di quello del lattante; in un certo senso, il trionfo del principio di piacere applicato alla massa. L’immigrato, la casta, l’omosessuale e via di seguito sono le allucinazioni di un corpo elettorale (bambino) che desidera ardentemente scaricare all’esterno le cause del proprio malessere. La politica fa da complice, cavalca la rabbia e, grazie alla lingua, cerca di trasformarla in voto. Mai come oggi quest’ultimo si riduce ad aut-aut, referendum. È tutta questione di “sì” o “no”, ma la scelta è, a conti fatti, negata. La neolingua della politica è carica di effetti paradossi. La semplificazione che questa porta con sé, in virtù dello svuotamento, dell’occultamento, del rifiuto programmatico della sfumatura, risponde ad una doppia esigenza: vantare la propria capacità di dominio sui problemi (le cui soluzioni sono semplici e a portata di mano) e identificare una tribù, sclerotizzandola nella ripetizione di una serie di parole d’ordine che funzionano come un distintivo (“flat tax”, “invasione”, “patria”, “inciucio” ecc.). La realtà, però, incombe: il castello di promesse è puntualmente demolito, e questo accresce la confusione, lo smarrimento, la sensazione che il terreno ci stia franando sotto i piedi. Siamo dunque sottoposti ad un costante stress test. Ma sotto la minaccia di una pistola, o con la mente ottenebrata di tranquillanti, nessuna scelta libera è possibile perché si nega il suo fondamento: la consapevolezza.

A questa lingua, complice, meschina, pornografica, fatta di ripetizioni di parole svuotate di ogni significato (sono involucri vuoti, queste parole, tristi come i sacchetti della spesa abbandonati agli angoli delle strade), a questo linguaggio inteso come quotidiana pratica mistificatoria, occorre opporsi. Dunque il primo passo della rivolta non può essere che questo: elevare la lingua. Per elevare se stessi, la propria vita, farla più grande, come un pallone aerostatico da cui guardare tutti, anche quelli del piano di sopra, dall’alto in basso. Recuperare il senso profondo del proprio agire (che è sempre e necessariamente politico). Fuggire dal discount della vita in cui siamo precipitati, dall’inganno del low cost. Rivendicare la bellezza del dubbio e una dimensione umana dell’esistenza, cioè naturale e non alienata. Tenere assieme il pane e le rose: eccolo, il futuro.

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2 Comments La nostra vita low

  1. Giovanni 17 marzo 2018 at 13:34

    Se si hanno la pazienza e l’impelllenza di trattare le parole per quelle che sono, si scrivono cose come questa. Grazie

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    1. Inunfuturoaprile 18 marzo 2018 at 11:01

      Grazie a te, Giovanni 😉

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