Il Travaglio

Non dev’essere facile essere Marco Travaglio. Mai che tiri il fiato, mai che appaia in difficoltà. Macina editoriali, ospitate televisive, pamphlet polemici, recital teatrali senza che il suo spirito caustico, quello per cui tanti lo amano, perda un grammo di vigore. Sai lo stress, la fatica?

Nell’era del berlusconismo rampante, Travaglio era addiritturpa un eroe. Con il suo look morigerato e démodé, i lineamenti scarni, aguzzi, la fedeltà assoluta alla parola scritta delle leggi, dei regolamenti, delle sentenze, incarnava una tensione superegoica che appariva necesssaria, anzi urgente, dinanzi al trionfo della farsesca maschera berlusconiana. Rappresentava, quella tensione, un contraltare salvifico alla bulimia di godimento dell’allora Cavaliere, cifra psicotica di un interregno miserabile e potenzialmente letale per il nostro paese, le cui scorie (vedi alla voce populismo) ci intossicano ancora oggi.

In quel momento, l’antiberlusconismo (mal)inteso come metro di giudizio umano e intellettuale consentì di cooptarlo agevolmente tra i “nostri”. Non ci si rese conto, da sinistra, che Travaglio con Gramsci e Berlinguer non aveva nulla da spartire. Faccio autocritica: anch’io, pur trovando irritante il suo sussiego, ero ammaliato dal rigore morale, dalla prosa pungente, dalla lucidità infaticabile di quest’allievo di Montanelli. Non mi accorgevo del mostro che covava sotto la cenere.

E il mostro qual era? Il narcisismo. Mentre lo portavamo in trionfo come l’unico giornalista in mezzo a tanti servi, Travaglio s’addestrava nell’esercizio di una coerenza concepita non come intima fedeltà a un metodo ma come vezzo mimico-retorico volto a forgiare e trasmettere l’immagine della propria infallibilità. Negli ultimi tempi è peggiorato. Già frustrato dal tramonto del berlusconismo [1] e dal suicidio politico del suo più degno erede, Matteo Renzi, il tracollo definitivo l’ha avuto con l’accordo-farsa tra il partito di riferimento dei suoi lettori, il M5S, e la Lega. «Se facessero un governo insieme, i 5 Stelle sarebbero linciati sulla pubblica piazza», pronosticava – anzi, forse intuendo il peggio, esorcizzava, tempo prima, il nostro, lanciando nel contempo strali contro il PD perché, rifiutando il dialogo con i grillini, lo esponeva all’imbarazzo di dover sostenere un governo con Salvini ministro. A quel punto il narcisismo di Travaglio s’è calcificato, blindando il nostro nel duplice ruolo di pubblico ministero e giudice. E i nemici? Salvini (e vorrei vedere), irriso con la consueta eleganza (“Cazzaro Verde”) a prova di analfabetismo funzionale. Ma pure gli immigrati, le ong, i buonisti, la sinistra, i critici del governo (troppo prematuri, li bacchetta Travaglio, ma non risulta che ai tempi di Bananas la prudenza fosse un’opzione così ragionevole) e soprattutto del Verbo Quotidiano, l’unico giornale fra tanti “giornaloni”. Quando l’imbarazzo per Di Maio & co. supera i livelli di guardia, tornano a galla i fantasmi di Renzi e Berlusconi: Padellaro, la penna in resta, ricama allora quadretti degni del più ampolloso scribacchino di provincia. A Scanzi il compito di salvare le apparenze: l’aria un po’ scapestrata, da eterno giovane, lo rende adatto al ruolo di voce critica. Il punto è il carisma intellettuale: tra Muccino e Fabio Volo, altro che Gaber.

