Io sto con Mattarella

Riassunto delle puntate precedenti. Due forze politiche che si autorappresentano come anti-sistema conseguono un risultato straordinario alle elezioni. Non la maggioranza necessaria a formare un governo. Così, dopo 60 giorni di veti incrociati, incontri notturni, proclami, conferme e smentite in favor di camera, i due rispettivi leader si siedono intorno a un tavolo per dare il via alla Terza Repubblica, “quella dei cittadini” (sic). Elaborano un contratto di governo (di nessun valore legale) zeppo di promesse elettoralistiche e senza uno straccio di copertura. Scelgono come candidato alla Presidenza del Consiglio dei Ministri un oscuro professore universitario col curriculum imbellettato, il postino distratto e nessuna esperienza politica. Infine, in barba alle prerogative del Capo dello Stato, stilano una lista dei ministri nella quale compare, assegnato al Ministero dell’Economia e della Finanza, il nome di un accademico 82enne, figura di primo piano dell’establishment economico-finanziario (niente male per un Governo del Popolo), il quale ha messo nero su bianco un piano di uscita dall’Euro. Il Capo dello Stato, uomo paziente e discreto, fa presente che il suo ruolo non è quello di impiegato all’ufficio timbri, che ne ha inghiottiti pure troppi di rospi e che ora vuole dire la sua. I due capipopolo, che nel frattempo minacciano rabbiosi la presa della Bastiglia, rifiutano ogni mediazione. Salta il Governo del Cambiamento.

Lo spettacolo indecoroso offerto in queste settimane da Matteo Salvini e Luigi Di Maio è senza giustificazione. E senza giustificazione sono gli attacchi delle ultime ore al Capo dello Stato, reo di aver interpretato il proprio ruolo in modo formalmente corretto (anche rispetto alle consuetudini) e moralmente ineccepibile. Gli italiani non hanno votato per il ritorno alla Lira: troppo alto il rischio che l’impuntatura su Paolo Savona nascondesse un piano in tal senso (o quantomeno uno spericolato ricatto all’Europa, per indurla a una maggiore flessibilità contrattuale). Mattarella ha fatto intendere che avrebbe accettato come alternativa il nome di Giorgetti, se questo fosse maturato nella naturale dialettica tra presidente del Consiglio designato e Capo dello Stato (come lo stesso Di Maio auspicava), a dimostrazione che il veto in questione non era politico. Pertanto, chi accusi il Presidente di alto tradimento è ignorante o, peggio, in malafede. Specula sulla bancarotta culturale e istituzionale a cui una politica mediocre, svilita dal narcisismo dei suoi leader, senza nessuna idea di futuro e meschinamente arroccata nella difesa dei propri interessi, ha condotto questo nostro Paese. Li chiamano populisti: sono, più banalmente, bugiardi. Al netto della retorica da comizio sfoggiata per presentarlo, il Governo del Cambiamento, fosse partito, si sarebbe risolto nella (breve) passerella elettorale di due ultras capaci solo di macinare consenso lucrando sulle sventure degli “ultimi”, gli esclusi dai “trionfi” della globalizzazione, non di proporre soluzioni politiche di ampio respiro alle disuguaglianze e alle storture del mercato.

C’è speranza che gli italiani capiscano? Forse no, ma non importa. Affermare il primato delle regole democratiche, della Costituzione, sulle manie di grandezza di due bulletti cresciuti nel mito del proprio ego, significa oggi porre un argine ad una mistificazione cinica e intollerabile, perché minaccia di relegarci in un oscurantismo (culturale, politico, istituzionale) che è l’esatto contrario del cambiamento. Il cambiamento, quello vero, presuppone verità, e la verità è tale perché non si piega alle convenienze del momento. E dunque occorre dirlo chiaro e tondo: basta. Basta con la campagna elettorale permanente, basta con i proclami a mezzo social, basta la retorica dell’accerchiamento, con la flat-tax, la xenofobia, Meloni, “Dibba”, il Capitano, “Luigi Presidente”, basta. Io sto con Mattarella, e con chiunque non sia disposto a svendere la mia dignità e i miei diritti per qualche voto in più.

Ulteriori precisazioni: https://inunfuturoaprile.it/politica/forse-non-ci-siamo-capiti/

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8 Comments Io sto con Mattarella

  1. Alessandro Dellachà 28 maggio 2018 at 10:41

    Io ho 74 anni e non sono mai sceso in piazza, ma stavolta sarei disponibile per difendere quell’Italia anti-fascista e con una delle migliori Costituzioni al mondo che i nostri Padri ci hanno consegnato dopo gravi sacrifici, patimenti e lotte per offrirci un futuro di libertà e vera democrazia, ora minacciata da politici arruffapopolo semplicemente preponenti e bugiardi in un caso e nell’altro decisamente infantili e incompetenti, i quali dovrebbero provare a studiare un poco la Carta su cui fonda la nostra Repubblica.
    Bravo Mattarella, hai mostrato grande equilibrio e coraggio per fare argine a tanta decadenza politica, meriti tutto il nostro rispetto. Non ti lasceremo solo.

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    1. Inunfuturoaprile 28 maggio 2018 at 11:53

      Approvo, Alessandro. Grazie del commento!

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  2. maria consiglio marotta gigli 28 maggio 2018 at 15:31

    Il giorno dopo fa bene leggere parole chiare e senza arzigogoli, condivido tutto, grazie. E grazie anche a Alessandro Dellachà

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    1. Inunfuturoaprile 28 maggio 2018 at 19:42

      Grazie mille!

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  3. Dori 28 maggio 2018 at 21:38

    Colpita dalla sostanza e chiarezza del messaggio e dalla pulizia dello scritto.Mi rappresenta in pieno

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    1. Inunfuturoaprile 28 maggio 2018 at 23:05

      Grazie Dori!

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  4. Gianluca Adami 29 maggio 2018 at 1:19

    Di solito apprezzo e condivido i tuoi scritti, stavolta un po’ meno. Mi piacerebbe molto stare dalla parte di Mattarella in pieno. Pensare che ha esercitato il suo ruolo per difenderci e garantirci tutti.
    Ma non ci riesco.
    Ho purtroppo la sensazione che si sia innervosito di questo balletto, del misto fra incompetenza ed arroganza che si è trovato di fronte, del fatto che Conte fosse privo di autonomia e che abbia fatto un errore. Si è schierato. Una cosa che un presidente della Repubblica non deve fare. Il veto a Savona appare un processo alle intenzioni e, cosa ben più grave, un tentativo di indirizzare la politica del nuovo governo.

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