La lotta

Il terreno della lotta politica nel terzo millennio è la parola. Non i fatti: quelli semmai erano appannaggio della vecchia politica, la quale ricorreva alla retorica per venderli meglio. La nuova politica, la post-politica dell’ipermodernità, ricorre alla retorica in vece dell’agire. Ciò che accade in questi giorni in Italia è sintomatico della nuova condizione.

Prendiamo, ad esempio, la chiusura dei porti. Nei giorni scorsi Matteo Salvini, ministro dell’Interno, l’ha invocata per schermirsi dall’invasione dei pericolosi “unni” africani. Ma questa chiusura, che è l’atto formale (e dunque sostanziale) di un ministero (delle Infrastrutture), non c’è mai stata: è bastato evocarla con un tweet perché se ne realizzassero gli effetti. Ma non è finita qui. L’emergenza migranti non esiste. In Italia, quest’anno gli sbarchi sono diminuiti dell’80% rispetto all’anno scorso; per inciso, nel 2017 gli arrivi sono stati 16.585 contro i 119.369 del 2016 (su 62 milioni di abitanti). Anche il trend europeo è in calo: 172.301 migranti arrivati nel 2017 contro i 362.753 del 2016 (su una popolazione di 515 milioni). I movimenti secondari, improvvisamente assurti a questione cruciale in Europa, sono oggi limitati. Nella Germania che, agitata dal suo ministro dell’Interno, Horst Seehofer (che di cristiano ha solo il nome del partito), rischia di far saltare l’UE, si sono registrati appena 63mila ingressi su una popolazione di 80 milioni [1]. E tuttavia la propaganda gialloverde – che incongruamente pretende di saldare l’interesse italiano, ovvero ripartire i migranti tra gli stati europei, con quello dei paesi di Visegrad, i quali si oppongono alle quote – in queste settimane ha inasprito gli animi al punto tale che una crisi è effettivamente scoppiata. La Germania minaccia di rispedire indietro migliaia di persone e l’Austria di sigillare il Brennero, col rischio di far saltare Schengen nonché di isolare l’Italia e i paesi di prima accoglienza. E tutto questo senza un motivo reale, ovvero senza una causa scatenante che non sia la retorica sovranista [2]. Parafrasando Lacan, si potrebbe dire: l’azione letale del significante.

Nell’era della connessione perenne – della connessione, cioè, non come posizione volontaria del soggetto rispetto al mondo ma come condizione irrinunciabile perché egli si senta parte della comunità dei cittadini (si parla, ormai, di diritto alla connessione) – le parole producono effetti prima e più delle leggi. Quando i populisti chiamano le ong “taxi del mare”, pur se in assenza di qualsivoglia prova, processo, sentenza (a proposito, pm Zuccaro, a che punto siamo?), determinano un clima ostile che porta al calo delle donazioni (-10%), minacciandone la sopravvivenza e dunque ponendo le condizioni materiali perché il Mediterraneo ritorni il cimitero che fu. Quando, sempre via social o in quei salotti televisivi un tempo disprezzati ma che ora servono egregiamente il nuovo potere, poiché i padroni di casa si guardano bene dall’allestire un contraddittorio [3], si usano termini come “pacchia”, “crociera”, si invoca a sproposito l’amore del padre di famiglia, si disconoscono i diritti di cittadinanza in base all’etnia («i rom italiani purtroppo ce li dobbiamo tenere») o all’orientamento sessuale («le famiglie arcobaleno non esistono»); e ancora, si minacciano cittadini vittime della fatwa mafiosa di privarli della scorta o si enfatizzano come cambiamenti epocali svarioni, debolezze e incompetenze, tutto questo produce nei destinatari un effetto incalcolabile sul piano culturale, e persino antropologico.