Per fortuna, su tutto vigila implacabile Travaglio il Giustiziere, la cui “licenza di uccidere” passa per la libertà di dire e contraddire impunemente, poiché quando uno è pubblico ministero e giudice la prima cosa che fa è autoassolversi. L’ultimo esempio è la querelle con Diego Bianchi sulla questione delle ong (mi spiace parlarne sempre, ma non è colpa mia se in un mese il governo Salvini-Di Maio e il parlamento hanno approvato appena due decreti legge). Parte con un pezzo in cui dice che i legami di alcune ong con gli scafisti sono «acclarati» e «rivendicati» (sic!) e a Zoro che con garbo gli chiede chiarimenti, replica, con la solita stizza della lesa maestà, che ci sono fior fiori di documenti, citazioni, registrazioni eccetera che lo dimostrano. Travaglio scrive che le indagini «non hanno finora accertato reati» (ma aggiunge subito che la procura di Trapani «s’è vista confermare il sequestro della Iuventa fino in Cassazione»). Non sarebbe però questo il punto. Il legame tra alcune ong e gli scafisti, nella ricostruzione di Travaglio, non è una comunanza di interessi economici ma un nesso fattuale: le navi di organizzazioni come Medici Senza Frontiere, Sea Watch, Jugend Rettet e altre fungerebbero da pull factor, sarebbero cioè un incentivo e un’agevolazione involontari dei traffici degli scafisti. Secondo Travaglio tutto questo è palese, anzi: documentato. Chi non vede è perché non vuole vedere.

Usiamo la logica. Se si parla di un’inchiesta penale, una verità è “acclarata” quando la stabilisce una sentenza (o un provvedimento di archiviazione). Di sentenze qui non ce ne sono (di archiviazioni sì: quella della procura di Palermo su Sea Watch e Proactiva Open Arms), dunque è fuor di dubbio che non si possa parlare di reati, almeno per ora. Riguardo l’inchiesta della procura di Trapani (di cui a suo tempo riferì con toni trionfalistici anche la Repubblica): vero è che la nave della ong tedesca Jugend Rettet è sotto sequestro, ma le indagini sono a tal punto in alto mare (è il caso di dire) che i magistrati, a distanza di un anno, ancora cercano riscontri [2].

Ma, dice Travaglio, un fatto è un fatto indipendentemente dal suo essere o meno un reato. Vero. Ma dove sono le intercettazioni, i documenti, le “rivendicazioni” dei legami “acclarati” tra scafisti e ong? Travaglio, nella risposta a Diego Bianchi, non fornisce nessun link a nessuna risorsa che aiuti a fugare i dubbi [3]. Cita, tra gli altri, Fabrice Leggeri, direttore di Frontex, ma la sua è una testimonianza tutt’altro che tranchant [4]. Inoltre, come riporta l’Internazionale in un ottimo articolo, le tesi della procura di Trapani sono messe in discussione, nell’ordine: «dal gruppo di oceanografia forense Forensic Architecture della Goldsmiths sulla base dei video e degli audio raccolti dall’equipaggio, delle informazioni registrate nel diario di bordo della Iuventa di Jugend Rettet, delle comunicazioni con la centrale operativa della guardia costiera italiana e delle immagini scattate dai giornalisti a bordo della nave tedesca e di altre imbarcazioni impegnate nei soccorsi».

L’editoriale di Travaglio contiene molte inesattezze e opinioni personali contrabbandate per fatti. Due mi sembrano particolarmente gravi. Primo, l’idea che le ong fungano da pull factor: Matteo Villa, ricercatore dell’Istituto per gli studi di politica internazionale (ISPI), smentisce questo assunto, peraltro trito e ritrito, con un’analisi dei dati assai meticolosa, e il suo non è l’unico studio in tal senso. Secondo, l’equazione semplicistica «meno sbarchi, meno morti»: da quando le ong non sono più attive nei salvataggi il numero dei morti è aumentato fino a ritornare ai livelli precedenti la riduzione delle partenze (luglio del 2017) [5].

Travaglio tutto questo lo sa bene, ma lo omette o lo mistifica come l’ultimo dei cronisti cani-da-riporto. Oppure non lo sa, e allora la premessa dell’articolo – «c’è chi pensa di fare informazione a colpi di show, magliette e tweet, e chi prova a farla documentandosi e studiando» – diventa patetica prima che fallace.

