Jean-Jacques Casaleggio

Il proprietario del primo partito italiano, Davide Casaleggio, vuole archiviare il parlamento. «Oggi – afferma in un’intervista a La Verità – grazie alla Rete e alle tecnologie, esistono strumenti di partecipazione decisamente più democratici ed efficaci in termini di rappresentatività popolare di qualunque modello di governo novecentesco. Il superamento della democrazia rappresentativa è inevitabile». L’idea suonerebbe temibile (o allettante) se a pronunciarla fosse un Rousseau; tuttavia Casaleggio – che è il proprietario de facto del Movimento 5 Stelle in quanto titolare della piattaforma che dal filosofo francese prende il nome, ovvero, nel disegno, il futuro parlamento – non è Rousseau, neppure una sua controfigura. Al massimo un figlio d’arte cresciuto a marketing, strampalate utopie e italica furbizia.

L’inghippo nella lampante visione pentastellata del futuro, la cosiddetta democrazia diretta, è nel segno sottile che separa il coinvolgimento immediato dei cittadini nei processi decisionali dal plebiscitarismo. L’esiguità del confine la determina e la illustra ogni giorno la prassi becera del populismo. L’emancipazione passa per una coscienza affilata dalla cultura, è la capacità di definire autonomamente le proprie coordinate in relazione ai processi storico-sociali in atto. Tutto il contrario di farsi pigliare all’amo dalla dabbenaggine travestita da purezza, dall’opportunismo mascherato da pragmatismo, dall’adesione cinica al senso comune spacciata per lotta alla vecchia politica della propaganda populista.

Compito di una forza di rinnovamento radicale quale il Movimento 5 Stelle ama autorappresentarsi non è dunque quello di ammaestrare gli elettori a colpi di “clicca qui”, “condividi subito” e “pazzesco!” in nome del trionfo della Causa, piuttosto quello di favorire il progresso individuale e collettivo. Ne siamo ben lontani. La democrazia diretta praticata dal M5S è una chiamata alle armi di pochi e sempre più svogliati seguaci [1], i quali, quando non si esercitano nel casting di illustri sconosciuti senza né arte né parte (la selezione della classe dirigente secondo il modello Casaleggio), praticano il click su questioni marginali in votazioni last-minute e dall’esito sempre incerto. Incerto non solo perché la piattaforma, contrabbandata come un mirabolante esempio di “made in Italy” tecnologico, in passato ha dimostrato di far acqua da tutte le parti, non solo perché i risultati delle consultazioni vengono diffusi talvolta dopo giorni e in modo parziale, ma anche perché se l’esito del voto non piace, questo viene disconosciuto al grido di “fidatevi di me!”.

Insomma, votate subito e come dico io. E questo è appunto il plebiscitarismo, che con la democrazia diretta è imparentato come Diabolik con Robin Hood.

L’emancipazione è un lavoro che richiede tempo, pazienza, competenze, spazi d’incontro e discussione che non siano solo virtuali. I social sono camere d’eco in cui risuona più forte la voce “cattivista”, in cui prendono quota narcisismo e paranoia. Impensabile che la piazza virtuale sia il luogo in cui possa formarsi un’autentica coscienza rivoluzionaria. Soprattutto, l’emancipazione passa per la voglia della politica di assumere una missione etica prima che pedagogica: de-demistificare il discorso pubblico, liberarlo dal marketing dell’ottimismo e della paura, i due poli retorici che da sempre si affrontano, senza esclusione di puerilità e bassezze, in tempo di elezioni, salvo poi rimangiarsi ogni velleità una volta raggiunto lo scopo.

Ma siamo appunto in Italia, è il 2018, il Movimento 5 Stelle governa con la Lega e Casaleggio di nome non fa Jean-Jacques.

 

Aggiornamento (27/07/2018): sul suo blog, Beppe Grillo scrive che «la democrazia è superata». Qui una riflessione: https://inunfuturoaprile.it/politica/beppe-grillo-democrazia-superata/.

[1] Alle consultazioni sul Contratto di Governo dello scorso 18 maggio hanno partecipato in 44.796, meno di un terzo degli iscritti (150.000 circa). Fonte: Ilblogdellestelle.it.

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