Instabilità

«Felicità raggiunta, si cammina / per te sul fil di lama. / Agli occhi sei barlume che vacilla, /  al piede, teso ghiaccio che s’incrina; / e dunque non ti tocchi chi più t’ama». Non c’è niente di meglio di questa quartina di Eugenio Montale per ricordarci la precarietà della vita, la sua fragilità strutturale, lo sgomento che segue la scoperta dell’inafferrabilità della felicità. Molti di noi istintivamente l’intendono come assenza, non solo di dolore ma anche d’imprevisti, “allarmi e sorprese”. Ciò che c’è oltre la fine, insomma. Non è un caso che il cristianesimo e il comunismo rimandino la pienezza dell’essere a un “luogo” oltre la vita terrena, il primo, oltre la storia, il secondo. Sennonché l’approssimarsi della fine (di una fine) genera scompiglio, dolore, incomprensione. E’ l’angoscia del trapasso, inteso come attraversamento di soglia, cambio di stato. Crisi. Giova ricordare come Gramsci la definiva: il momento nel quale «il vecchio muore e il nuovo non può nascere». Da qui, “i fenomeni morbosi più svariati”.

Ma non vale la pena di volare così alto. La vita che c’interessa è fatta di minuzie, dunque mettiamola così: questi giorni d’epidemia hanno distrutto la pretesa di un’esistenza in continuità con le nostre ambizioni, i nostri piani. «Se vuoi far ridere Dio, raccontagli i tuoi progetti», diceva Woody Allen.

È così. L’instabilità sarà la cifra pratica ed emotiva della nostra vita nel breve e medio periodo. Le mascherine, i guanti, il distanziamento sociale, il governo, certo, ma soprattutto la paura che i nostri passi non siano più così sicuri, l’idea assillante della terra che cede sotto il nostro peso e c’inghiotte, noi e le nostre piccole, insignificanti vite, in un precipizio senza fine. Questa del crollo è in fondo un’immagine che si accorda bene con il capitalismo ultraliberistico degli ultimi due decenni, con lo sradicamento consumistico che ha eradicato le tradizioni e livellato gli stili di vita, il marketing emozionale che ci vuole sempre in cerca di nuove sfide che ci confermino narcisisticamente, la frenesia e la superficialità della comunicazione social. Giunta l’occasione di dimostrare a noi stessi che eravamo pronti per questo meraviglioso mondo senza punti cardinali, ci siamo scoperti più che mai desiderosi di certezze. “Carezze”, stavo per scrivere, ma reali, di quelle che puoi sentire il contatto della pelle sulla pelle, non delle blandizie egostistiche di cui ci nutrono persino i governi.

Che mondo sarà è difficile dirlo. Saremo migliori? Temo di no. Saremo gli stessi, solo più spaventati e creduloni. Camminiamo tutti lungo il fil di lama della vita alla ricerca della felicità, è il movente fondamentale della storia umana. Quando i tempi lo consentono, una sorta di ebbra spensieratezza lenisce le ferite; quando, come in questo caso, il presente si rannuvola e il futuro si fa incerto, la paura del dolore, prima ancora che il dolore stesso, rende folli. Ricordiamocene, quando il mondo aprirà di nuovo il recinto.

2 commenti

  • “Che mondo sarà è difficile dirlo. Saremo migliori? ” Tutto sta nella nostra singola volontà di voler evolvere. Se vuoi un mondo più pulito, tieni pulito il tuo spazio. Se vuoi un mondo più educato, educati. Ora è veramente arrivato il momento di capire che non si deve aspettare che le cose accadano, bisogna farle accadere. Agire, pensare, progettare, mettere in moto non solo “il motore raffreddato del cuore” ma anche il motore raffreddato del cervello. Nel web si fa pubblicità della app “Neuroni” che tutti abbiamo già installata in noi dalla nascita. Ecco, usiamola.