Potrei continuare con altri esempi di cecità tattica e moralità a corrente alternata – l’attacco al capo dello Stato durante le consultazioni, l’accordo fasullo tra i leader del Consiglio europeo spacciato per trionfo della diplomazia italiana, la morbidezza nei confronti di Di Maio che si schiera con Salvini nell’affaire-Lega -, ma temo sia superfluo. Il punto è che Travaglio vive nel miraggio egolatrico della propria purezza. Tira fendenti vigorosi, all’apparenza astuti, pregiandosi di farci notare ad ogni assalto come non guardi in faccia nessuno. E il punto è proprio questo: i colpi sono fuori bersaglio. Il nemico oggi è il populismo, ovvero la tendenza mistificante che mortifica la naturale complessità della realtà, confondendo la sobrietà dell’azione politica con la faciloneria, la rapidità con la fretta, il rispetto della sovranità popolare con l’adesione acritica al senso comune. Travaglio questo non l’ha capito, o finge di non capirlo. Continua a combattere la sua guerra scegliendosi avversari di comodo, cercando di ipnotizzarli con il rigore asfittico di una coerenza ridotta, ormai, a maschera stucchevole, autoparodia involontaria. A pensarci bene, è facile oggi essere Travaglio. Basta essere uno dei tanti.

 

Aggiornamento (13 luglio 2018): ho arricchito la sezione centrale dell’articolo e le note, di modo che, spero, risultino ancora più evidenti e documentate le lacune e gli errori contenuti negli editoriali di Travaglio. Qualora foste a conoscenza su qualche altro particolare, segnalatemelo all’indirizzo info@inunfuturoaprile.it o nei commenti.

Aggiornamento (14 luglio 20118): Travaglio è ritornato sulla questione delle ong con un nuovo editoriale, co-firmato con il vicedirettore del Fatto Quotidiano, Stefano Feltri. Il pezzo (disponibile sull’edizione cartacea, ma qualcuno l’ha trascritto qui) è un mirabolante concentrato di narcisismo travestito da orgoglio redazionale, equilibrismi ideologici (sostengo le magliette rosse ma…) e trucchi retorici. A tal proposito è interessante notare come i colleghi di Travaglio siano “solitamente” informati sui fatti salvo quando (come nel caso di Annalisa Camilli di Internazionale) contestano il Verbo. Inoltre Travaglio, forse perché ridotto a più miti consigli da Feltri, forse perché alla fine proprio insensibile alle pernacchie non è, si guarda bene dall’adoperare il termine “legami” in merito ai presunti rapporti tra scafisti e ong, optando per il più neutro “contatti”. Non arretra, comunque, e il sunto del pezzo, al solito impreciso e contraddittorio, è sempre quello: io sono bravo e ho ragione, voi fate il tifo e avete torto. La forza (innegabile) di Travaglio è nella compattezza del discorso. I suoi articoli – e questo non fa eccezione, perché Travaglio è incapace di eccezioni -, sono costruiti con un sapiente montaggio di parole-oggetti. La profondità dell’indagine è subordinata alla concatenazione martellante e ipnotica dei significanti, cruciale per serrare gli spiragli del dubbio o della contraddizione. Alla stessa logica di “chiusura” del discorso si ricollega l’abuso del sarcasmo, più arcigno e irriducibile dell’ironia. L’assunzione acritica delle tesi giudiziarie è, infine, il fondamento etico di un giornalismo che non “legge” ma giudica la realtà in base alle categorie della colpevolezza o dell’innocenza, a scapito, ad esempio, di quelle più sfumate, inafferrabili ma a tratti più pertinenti della responsabilità morale o dell’opportunità politica. A Travaglio, insomma, non interessa la verità, e neppure l’aver ragione in sé: gli interessa mettere nel sacco quelli che pretendono di averlo colto in fallo, quale che sia il prezzo. Leggerlo è ormai inutile, contestarlo, mi rendo conto, un esercizio sterile ma dovuto, se non altro per evitare di essere confuso con i suoi (pochi, invero) lettori.

NOTE:

[1] Ricordo ancora come Berlusconi, con mio grande stupore, lo tenne a bada e anzi, lo eclissò, durante un memorabile show dei suoi a casa Santoro. Ma erano altri tempi. Non è vero, Silvio?