In che modo? La pervasività dei nuovi media digitali, il terreno di gioco preferito della retorica populista, svolge un ruolo importante. Il televisore non lo puoi portare sempre con te, la parola stampata non ha tale forza emozionale: gli smartphone sì, e con essi tutto il colorato, superficiale, inconcludente frastuono che popola Facebook, Instagram, Twitter. Qui le parole sono necessariamente prodotti di consumo. Generano profitto. I grandi gruppi editoriali riempiono di nulla sgargiante i loro contenuti, in modo da renderli cliccabili (dunque appetibili agli investitori pubblicitari, i soli che possano ormai tenere in piedi la baracca). E quand’anche ciò non avvenga in modo scientifico, ma semplicemente per conformismo culturale, ci pensano le piattaforme tipo Cambridge Analytica a lucrare sui dati che gli utenti, con i click, i like, i commenti, forniscono in modo inconsapevole. Del resto, la ricchezza dei big player del digitale è tutta qui: nel possesso dei dati. I post poetici/polemici, le immagini di gattini, le gif divertenti alimentano il circo. Un circo nel quale, beninteso, non siamo spettatori: il nostro posto è, semmai, quello della scimmietta che salta di qua e di là, in attesa della sua banana-premio (il fatidico “mi piace”).

Sui social la comprensione è subordinata alla reazione: non è importante capire, ma mostrare di aver capito. Fagocitiamo parole senza comprenderle, ci ingozziamo di parole, confondendo la compulsione con la fame, la stanchezza con la sazietà. Il tentativo, disperato, è placare l’angoscia della precarietà con l’ingrossamento dell’Io, l’iperidentificazione in gruppi, slogan, fazioni che nulla ha a che vedere con la normale dialettica che cerca di colmare la distanza con l’Altro, e molto con il narcisismo, il quale, invece, tende a negarlo. I social, insomma, funzionano come camera dell’eco, nella quale risuonano più forti le voci “cattiviste”, perché il “cattivismo” (che non è la cattiveria, sentimento morale, piuttosto la strategia che uniforma il discorso al cinismo del senso comune) è una formazione compatta, solida, liscia, che maschera le incongruenze molto meglio della ragionevolezza, sempre troppo astratta, irregolare, sfuggente.

Tornando al tema principale dell’articolo, la retorica orwelliana della post-politica rappresenta l’evoluzione ipermoderna di quella “chiusura dell’universo di discorso” analizzata da Marcuse ne L’uomo a una dimensione (1964). Secondo Marcuse, l’origine della neolingua del capitalismo avanzato è la razionalità tecnologica, che “tende ad identificare le cose con la loro funzione”. Ne derivava un discorso pubblico ricco di formule rigide, rituali, autovalidantesi, in cui contraddizioni (la “bomba pulita”, il “fall-out innocuo”) erano unificate e, dunque, accettate. Un linguaggio evocativo più che dimostrativo, sopraffattorio, poiché “impone senza tregua immagini” e “milita contro lo sviluppo e l’espressione di concetti”.

Il procedimento oggi è lo stesso: compressione in forma di slogan, rimozione della contraddizione, ripetizione ossessiva sono le tattiche. Ma la strategia è più subdola. La nuova retorica non si fonda sul dato reale, piuttosto sull’emozione. Essa si fa latrice non dell’entusiasmo per un futuro di prosperità e benessere, piuttosto del bisogno di protezione da quello stesso futuro, ora percepito come catastrofe imminente. L’ipersemplificazione è un balsamo in tempi di grande incertezza. Ad essa ci aggrappiamo con pervicacia. Ne ricaviamo un godimento cinico di cui ignoriamo l’abisso e reagiamo con rabbia quando qualcuno osa svelarlo. Partiti con l’ardore di Odisseo, ci scopriamo meschini come Elpenore [4].

Dinanzi allo strapotere di questa comunicazione siamo tutti soli. Oltre una certa quantità le informazioni scambiate diventano ingestibili (anche per chi si illude di dominarle) e si trasformano in rumore. Questo rumore stordisce, confonde, atterrisce, sfianca, immalinconisce, deprime. Siamo tutti soli, dunque, ma alcuni lo sono più di altri. Quelli a cui mancano gli anticorpi dell’alfabetizzazione scolastica, quelli che scontano sulla propria pelle l’esclusione dalle sorti gloriose della globalizzazione (che una certa sinistra, a suo tempo, ha colpevolmente venduto come panacea di tutti i mali), quelli che vivono prigionieri della solitudine, quelli che la scarsa pratica della lettura e dello scambio con l’Altro consegnano all’analfabetismo di ritorno o funzionale. L’uso compulsivo dei social, ultima (in ordine di tempo) illusione di libertà dell’era ipermoderna, aggrava la loro condizione, li trasforma in ultras, odiatori seriali, megafono involontario delle fake news e della cultura psicotica della paura che sta attecchendo con rapidità impressionante.

