Indovinate un po’ chi paga?

La nota di aggiornamento al Def appena approvata dal governo Conte ha un pregio: fa chiarezza. La Terza Repubblica, cosiddetta “del cambiamento”, si dimostra, almeno agli occhi di chi vuol vedere, come un concentrato dei vizi peggiori delle due precedenti. Della vocazione alla propaganda più sfacciata, mutuata dalla Seconda, sapevamo già. A questa si aggiunge ora la tendenza suicidiaria, tipica della Prima, a coprire le spese (elettoralistiche) di oggi con il debito di domani. Il combinato disposto di tali debolezze produce le scene a cui abbiamo assistito la notte scorsa, con Di Maio e i suoi a stringere i pugni o segnare la “V” con le dita dall’alto di un balcone di palazzo Chigi, e gli accoliti, sotto, ad applaudire e sventolare bandiere. Sullo sfondo – ma neppure troppo, trattandosi di un’epoca di disintermediazione -, i canti di vittoria degli ultras social, in cui l’entusiasmo per un nuovo malinteso come garanzia di purezza si mescola a un astio feroce, a base di “pidioti”, “rosicate”, “estinguetevi”, “Maalox”, che bolla come nemico del Popolo chiunque osi dubitare.

Eppure, di ragioni per dubitare ce ne sono, e tante. A cominciare dalla proporzione di questo entusiasmo. La nota di aggiornamento del Def approvata ieri non è la legge finanziaria, ma “semplicemente” il documento che definisce la direzione dell’azione economica del governo nei prossimi tre anni. Di Maio non ha “portato a casa” nulla, al massimo ha convinto il suo ministro dell’Economia ad allargare i cordoni della borsa. La fatica dell’impresa, condita dalle minacce da avanspettacolo di Casalino, dice molto sulla coesione della compagine pentaleghista. Spiace fare il guastafeste e ricordare che le “conquiste” di queste ore dovranno superare il vaglio dell’Unione Europea e del Parlamento. E già: nella foga di celebrare il “cambiamento”, qualcuno s’è dimenticato che il potere legislativo fa ancora capo a Camera e Senato. I provvedimenti annunciati dovranno passare da lì per diventare leggi, e l’iter non è detto che non sia accidentato. Insomma, spacciare quanto accaduto per il trionfo definitivo è fumo negli occhi.

C’è poi la questione delle coperture. Per tutta la campagna elettorale, a chi domandava lumi sulla sostenibilità dei rispettivi programmi elettorali, Salvini e Di Maio rispondevano con un misto di sussiego, irritazione e compassione: “Le coperture ci sono”. A sentir loro, era solo questione di volontà politica. Oggi, grazie al Def scopriamo che i soldi non erano già in cassa, tantomeno si sarebbero potuti reperire tramite una fantomatica spending review da 30 miliardi di cui, c’è da scommettere, non sentiremo più parlare. Erano, quei denari, da raggranellare nel modo più vecchio possibile: facendo debito. L’ipotesi presentata a suo tempo da Di Maio come una possibilità meritevole di “riflessione” si scopre, alla fine, l’unica via percorribile. Ora, un debito è tale perché il denaro ricevuto lo si deve restituire. E chi pensate lo sconterà (in forma di interessi passivi, spread, declassamento del debito, vincoli di bilancio) se non quel popolo in spregio al quale, in queste ore, Lega e Movimento 5 Stelle hanno finanziato il loro ennesimo spot elettorale? Spot elettorale, sì. Perché è ridicolo pensare che con 10 miliardi si abolisca la povertà e che 400mila nuovi pensionamenti si traducano automaticamente in altrettanti posti di lavoro per i giovani. Per non parlare, poi, dell’iniquità della flat tax (nel frattempo è divenuta dual tax, ma sempre di regalo ai ricchi si tratta) e del condono – non pace – fiscale. O dei tagli alla spesa (leggi: sanità, scuola, giustizia) già previsti e di quelli a cui, inevitabilmente, si dovrà ricorrere per trovare altri 13 miliardi che, è notizia di queste ore, mancano all’appello.

In cosa consista, dunque, la vittoria del popolo di cui soprattutto i pentastellati cianciano non è dato sapere. Anzi, sì: nell’assecondare, del popolo, gli istinti peggiori. Il livello di rancore, di frustrazione, di stordimento che affanna questo povero Paese è tale da indurre molti a credere che il bilancio di uno stato sia solo una noia burocratica e un debito, in fondo, una faccenda senza conseguenze. Lo spread? Un complotto. L’economia? Una trappola che, ad ignorarne le leggi, perde il suo potere, come certi brutti sogni. Inutile dire che non è così. Ed è inutile non perché non sia necessario spiegare, riflettere, analizzare, ma perché, è evidente, i più non hanno voglia di ascoltare, comprendere, valutare. Anni di crisi economica, politica e, in ultima istanza, sociale, ci hanno ridotto come quelli che, gli ultimi 5 euro in tasca, tentano la fortuna al gioco delle tre carte. Costoro, in fondo, sanno che c’è il trucco, eppure scelgono ugualmente di puntare, vittime di un impulso irrazionale. Quando il baro intasca il suo bottino, non battono ciglio, salvo realizzare l’enormità del fatto dopo, sulla strada del ritorno. Quando, ormai, è troppo tardi.

Ecco, è questo il gioco a cui stiamo giocando. Per l’ennesima volta. E a pagare indovinate chi sarà?

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