Il virus delle nostre paure

Non importa quanto forti crediamo di essere, l’equilibrio che stabiliamo con il mondo è sempre precario. La vicenda del coronavirus lo dimostra ampiamente. L’infinitamente piccolo non è mai sufficientemente piccolo da non provocare danni in un complesso delicato, definito dal sincronismo di miliardi di variabili. Un sistema immunitario, le abitudini quotidiane, la produzione di automobili su scala mondiale: tutto, al fondo, è instabile e transitorio. La grande paura di questi giorni ha poco a che vedere con una sindrome virale il cui tasso di mortalità è certamente più elevato della normale influenza ma pur sempre nella norma rispetto alle grandi epidemie dell’ultimo secolo, e molto con le paure connesse a uno stile di vita, quello del capitalismo globalizzato, in cui il consumo dell’oggetto, la sua moltiplicazione illimitata, fino al punto di saturazione totale di ogni spazio, persino mentale, ha espulso la morte dall’orizzonte (cosciente) umano, pretendendo così di decretarne la fine. E invece la fine non è, è solo un’omissione, una rimozione, il suo spettro riemerge puntuale dalle nebbie del subconscio ogni volta che in cielo si addensano le nubi.

Il capitalismo è la religione universale per eccellenza, il rito produzione-consumo unisce ormai Occidente e Oriente. Negli ultimi tre decenni, dal crollo del muro di Berlino, il capitalismo s’è illuso di aver liquidato la storia. La pretesa di assolutezza è stata poi giudicata una generosa esagerazione persino dal più raffinato dei suoi sostenitori, Francis Fukuyama, ma troppo tardi. Prima del coronavirus, il mondo dei mercati e delle fabbriche globali si credeva inscalfibile e il suo modello un meccanismo perfettamente oliato.  

In Italia siamo maestri della sceneggiata, dunque lo spettacolo di queste ultime ore non deve stupirci. Il nostro paese sguazza nelle contraddizioni, è abituato a trascinarle aperte da secoli, come ferite purulente, a non risolverle mai, neppure nello spazio insignificante (rispetto a una storia millenaria) di un post, una conversazione, un’ordinanza. Quattro giorni dai primi casi conclamati e già i giornali titolavano “Milano che resiste”, alludendo ai bar chiusi alle 18, delitto di leso happy hour. In un paese che in 30 anni ha conosciuto due  guerre mondiali, milioni di morti, una dittatura fascista, la lotta partigiana, ci si aspetterebbe un po’ di pudore nell’uso di certe parole, e invece. I sovranisti prima invocavano porti chiusi, porte chiuse, frontiere chiuse, ora lamentano che è tutto chiuso, non si respira, riaprire! Ma, mi raccomando, non la porta della stanzetta in cui il governatore della prima regione per PIL, in diretta social, ha annunciato la sua quarantena volontaria e indossato (male) una mascherina (inutile), alla faccia dell’allarmismo dannoso, della scienza in cui confidare e dell’economia da tutelare.

«Nessun uomo è un’isola», sosteneva John Donne. E neppure le società. Anche quando isole lo sono per davvero, anche quando hanno ceduto agli istinti meno nobili e preso la via dell’exit, vedi la Gran Bretagna: il virus arriva pure lì, e così la recessione.

Fossimo maturi, da questa bizzarra creaturina di pochi micron potremmo facilmente imparare un paio di lezioni. Primo, che è folle credere che il sistema possa tenere troppo a lungo. Per non morire, siamo condannati a produrre e consumare, anche se stiamo male, anche se questo ci distrugge. Non possiamo fermarci. Secondo, che l’autarchia, il faccio da me, il padrone a casa mia ecc. sono miraggi, illusioni nostalgiche, patetiche in una società strutturalmente interconnessa, e che all’interconnessione deve il suo indubitabile benessere. Del resto, anche fosse possibile tornare indietro di qualche secolo (la globalizzazione non è affare degli ultimi trent’anni, comincia con la modernità e forse più indietro, con la scoperta dell’America, 1492) non avremmo la tempra per sopravvivere. Siamo quelli dei supermercati svaligiati, dell’amuchina e delle mascherine esaurite, quelli che reclamano protezione dal governo ma poi protestano contro il governo che rivogliono la libertà. Chiediamo tranquillità, ma ci appassioniamo alla cronaca minuto per minuto del virus. Il “diario dalla zona rossa”, grande classico di un giornalismo che da tempo ha abdicato alla sua funzione per inseguire il chiacchiericcio da strada, ci tiene compagnia tra una crisi di governo e l’altra, in attesa degli Europei di calcio (luogo comune per luogo comune, siamo pur sempre un paese di 60 milioni di ct).

Tutto comprensibile, forse inevitabile, magari persino giusto, chissà. Però, ecco, non depone a nostro favore, segnala la condizione di perenne squilibrio etico, emotivo, intellettuale in cui ci muoviamo non solo noi italiani, campioni della “società signorile di massa”, ma direi gli abitanti del capitalismo odierno, fiaccati e insieme nevrotizzati da un’opulenza che produce assuefazione più che felicità. Il virus è l’incertezza, la minaccia esterna, visibile o meno, che sconvolge il sogno disperato di una vita levigata e inscalfibile, eterna e immobile come una pietra.  

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