La crisi

Sto vivendo una crisi…

Uno è un musicista, 57 anni, vaporosa zazzera bianca, pallido ed eccentrico. L’altro fa il politico, tre anni in meno, capelli arresi al grigio ma incarnato florido, stile sportivo, solido. Tutto li divide, moltissimo li accomuna. Entrambi hanno alle spalle una carriera rispettabile: un’immagine vincente, targhe Tenco, presidenza del Consiglio dei Ministri, applausi e prime pagine. Ma è tutto nel passato, da qualche tempo li si ricorda per le sconfitte, i capricci, le giravolte. Tutti e due credono di essere ancora degli eroi, che il mondo abbia la forma del loro ingombrantissimo ego, ma quello, il mondo, sembra non essere d’accordo, e gli effetti sono grotteschi. Lo vediamo in questi giorni. Erano entrambi su un palco, una ribalta di prima classe, il pubblico pagante era numeroso, l’attenzione di giornali e TV era quella dei bei tempi. E cos’hanno combinato, i due? Un putiferio.

Al Festival di Sanremo, a cui è ritornato dopo tanti anni, uno ha insultato il compagno d’avventura, col risultato che quello lo ha piantato nel mezzo dell’esibizione e sono finiti entrambi squalificati. L’altro, al governo col suo nuovo partito dopo dopo un’assenza di 4 anni, non si è presentato in CdM e ha votato contro la propria maggioranza, aprendo una crisi politica.

Giù le maschere. Morgan e Renzi sono entrambi lo specchio delle debolezze di una fase storica nella quale siamo incagliati. Il minimo comun denominatore è la perdita del contatto con la realtà. “E’ praticamente ovvio che esistano altre forme di vita”, cantava il primo, ma il solipsismo è una costante del suo ultimo decennio, contraddistinto da un’autocelebrazione rissosa, fatua, spettacolare ma mortificante, una perenne elemosina di visibilità (e non solo) che l’accomuna all’altro, solo apparentemente meno malconcio. Se si eccettua lo scherzo del governo giallorosso, al quale ha contribuito in modo decisivo a dar vita la scorsa estate, Renzi non ne azzecca una dal famoso 40% alle Europee del 2014. A scorrere i vecchi tweet, un esercizio forse ozioso ma necessario se si vuole evitare la resa incondizionata all’incoerenza isterica e ruffiana d’oggi, non si può fare a meno di constatare come il senatore di Rignano sia diventato tutto ciò che (a parole) giurava di voler combattere. Esattamente come certi artisti imbolsiti, in vendita a tranci nelle vetrine dello showbiz, i quali, se da giovani avessero saputo, probabilmente avrebbero preferito al tramonto una risoluzione più drastica.

Non è un caso, ovviamente, che questi due campioni di egolatria siano cinquantenni. Rappresentano il fallimento di un’intera generazione e di quella dei loro padri. L’eredità morale e politica dei baby boomer, incarnata nei loro figli, si è rivelata un concentrato di arrivismo, ruffianeria, cinismo, impreparazione. E’ uno spettacolo patetico, questo continuo tira e molla, la vanità, l’ottusità della primadonna che minaccia di abbandonare il palco in nome di una dignità, di una fermezza, di una dirittura morale che non ha. Per Morgan Bugo avrebbe offeso la sua reputazione di artista, la canzone di Endrigo e il pubblico, che come il popolo è sacro nella misura in cui rimanga nel regno indistinto delle proiezioni egotistiche; ma la dignità di cui parla Castoldi non è finita sepolta sotto i metri di ruffianeria con cui, in otto anni da giudice di talent show, ha promosso la mediocrità, contrabbandando la bella presenza mista a furbizia per talento? E che dire del Renzi che denuncia il PD di essersi piegato alle ragioni dei giustizialisti e si propone come nemico pubblico dei populisti, lui che è stato il campione della disintermediazione, della rottamazione risoltasi in sostituzione di un gruppo di potere con un altro, che ha quasi liquidato il PD trasformandolo in un comitato elettorale personale, che inviava sms ai giornalisti durante le trasmissioni tv per chiedere che si votasse prima che scattassero i vitalizi, usando gli argomenti da terza elementare dei grillini e dei leghisti, salvo poi riscoprire le ragioni della democrazia parlamentare nella pazza estate del Papetee?

E, a proposito, occorre chiamare in causa un altro cinquantenne campione dei giorni nostri, Salvini. Il palco l’ha abbandonato con gran frastuono qualche mese fa, eppure il Capitano è sempre lì. Dallo spettacolo, nella società ipermoderna, non si esce mai. La differenza tra ribalta e dietro le quinte è abolita, la trasmissione non conosce interruzioni, il gioco non ha pause, il racconto e il marketing si fondono senza soluzione di continuità. Questo i nostri eroi lo sanno, dunque non gli importa di azzardare: c’è sempre una bolla pronta ad accogliere, un pubblico a fare il tifo. Vale tutto, dunque niente ha valore. Le minacce e gli abbandoni non sono seri, fanno parte di quella cervellotica e narcisistica messinscena che chiamiamo la nostra vita, di quell’esuberenza triste, angosciosa, che si nutre dell’opulenza indifferente in cui ristagnano le società occidentali. Lo cantava Morgan ai bei tempi dei Bluvertigo: «Quando inizia una crisi è un po’ tutto concesso / Quasi come a Carnevale / Quando è in corso una crisi dimentico tutto / E posso farmi perdonare».

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