La noia (parte II)

Vi ricordate quando ci annoiavamo e la solitudine non era un problema? Io no, e scommetto nemmeno voi. La noia, e così la capacità di sperimentare con naturalezza, senza isterismi o altre affezioni patologiche, la solitudine, paiono questioni archeologiche, libresche.

Ne Le anime morte di Gogol’, Tientietnikov trascorre le sue giornate nell’isolamento più totale. Da tempo ha smesso di occuparsi dei suoi possedimenti (ai quali era tornato, con spirito entusiasta e riformatore, dopo la rinuncia a una promettente carriera nella burocrazia) e del Grande Romanzo Russo che aveva in animo di comporre. La pipa, il tè, la dama e qualche scarabocchio (il volto di una donna un tempo amata) sono i suoi trastulli, è un “affumicatore del cielo”, un pittoresco modo russo d’indicare i fannulloni. Certo, di tanto in tanto affiora in lui un dolore, il rimpianto di essersi gettato via, di non aver dato forma alle proprie aspirazioni. In questo c’entra, sostiene Tientietnikov, il fato, la morte dell’amato maestro, colui il quale avrebbe saputo tirar fuori dall’informe e bizzosa argilla di un adolescente russo un uomo adatto a grandi imprese. Ma tutto questo è altro dalla noia o dalla solitudine. Sono spettri che il giovane “reduce” Tientietnikov non sembra conoscere, o di cui certamente non si duole. L’annoiato per definizione del capolavoro gogoliano è, piuttosto, Platonov. In lui la noia non è il prodotto di una scelta (l’eremitismo) ma un’insuperabile condizione esistenziale (“il mondo è noioso”). Platonov s’annoia anche al cospetto dell’appassionato cognato, Kostanzoglo, un “uomo del fare”, diremmo volgarmente oggi, uno per cui esiste solo il duro lavoro. La fatica, spesso solitaria, con cui l’uomo plasma la natura, è per Kostanzoglo la cosa che più l’avvicina al Creatore. Insomma, egli è l’antitesi di Tientietnikov ma anche del protagonista del romanzo, il gretto e meschino Cicikov.

Di figure come queste, oggi, è impossibile trovarne. Rispetto al mondo di Gogol’ (che componeva il suo “poema” nella metà dell’Ottocento), il nostro è incommensurabilmente più pieno. Di oggetti, opportunità, conversazioni, informazioni, fatti, possibilità. Più pieno ma non, a quanto pare, più stabile. La riprova l’abbiamo in questi giorni. Il coronavirus, un esserino di pochi micron, ha strozzato il flusso nel quale siamo tutti immersi, il fiume dell’ipermodernità capitalistica che tutto trascinava e il cui corso si perdeva a vista d’occhio. E’ bastato l’ingresso in scena di questo deus ex machina improbabile e insieme abusatissimo, il cui principale difetto (oltre al tasso di mortalità) è quello di prestarsi a infinite sociologicizzanti filosofeggianti esistenzialisticheggianti metafore, per farci sentire risucchiati, come avvinti da un’implacabile e gelida corrente sotterranea. Giriamo in tondo, nei soggiorni, sui balconi, o tra i supermercati e le nostre case. Sperimentiamo un’interruzione, siamo nel vivo della crisi, che è quel momento, diceva Gramsci, in cui il vecchio muore e il nuovo non può nascere. Un’impressione aggravata dall’isolamento al quale ciascuno di noi è costretto.

Non siamo più abituati a star soli, fermi, a contare le ore in silenzio. L’individuo, nell’odierna società prestazionale, è abituato a concepirsi come progetto, il suo è un continuo dispiegarsi in vista di una realizzazione materiale o emotiva (in chiave compensativa), certo non spirituale, sotto l’occhio vigile di un super-Ego quanto mai conformistico. Anche le pause dallo sforzo produttivo, il cosiddetto “tempo libero”, sono tutt’altro che “liberate” dalla produzione. Quando, ad esempio, adoperiamo i social per nostro svago lo facciamo producendo (dati che le grandi corporation mettono a profitto) e consumando (contenuti selezionati per piacerci), con l’effetto di costruire bolle sempre più impermeabili e auto-confermative. L’intrattenimento, non l’arte, è il modo in cui riempiamo questo tempo libero produttivo. Al talento non chiediamo più di sconvolgerci ma di cullarci, il bello artistico è levigato e piacevole, senza asperità.