L’obiezione mi pare di sentirla: “tu ce l’hai con chi non ha votato come te”. No, non si tratta di questo. Qui in gioco non c’è né il risentimento personale (non ho l’abitudine di considerare un affronto il fatto che qualcuno abbia un’opinione diversa dalla mia) né tantomeno quelle costruzioni meschine che sono oggi i partiti politici. Piuttosto è la coscienza critica il punto – o, per meglio dire, la sua assenza. Il danno della retorica populista non è quello di portare voti ad una forza politica piuttosto che ad un’altra, ma è nella mistificazione sistematica della realtà, nella rappresentazione di un mondo che non esiste: quello nel quale le soluzioni sono semplici, a portata di mano, basta lavorarci e se qualcuno non ci ha pensato prima è perché era in malafede, un “traditore della patria”. In questo mondo, complottismo spiccio (il piano Kalergi, Big Pharma, Soros, la Trilateral, persino lo sbarco sulla luna), nostalgia della grandezza perduta (neo-fascismo, sovranismo, nazionalismo) e giuste recriminazioni (la lotta alla precarietà, allo strapotere delle multinazionali e del capitale finanziario) si intrecciano, con queste ultime inevitabilmente stritolate dal mix di ignoranza, fanatismo, xenofobia e rancore sociale di cui le prime sono espressione. Ma se il discorso del potere si appropria di parole come “libertà”, “cambiamento” e “amore”, svuotandole della loro funzione di critica implicita all’apparato, ci si sente disarmati. Cosa replicare ad un ministro il quale nega un porto sicuro a un pugno di disperati che ha sfidato la fame, la guerra, il deserto e infine l’annegamento, gli infligge un aggravio di centinaia di miglia e poi racconta che lui non è razzista, che i veri razzisti sono quelli che questo traffico lo incoraggiano (i cosiddetti “buonisti”), che le ong sono complici degli scafisti e che non tocca a loro stabilire dove terminerà la “crociera”? Rovesciamenti semantici (razzista è chi accoglie) e accostamenti stridenti (le traversate dei migranti come villeggiatura) suscitano da un lato l’immediata adesione dei supporter, dall’altro uno sbigottimento che rischia di ridurre gli oppositori all’afasia.

Ma l’afasia non ce la possiamo permettere. Occorre ripristinare urgentemente una funzione critica all’interno delle nostre società, per impedire che le democrazie diventino democrature, ovvero regimi in cui le maggioranze, forti non tanto dei risultati del voto popolare quanto del consenso virtuale misurato con i like e i sondaggi, si sentano in diritto di spadroneggiare, disprezzando come obsolete o peggio, compromesse con i “poteri forti”, ogni istituzione, ogni critica.

In attesa di una politica (di opposizione) che s’impegni a realizzare un massiccio piano di investimenti pubblici per la scuola (rinnovamento dell’edilizia, rafforzamento del corpo docenti, ristabilimento della scuola come luogo di formazione culturale e crescita individuale e non come campo di addestramento al lavoro), occorre che ciascuno faccia per sé. Come?

Primo: leggendo, più che si può. Ma non i siti web, i libri. Affolliamo questi posti meravigliosi che sono le librerie, in cui altre persone in carne ed ossa trascorrono minuti interminabili davanti ai più meravigliosi tra gli oggetti inanimati in attesa che titoli e copertine “parlino” (l’Altro ci parla sempre, anche se non lo sentiamo). Occorre ribaltare il paradigma culturale dominante, quello dell’informazione, in paradigma della formazione. È necessario esercitarsi a ridefinire ogni volta la propria posizione nel mondo attraverso l’accesso a fonti informative “alte” e “altre” dal senso comune che spadroneggia sui social. Diventiamo soggetti attivi, non deleghiamo un algoritmo alla nostra crescita. Esplodiamo le bolle.

