La fine della politica

“Campagna elettorale peggiore di sempre” è un’espressione abusata. Da anni la sento rimbalzare in bocca ad anchorman, commentatori, ideologi. Il suo vantaggio è impagabile. Al pari di altre espressioni affini, è un modo come un altro per scaricare sugli altri la responsabilità dello squallore in cui è precipitato da tempo il dibattito pubblico. Dunque è buona per qualsiasi stagione – meno che per questa. Davanti allo starnazzare di queste ultime settimane, anticamera del coitus interruptus del voto popolare (tanta fatica per poi eleggere un nulla, niente, zero) verrebbe così facile tirare fuori l’infame etichetta. E invece no, nessuno che osi. Del resto, siamo ben oltre le categorie estetiche o morali. È, infatti, la fine della politica.

Perché? Ma è evidente: abbiamo oltrepassato definitivamente il limite che separa la propaganda dalla menzogna spudorata. La propaganda, nella politica contemporanea, è da sempre fatta di bugie, ma mascherate. Bugie dette cioè nella speranza di contrabbandare per verità una promessa studiata per ingolosire, mezze o nessuna verità gettate in pasto al dibattito pubblico senza prescindere da quel sentimento della vergogna, a cui – checché se ne dica – nessuno, nemmeno il più navigato dei politici democristiani o il più disinvolto degli intrallazzatori socialisti, era immune.

Oggi, introiettata la dittatura delle emozioni, spalancate le porte (del cuore e dei news feed) alla post-verità, quel senso pubblico del limite – o, se preferite, l’ultimo baluardo di ipocrisia – è andato perduto, assieme ad ogni (ipotesi di) sanzione. La misura dello sfascio non è quindi tanto nel tasso di incredibilità degli annunci pre-elettorali: di pensioni alle stelle, abolizioni totali d’imposte, mirabolanti piani di sviluppo e dentiere gratis si è sempre discusso, a destra e – duole dirlo – a manca. Piuttosto, il naufragio sta in una perversa sospensione dell’incredulità: superato lo scandalo, accettiamo tutti, di comune e tacito accordo, che il confronto elettorale sia ridotto a una mano di Monopoly. Detto altrimenti, le promesse degli aspiranti premier del nulla non si preoccupano più di sembrare realizzabili e, soprattutto, a noi non importa più che lo siano. Davanti alle cifre del nostro riscatto così come vengono snocciolate dai candidati – con tono stanco, annoiato, senza nessuna presunzione di intessere chissà che discorso complessivo, che narrazione, ma con l’urgenza di dire qualcosa perché si deve, è il ruolo che lo pretende e, soprattutto, le ragioni della più elementare sopravvivenza politica -, davanti a questo nulla imbarazzante non azzardiamo più nessuna obiezione.

Archiviato il pudore, così come la rabbia o l’imbarazzo riflesso, siamo entrati in una fase di depressione post post-ideologica. Alle promesse euforiche della politica liquida, finalmente liberata – dicevano – dalle zavorre dell’etica, del dibattito reale, dei manifesti e delle letture colte, si è sostituito il malessere cupo, senza fondo, del socialpopulismo, la ricerca spasmodica del consenso immediato, “hic et nunc” nel senso di sradicato da ogni passato e cieco alle ragioni dell’avvenire. Ma – ed è qui l’altra novità – neppure l’antipolitica virtuale sembra avere sufficiente capacità attrattiva. La disillusione è totale, e l’esercizio del voto, anche si verificasse in forme superiori rispetto a quanto pronosticato dai sondaggisti, minaccia di somigliare sempre più all’esercizio di un vuoto, ovvero allo scatto di un pupazzo a molla, che dura un mesto giro di carica e poi si spegne. O, per restare ai tempi moderni, al like distratto che riserviamo a qualsiasi post con cui Mr. Zuckerberg ingozza la nostra ignavia, la nostra disperazione.

In questi giorni ci tocca dunque assistere, ammutoliti dalla nostra stessa incapacità di provare stupore, allo spettacolo di un pluripregiudicato che, in barba alla sua acclarata incandidabilità, scrive il proprio nome sul simbolo elettorale e ci mette pure, subito accanto, la parola presidente; al ciacolare sconnesso di semianalfabeti che propongono di smantellare un intero sistema pensionistico senza proporre alcuna alternativa; al farneticare di ex difensori della Costituzione più bella del mondo che propongono di disinnescare i cambi di casacca a colpi di contratti vergati dal notaio – insomma alla promessa di un Nuovo Miracolo Italiano, economico e morale, senza né capo né coda. C’è della follia in questo metodo, la disperazione titanica e, insieme, miseramente inconsapevole della mosca intrappolata in un bicchiere. Quanto più si dibatte, più agonizza. E se muore – la politica – muore anche la civiltà; perché la politica è il luogo della riflessione pubblica in cui le decisioni si formano in vista di un comune obiettivo. Se saltano gli schemi, se il confronto diventa farsa frammista a guerra di bande per strappare qualche seggio all’avversario, sarà il futuro a svanire. Come le chiacchiere al vento dell’ennesima “campagna elettorale peggiore di sempre”.

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1 Comment La fine della politica

  1. Marco 27 gennaio 2018 at 9:55

    La politica entro il paradigma militare che organizza i nostri sistemi di convivenza è finita. Negli stati, organizzazioni nate per la guerra e funzionanti tramite il potere (la burocrazia) non hanno mai consentito la democrazia. Sono incompatibili con essa è soprattutto sono incompatibili con la vita. Le persone lo sanno, lo sentono e quindi , anche se i politici cercano di utilizzare canoni commerciali risultando ridicoli, non li vota. Il capitalismo consumistico sembra stia, finalmente, riuscire a sgretolare queste macchine della morte che sono le organizzazioni statuali che ci imprigionati tutti. La istanza profonda, per quanto aberrata e aberrante, è la vita e non la morte. (Siam pronti alla vita e non alla morte)

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