Matteo Renzi

La fiera delle vanità

«Non so dove ho letto che la vita è fatta di nascere, fornicare e morire. Il resto non sarebbe che giogo, per guadagnarsi il pane, e rappresentazione (la cosiddetta cultura), un teatro per far bella figura con gli altri e con se stessi». Lo scriveva Bioy Casares cinquant’anni fa, ma la data non importa, è giusto per contestualizzare un minimo, giacché i grandi artisti (e Casares certamente lo era) colgono verità universali. Una di queste è che la vanità è tra i moventi fondamentali dell’uomo, soprattutto in politica. Il teatrino messo in piedi da Matteo Renzi negli ultimi giorni lo dimostra perfettamente. Il segretario di Italia Viva (“viva”, s’intende, fino alle prossime elezioni, dopodiché, più che il congresso per cambiargli il nome, dovranno fargli l’autopsia) ha scoperto improvvisamente che Conte è un “signor forse”, un temporeggiatore, uno che decide solo di non decidere per perpetrare il proprio potere, perché il potere prospera nel silenzio, nel vuoto, nell’azione si disperde. Ma questo Renzi lo sa, perché non è diverso dall’“avvocato del popolo”. Cionondimeno, minaccia la crisi.

Gli argomenti sul tavolo sono due, apparentemente condivisibili: il recovery plan (appena abbozzato) e il Mes sanitario (che il M5S non vuole). Il fatto è che si tratta di questioni strumentali. A Renzi dà fastidio Conte perché gli fa ombra. Quando l’anno scorso volle, con un colpo di teatro che definire trasformistico sarebbe erigere un monumento alla sfacciataggine, dar vita al governo “giallorosso”, il senatore di Rignano aveva un duplice obiettivo: guadagnare tempo per perfezionare la nascita del suo nuovo partito e accreditare di sé l’immagine di campione antipopulista, l’eroe che si erge impavido contro il sovranista cattivo Salvini (in subordine Meloni). Non aveva calcolato che la popolarità di Conte potesse consolidarsi, né che Italia Viva sarebbe rimasta inchiodata a un misero 3%.

Teatro. Vanità. Renzi e Salvini si amano, sono più simili di quanto non appaiano, esponenti di spicco di una generazione di politici inconcludente e narcisista. Il massimo della visione politica di cui sono capaci non va oltre gli slogan, l’adesione opportunistica alle posizioni del momento. Impensabile che possano davvero farsi la guerra. Si fanno, semmai, i dispetti, ma questo civettare un po’ rude nasconde un gioco delle parti che legittima entrambi. Renzi esiste perché c’è Salvini, e Salvini funziona perché c’è Renzi. Togliete di scena uno dei due e anche l’altro scomparirà, come un agapornis.

Il paradosso che fronteggiamo in queste ore di (non)crisi è quello di un leader che pretende di onorare le istituzioni (la “mission” di Italia Viva è la difesa della democrazia liberale contro la retorica dei “pieni poteri”) rinunciando a quel po’ di dignità che la politica ancora conserva. D’accordo che i governi si formano in Parlamento, ma qui si esagera. Il contorsionismo politico, l’arzigogolo opportunistico, non fanno bene al paese, soprattutto in un momento di spaventosa confusione. Oggi c’è bisogno di chiarezza, perché la chiarezza è la condizione essenziale della fiducia, e la fiducia è l’architrave del nostro mondo. Senza fiducia non ci sono scambi, investimenti, impegni. Senza fiducia non c’è futuro. Agli occhi dei cittadini, e senza che questo significhi assolvere ciascuno dalle proprie responsabilità, la politica ha ormai la stessa credibilità di Pulcinella. Far nascere un governo solo per infilare due dita negli occhi di un avversario già non è stato il massimo della serietà, far crollare quello stesso governo dopo appena un anno per una questione di visibilità è addirittura ridicolo.

In questa suo ennesimo azzardo, Renzi appare favorito o sfavorito a seconda dei fattori su cui ci si concentra. Il favore sta nelle condizioni in cui versa l’attuale maggioranza. Il PD e il M5S non hanno particolare interesse a difendere il presidente del Consiglio. A Zingaretti basta galleggiare e i Cinquestelle sono come l’autobus di Speed, viaggiano veloci ma chi guida (già, chi guida?) non può nulla, solo augurarsi di non cappottare (troppo presto). La debolezza di Renzi sta nel gradimento di Conte, ancora alto malgrado l’appannamento dovuto alla seconda ondata di Covid-19, nell’antipatia che i voltagabbana inevitabilmente riscuotono, nel momento cruciale del paese, con il piano di vaccinazioni (quello sì un argomento) appena abbozzato. Conte tutto questo lo sa, e gioca, come al solito, a rinviare, smussare, persuadere, insomma tirare a campare, tanto più che nessuno vuole andare alle elezioni, in primis quelli che dichiarano di esser pronti alle urne.

Si fronteggiano, dunque, due bluff, in tutti i sensi. Come uscirne? Le elezioni non sono lo scenario più probabile, ma sarebbero quello preferibile. Draghi è il miraggio della faccia nuova (si fa per dire) che sana un corpo malato, questo Parlamento di bellimbusti capaci solo di guerreggiare sui social, per il resto pronti a qualsiasi sconcezza sia in odore di applausi. I nodi rimarrebbero intatti. Votare neppure risolverebbe il problema alla radice, va detto. Il difetto è nel processo di formazione della classe dirigente, di cultura istituzionale e di etica pubblica, ma il ricorso alle urne rappresenterebbe un’occasione di igiene politico-istituzionale, di chiarimento dinanzi al paese. Ovvio, tuttavia, come le condizioni oggettive (la pandemia) rendano difficile praticare questa opzione. La soluzione più probabile sembrerebbe un Conte-ter, ovvero: stesso presidente del Consiglio, stessa maggioranza, ministri diversi, una riverniciatina al programma fatta passare per nuovo patto di governo. Vanità. Teatro. Diceva bene Baudrillard nel ’77: il politico si è riconvertito a simulazione, il dissenso è una recita, non c’è più strategia, solo «una specie di destino che ci assorbe tutti». La non-crisi che stiamo vivendo in queste ore è «una messinscena deliberata» gestita da professionisti della politica, un «falso avvenimento prematuro» che sottrae ad una pseudo-minaccia (la caduta del governo) ogni suspense politica, ogni realtà. Il paese, angosciato, abulico, nauseato, abbozza. Fino a quando?

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