Secondo: rifiutiamo e contrastiamo la retorica del populismo, di tutto il populismo, anche quello che ci sembra buono ma che buono non è, mai, poiché il populismo è costituzionalmente oscurantismo, de-emancipazione, regresso. Pasolini diceva: “non bisognerebbe mai accettare la lingua dei propri nemici”. È evidente che questo principio, in un’epoca di spinta totalitaria al conformismo, assume un’urgenza maggiore. È di vitale importanza rifiutare la vigliaccheria del rancore indifferenziato, le scorciatoie della semplificazione, mantenere vivo il dialogo con l’Altro e accettare la complessità come sostanza del mondo.

Terzo: assumiamo il peso etico della verità. Che non è un traguardo, ma una ricerca. Verità è ricerca della verità. Un percorso infinito (non si arriva mai) e accidentato, pieno di buche e, soprattutto, il più delle volte senza ricompense. Il meglio che possiamo augurarci non è il comfort asfittico dell’identità granitica, ma l’euforia precaria che regala, la notte, al lume di una piccola lampada, la sensazione di aver decifrato, per un istante, il mistero.

Fare di questi principi un modo nuovo di essere e di questo nuovo modo di essere una testimonianza quotidiana è l’impegno di cui ciascuno deve farsi carico. Anche se non sembra, questo è fare politica. La politica quella alta, l’unica che possa produrre oggi un’alternativa. L’altra politica, quella che si combatte ogni giorno a colpi di tweet, è un’impostura i cui disastri si riveleranno appieno solo negli anni a venire.

 

[1] I dati sono dell’Unhcr: http://www.unhcr.org/.

[2] L’emergenza non esiste neppure sul versante criminalità. All’aumento, tra il 2007 e il 2015, del numero di immigrati in Italia non è corrisposto un aumento del numero di reati. Anzi: le denunce sono diminuite. Idem in Europa. Per un quadro più completo: https://www.ilpost.it/2018/02/05/rapporto-immigrazione-criminalita/.

[3] Il paradosso è che i new media sono definiti tali proprio perché rifiutano il modello del broadcasting. Quando parla il potere, però, accade la solita magia: la sua voce si impone naturalmente sulle altre. L’arroganza, il cinismo del discorso del potere si propagano nel vuoto dell’ignoranza, del conformismo, della vigliaccheria dei commentatori, la cui funzione è puramente fàtica. I new media non lo emendano dalla naturale asimmetria di cui è portatore, e anzi l’amplificano. La televisione, il medium tradizionale più importante e potente (e dunque restio ai cambiamenti), segue conformisticamente.

[4] «E così sei tornato, farabutto, ficcanaso che non sei altro? Vuoi tornare ad affliggerci e tormentarci, desideri ancora esporre i nostri corpi ai pericoli e costringere i nostri cuori a prendere sempre nuove decisioni? Com’ero felice; potevo sguazzare nel fango e crogiolarmi al sole; potevo trangugiare e ingozzarmi, grugnire e stridere, ed ero libero da pensieri e dubbi: “Che devo fare, questo o quello?” Perché sei tornato? Per rigettarmi nell’odiosa vita che conducevo prima?». Così Elpenore, trasformato in maiale da Circe, al suo liberatore Ulisse, secondo l’apocrifo di Lion Feuchtwanger (Odisseo e i maiali, Nottetempo, 2012).

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8 Comments La lotta

  1. Laura Rossi 11 luglio 2018 at 8:06

    Complimenti: bellissimo articolo. Consiglio a tutti di leggerlo e rileggerlo e rileggerlo per iniziare a cambiare strada.

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    1. Inunfuturoaprile 11 luglio 2018 at 10:22

      Grazie Laura!

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  2. Andrea Nicola Eugenio Mandelli 11 luglio 2018 at 10:40

    Condiviso con piacere e orgoglio.
    Andrea.

    Reply
    1. Inunfuturoaprile 11 luglio 2018 at 13:13

      Grazie mille, Andrea!

      Reply
  3. Luigia Corbetta 11 luglio 2018 at 19:19

    Grazie, forse non tutto è perduto!!!
    Puoi inviarmelo nella mail.grazie.

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  4. Mauro Salvoldi 13 luglio 2018 at 0:54

    Grazie dell’approfondimento interessante e profondo, difficile da divulgare ma ci provo.

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    1. Inunfuturoaprile 13 luglio 2018 at 18:13

      Grazie Mauro!

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