[2] Un riepilogo preciso dell’inchiesta di Trapani, ancorché risalente all’anno scorso, è contenuto in questo articolo di Internazionale.

[3] Un link lo fornisco io: https://www.youtube.com/watch?v=O2AOQ2j9cCw. Si tratta delle intercettazioni ambientali realizzate da un agente sotto copertura, imbarcato a bordo della nave Vos Hestia (Save the Children), attiva nello stesso tratto di mare della Iuventa (qui il suo racconto). La versione della Jugend Rettet in merito alle parole della volontaria intercettata è in questo articolo del Fatto Quotidiano. La presenza degli scafisti durante le operazioni di soccorso, secondo l’Internazionale (link alla nota 5), è spiegabile con le parole dell’avvocato Fulvio Vassallo Paleologo (Università di Palermo): «è molto comune nei soccorsi in mare che le barche dei migranti siano scortate da imbarcazioni di scafisti e da imbarcazioni della guardia costiera libica che sono difficili da distinguere tra loro, perché non hanno particolari segni di riconoscimento». Questa osservazione sembra essere confermata dalle dichiarazioni di Fabrice Leggeri (Frontex, vedi nota successiva). C’è da sperare che per “legame” Travaglio non intenda il semplice contatto, perché altrimenti è possibile sostenere che anche la Guardia Costiera italiana ha legami con gli scafisti. A proposito, occorrerebbe anche parlare di quando, nel 2017, Romani (FI) e Calderoli (Lega) definivano “taxi del mare” proprio la Guardia Costiera italiana. Insomma, di “acclarato” qui c’è ben poco – a parte il cinismo e l’idiozia della classe politica nostrana.

[4] Durante un’audizione alla Commissione Difesa del Senato della Repubblica, Leggeri ha dichiarato: «In alcuni casi, gli scafisti danno dei telefoni ai migranti con i numeri di alcune ong [parte citata anche da Travaglio]. E’ una cosa che abbiamo ottenuto dopo le audizioni di alcuni migranti. Ed abbiamo anche alcune testimonianze fornite dai migranti stessi che indicano che uomini libici in uniforme, e che quindi somigliano vagamente ad una guardia costiera libica, sarebbero in contatto con ong quando ci sono operazioni di soccorso in mare. Preciso che questi fatti avvengono nella parte occidentale della Libia, essenzialmente, quindi non si tratta di uomini libici della guardia costiera che noi formiamo, ma sono gruppi che controllano una parte del territorio libico ad ovest di Tripoli» (l’intervento integrale è qui). Quest’ultima parte Travaglio non la cita, eppure chiarisce come non sia facile distinguere i trafficanti dalla Guardia Costiera libica, il che è coerente con la tesi di Fulvio Vassello (vedi nota precedente). Ma come è possibile che in questi telefoni siano memorizzati numeri riferibili alle ong? Il procuratore di Catania, Carmelo Zuccaro, impegnato da mesi in un’inchiesta, al Comitato parlamentare di controllo sull’attuazione dell’Accordo di Schengen ha spiegato: «Io ritengo che poiché i punti di contatto con le ONG si desumono anche dalle fonti aperte – se andiamo su internet, possiamo riuscire a reperire anche numeri di telefono e punti di contatto di queste ONG – come si fa ad escludere che siano state chiamate direttamente?». Il fatto «non è stato provato, ma non è stato neanche escluso» (l’intervento integrale, stenografato, è disponibile qui). Quindi, di nuovo: nulla di “acclarato”. Tornando a Leggeri, nel luglio del 2017, ovvero qualche mese dopo l’audizione alla Commissione Difesa del Senato, a scanso di equivoci ha dichiarato: «Desidero chiarire che, contrariamente a molte affermazioni fatte dai media, Frontex non ha mai accusato alcuna Ong di colludere con i trafficanti di esseri umani in Libia» (fonte, Ilmanifesto.it).

[5] Trovate tutti i link e i riferimenti su Internazionale e qui Valigiablu. Ironia della sorte, altre contestazioni alle tesi di Travaglio sono state esposte, in un lungo e articolato post su Facebook, anche da Lorenzo Bagnoli, uno dei blogger del Fatto Quotidiano…

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