Su questo paesaggio culturale piomba la quarantena. I giornali, la tv, i social pullulano di consigli su come trascorrere le giornate. E’ tutto un vademecum, una classifica, un download gratuito, una diretta Instagram. Gli hashtag impazzano e sui balconi s’intonano canti di resistenza che neppure nell’Italia oppressa del Ventennio. Ci sentiamo soli, e questa solitudine è un male da esorcizzare a ogni costo. Non è chiaro dove finisca la preoccupazione vera e propria e inizi l’effetto distorsivo tipico della società (della comunicazione) di massa, la ripetizione in minime variazioni dello stesso messaggio che, a un certo punto e proprio come un virus, comincia a vivere di vita propria, staccata e anzi ostile al corpo che l’ha accolta. Tuttavia uno smarrimento, un’inquietudine esistono, sono reali. Questa paura di essere tagliati fuori dal mondo può sembrare paradossale. Siamo una società conversazionale, l’agglomerato umano più connesso e “chiacchierato” di sempre. Abbiamo ogni sorta di mezzi per comunicare e sentirci costamentemente comunità. Ora, però, scopriamo che non sono sufficienti. Il peccato è stato di credere che la proliferazione di certi oggetti potesse turare la mancanza originaria, l’Altro che inseguiamo senza saperlo per tutta la vita. Lo sviluppo della tecnologia non ha sostituito al nostro destino di uomini un destino migliore e più alto, l’ha solo confuso. Non voglio con questo sostenere che esista una natura umana, un modo immutabile, eterno, di essere uomini e donne. Dico solo che dalla rivoluzione tecnologica abbiamo imparato poco, pochissimo. L’innalzamento del livello di vita, iniziato con la prima modernità, esploso nella seconda metà del Novecento e culminato in questo primo ventennnio del nuovo millennio, segnato dai media digitali, ha riguardato le condizioni materiali, non spirituali.

E così siamo spaesati. Ci si chiede di restare a casa, nelle nostre case piene di tv, radio, stereo, giradischi, lettori CD, DVD, Playstation, smartphone, tablet, PC, tutto un corredo di oggetti d’uso comune, che la noia e la solitudine dovrebbero scacciarle come un fantoccio di paglia in un campo i passeri, e invece eccole lì a torturarci. Da piccoli ci siamo addestrati ad occuparlo, il tempo, colonizzarlo con azioni e parole, anche inutili. Da adulti ci hanno insegnato a metterlo a profitto, a ricavarne il massimo del guadagno, e guai a perderlo, il tempo, equivaleva a perdere denaro. Ora, risucchiati dal vortice di una pandemia che mostra come l’equilibrio del mondo della pratica e i suoi riti (produzione e consumo) siano tutt’altro che indiscutibili, non sappiamo che farcene del tempo reso improvvisamente improduttivo e del suo più fido alleato, il silenzio, e li subiamo con sgomento.

Certo, le preoccupazioni materiali hanno il loro peso. Come arrivare a fine mese? è la domanda che assilla alcuni di noi. Ma la preoccupazione di fondo è più sottile, investe il “diritto alla continuità” che ciascuno, anche chi non sa formularlo, reclama, il sogno di una vita prevedibile, senza strappi, interruzioni. Abbiamo creduto di averlo acquistato su Amazon, non è così. Comunque sia, il “dopo” non lo immagino troppo diverso dal “prima”. L’uomo sperimenta una doppia condizione. Da un lato, la dimensione individuale della sua esistenza è segnata dalla limitatezza dei sensi e dal confronto, continuo ma sempre traumatico, con l’idea della morte, la transitorietà di ogni cosa. Da qui la sua difficoltà a concepire l’infinito e il disinteresse per un altrove in cui “io” non sia contemplato. Dall’altro, l’unica immortalità possibile la raggiunge come specie, propagandosi nel tempo attraverso la trasmissione (ereditaria, culturale). Il risultato è che l’umanità trascina, in tempi, luoghi e forme diversi, le stesse gioie e le stesse miserie spirituali. Anche stavolta non faremo eccezione. Altro che sovranità e liberazione dall’asservimento. Ritorneremo alle occupazioni di sempre, immersi nella stessa frenesia di sempre, vittime e carnefici di noi stessi, dapprima con un pizzico di preoccupazione, poi via via più sciolti. Dimenticheremo, il flusso ci catturerà di nuovo. Torneremo a scorrere nel nostro fiume di chiacchiere e affanni inutili, verso un mare che esiste solo come idea, possibilità teorica.

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